Il dibattito (scadente) sull’Unione Europea e sull’Euro

22/04/2014 di Giovanni Caccavello

Euro si / Euro No – Mancano circa 4 settimane alla fine della campagna elettorale che ci sta accompagnando alle elezioni europee, ed il dibattito sull’Europa sembra essersi trasformato in un disco rotto che ripete sempre lo stesso ritornello “Euro si – Euro no”, quasi come in una canzone gaberiana, senza permettere ai cittadini di capire cosa veramente serva all’Europa per funzionare meglio, per essere più trasparente e per esprimere meglio il suo potenziale.

Due sono gli euro-pensiero che da mesi confondono gli italiani. La prima “scuola di pensiero” sostiene a gran voce l’uscita dalla moneta unica ed il ritorno alla nuova Lira. La seconda “filosofia” spiega i benefici derivati dall’ingresso nell”Euro e controbatte che tornando alla Lira esiste il rischio, molto probabile, di recessione e crisi economica. Poche, confuse e “romantiche” sono poi le proposte che vengono promosse dai vari partiti e dalle varie coalizioni.

La svalutazione – Argomento centrale della questione è la svalutazione. Tutti parlano di svalutazione come per spiegare la regola del fuorigioco. “Se svalutiamo l’Italia tornerà a crescere come nel 1995”, alcuni urlano; “se svalutiamo saremo tutti più ricchi…no, anzi…più poveri”, dicono altri; “se svalutiamo faremo la fine dell’Argentina” sostengono gli ultimi. Tutto ruota attorno ad un concetto apparentemente banale, ma in realtà molto complicato. L’esperienza a cui si fa spesso riferimento è la svalutazione del 1992 e la facile causalità che viene spiegata fa riferimento al rapporto tra svalutazione e occupazione.

1992 – Facciamo un rapido ragionamento e poi proseguiamo nella nostra analisi. Nel 1992, l’Italia fu forzata ad uscire dal Sistema Monetario Europeo a seguito del “Mercoledì Nero” (16 Settembre 1992) quando George Soros e altri speculatori finanziari decisero di vendere Lire allo scoperto comprando Dollari. Un azione simile venne fatta nei confronti della Sterlina che fu costretta, anch’essa, ad abbandonare lo SME.

Sempre in quello stesso anno, esattamente sette mesi prima, dodici Paesi tra cui l’Italia firmarono il Trattato di Maastricht. Il trattato stabiliva che a partire dal 1999 i Paesi aderenti che rientravano all’interno di parametri stabiliti avrebbero abbandonato le loro valute per adottare l’Euro.

Dati alla mano – L’unione economica e monetaria entrava così in una nuova fase. Tra il 1992 ed il 1995, proprio a causa di una situazione economica poco favorevole, dovuta principalmente a variabili macroeconomiche poco rassicuranti (su tutti il debito pubblico che tra il 1980 ed il 1992 passò dal 57% al 105% ed un deficit su PIL costantemente sopra il 10 per cento) la svalutazione competitiva generò pochi effetti veramente positivi. Nel 1993 il PIL segnò un -0,9% (prima volta in negativo dalla nascita dello SME), nel 1994 il PIL tornò a crescere del 2,1%, nel 1995 del 2,8% e nel 1996 del 1,10%: tutto in linea con i dati precedenti alla svalutazione, né più né meno. Al tempo stesso però la disoccupazione aumentò del 2,5% passando dal 8,8% nel 1992 all’11,3% nel 1996. Come si sa bene in macroeconomia, non esiste alcun nesso di causalità tra svalutazione ed occupazione.

Tasso di disoccupazione in Italia (1980-2013). Fonte: Commissione Europea - AMECO.
Tasso di disoccupazione in Italia (1980-2013).
Fonte: Commissione Europea – AMECO.

Il punto di partenza… – Tutti questi discorsi, spesso confusionari per la maggior parte delle persone, non centrano però l’obiettivo. Se da un lato è vero che l’Euro è un elemento fondamentale del processo di integrazione economica Europea, dall’altro è altrettanto corretto sostenere che esso non deve essere il vero oggetto del contendere. La campagna elettorale europea dovrebbe essere l’occasione per discutere apertamente, aspramente e costruttivamente sul futuro dell’Europa in termini di struttura, architettura e politiche. Alcuni sventolano in alto la bandiera dell’uscita dall’Europa come un qualcosa di potenzialmente positivo nel caso in cui “non si riesca a cambiare l’Europa”.

Questo ragionamento, molto semplicistico, non tiene conto dei numerosi vantaggi che una maggior integrazione europea ci ha permesso di usufruire nel corso dei decenni. Tra i principali ricordiamo sicuramente l’abolizione delle barriere tariffarie interne, l’adozione di tariffe comuni nei confronti delle merci provenienti dall’estero, ed alle “libertà” del libero mercato: libera circolazione di persone, libero scambio di servizi, libero scambio di prodotti e libero scambio di capitale. Il singolo mercato ha poi permesso in termini economici di eliminare tutte le barriere frizionali, eliminando la cosiddetta “ambiguità di Viner”. Tutto questo ha reso più efficiente il mercato, ha aumentato la competizione, ha permesso a numerose aziende di realizzare “economie di scala” riuscendo a produrre di più e ad abbassare i costi a beneficio del consumatore.

…ed Il vero Dibattito (mancante) – Ovviamente poi ci sono dei risvolti negativi che dovrebbero essere al centro della campagna elettorale, ma che vengono tristemente rilegati in fondo alla classifica delle tematiche da affrontare. Un argomento poco affrontato è la visione che si propone per il futuro dell’Europa. Al momento, l’unica idea sul tavolo è quella promossa in Italia da alcuni movimenti facenti parte della coalizione ALDE che spiegano come l’obiettivo sia quello degli “Stati Uniti d’Europa”. Gli altri schieramenti sembrano aver abbandonato l’importante argomento o forse non hanno la più pallida idea di cosa parlare visto lo scarso livello dei candidati. L’idea degli “Stati Uniti d’Europa” ci sembra molto utopica poiché sarebbe meglio ragionare tenendo conto delle differenze tra le nazioni europee piuttosto che sperare in un modello che si ispiri agli Stati Uniti d’America, dove il potere centrale di Washington risulta essere forte.

Altri argomenti importanti, di cui si sente purtroppo parlare poco in generale sono quattro: un maggior sviluppo del mercato unico europeo (pensiamo per esempio al mercato energetico); una regolamentazione semplice, chiara e forte che contrasti l’immigrazione intra-europea per ottenere sussidi migliori; una revisione delle spese di Bruxelles che spesso utilizza i soldi dei cittadini europei in modo poco trasparente e una riduzione della burocrazia europea che rallenta le attività della maggior parte delle aziende.

Conclusione – Finché il dibattito continuerà a concentrarsi sul monologo “Euro si – Euro no”, la campagna elettorale continuerà ad essere poco appassionante e soprattutto molto scadente. I principi economici su cui si fonda l’Unione Europea devono essere difesi ma è proprio da essi da cui la discussione deve partire. E’ impensabile costruire una edificio cominciando dal tetto. Sarebbe meglio cominciare a costruire l’Europa partendo dalle fondamenta.

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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