Il Demone della Modernità. Pittori visionari all’alba del secolo breve

02/03/2015 di Simone Di Dato

La mostra Il demone della modernità - Pittori visionari all’alba del secolo breve, indaga l’insolita modernità di una corrente artistica che si è fatta carico di tendenze contrastanti, spesso del tutto opposte

Il demone della modernità, Rovigo

…ho provato la sensazione di una chiarità più viva, di una intensità di luce che cresceva con tale rapidità che le sfumature del vocabolario non basterebbero ad esprimere. L’idea di un’anima che si muova in un ambiente luminoso, di un’estasi fatta di voluttà e di conoscenza, planante al di sopra e molto al di là del mondo naturale.
Baudelaire
, a proposito della musica di Wagner, 1861.

E’ considerato come l’ultimo grande colpo di coda del Romanticismo, una sfrenata e ambigua controtendenza, un’ondata di rimpianti e nostalgia verso ciò che si è perduto del passato, del mito e della storia, proprio quando l’industrializzazione partoriva una fede ottimistica nel progresso. Quando nel 1886 il poeta Jean Moréas ne pubblicò il Manifesto nel supplemento letterario del “Figaro” per definire una poesia “nemica della didattica, della declamazione, del falso sensibilismo che cerca di rivestire l’idea di una forma sensibile”, il Simbolismo era già vivo e vitale in atteggiamenti e atmosfere tipiche di un movimento: la trasposizione pittorica del decadentismo con i Preraffaelliti dell’area inglese, il gusto nevrotico del paradosso e la grafica disperata dei Deutsch-Romer in quella tedesca, la raffinatezza di Klimt e Moser per l’Austria, fino alla pulsante area francese.

Opposto all’Impressionismo, rivolto ad un pubblico colto e sensibile capace di decifrarne i complessi contenuti e sempre in bilico tra le profondità più oscure dell’inconscio e l’ esaltazione di linee e colori, il Simbolismo nelle arti visive trova importanti contributi anche dalla musica e dalle teorie filosofiche. Dal fronte letterario Charles Baudelaire, se pure in una posizione del tutto autonoma, contribuì all’elaborazione di una “poesia pura”, libera da preoccupazioni di natura civile o morale ma rivolta alle emozioni suggerite, vaghe e indefinite sfumature di stati d’animo. Ne I Fiori del Male scriverà: “E’ un tempio la Natura, dove a volte parole/ escono confuse da viventi pilastri/ e che l’uomo attraversa tra foreste di simboli/ che gli lanciano occhiate familiari”. Penetrare l’intima essenza delle cose fu la stessa aspirazione di Wagner che nel concetto di “arte totale” ha magistralmente teorizzato il sogno, l’ebbrezza e la vertigine, come visione dell’arte basata sul coinvolgimento simultaneo di tutti i sensi: una poesia che è musica, una musica che esprime l’assoluto turbinio dell’essere.

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Come tutti i momenti conclusivi di un ciclo, questo movimento culturale fece da apripista ad un nuovo ciclo storico, destinato a trasportare rigurgiti romantici di impronta idealistica dal cuore dell’Ottocento fino ai gruppi d’avanguardia del Novecento. In un clima di grande fermento, tra tematiche variegate e numerosissime sperimentazioni, il Simbolismo porta nella sua ambigua essenza istanze decadenti colme di inquietudine e il seme di una modernità pronta ad irrompere.

Sarà proprio questo l’obiettivo della mostra Il demone della modernità – Pittori visionari all’alba del secolo breve, organizzata a Palazzo Roverella a Rovigo, indagare l’insolita modernità di una corrente artistica che si è fatta carico di tendenze contrastanti, spesso del tutto opposte. Curato da Giandomenico Romanelli, reduce quest’anno da “L’Ossessione Nordica”, il percorso espositivo si divide in 6 sezioni che spaziano dalla libertà visionaria e utopistica dell’ideale, alla rappresentazione di angeli e demoni, l’ inquieto e l’ineffabile, conscio e inconscio, oscurità, morte e luminosità dello spirito, trionfo delle tenebre e ziggurat dell’anima.

Con un’intensa emotività, più o meno velata, gli interpreti del “Demone della Modernità” saranno i più iconici artisti europei: Gustav Moreau, Odillon Redon, Franz Von Stuck, Arnold Boecklin, Paul Klee, Marc Chagall, Max Klinger e K. Wilhelm Diefenbach che insieme a Felicien Rops, Alfred Kublin, Leon Bakst e gli italiani Mario De Maria, Guido Cadorin, Cagnaccio di san Pietro, Bortolo Sacchi, Alberto Martini accompagnano con le loro tele lo spettatore in un universo di pensieri segreti, ossessioni, coreografie sacre e teatrali, dove gli artisti e i poeti diventano veggenti che esplorano l’ignoto con un linguaggio nuovo, gli angeli sono destinati a lasciare la luce dell’origine per un destino oscuro e nostalgico, le lumache diventano donne dai corpi voluttuosi, la minacciosa Salomè lascia le Sacre Scritture per la contemporaneità più pericolosa, dove la fiaba diventa incubo e i demoni seducono.

D’altra parte la stessa ambiguità del Simbolismo, sospeso tra mito, storia, passato e modernità incalzante, tra spunti metafisici, Espressionismo, opposizione al Positivismo, liberty e violenze neoprimitive, si è dimostrata la sua più grande ricchezza. L’esitazione tutta ottocentesca prima di diventare Novecento.

 

Info:
IL DEMONE DELLA MODERNITA’
Pittori visionari all’alba del secolo breve.
Palazzo Roverella, Rovigo
Via Laurenti 8/10
14 febbraio – 14 giugno 2015
Feriali 9.00-19.00, sabato e festivi 9.00-20.00
Chiuso i lunedì non festivi

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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