Il declino economico dei paesi emergenti

24/01/2014 di Giovanni Caccavello

Secondo Ruchir Sharma la maggior parte dei paesi emergenti cresce rapidamente solo quando i prezzi salgono costantemente ed in modo altrettanto rapido. Anche la storia economica lo dimostra

Economia dei Paesi Emergenti

Ruchir Sharma – Proprio ieri, in un suo commento, Ruchir Sharma, attuale Direttore del dipartimento che si interessa dei Paesi Emergenti e di Capitale Sociale (Equity) presso Morgan Stanley, ha ripreso, in parte, quello che già noi poco tempo fa avevamo accennato in un nostro articolo intitolato “La Fed, il tapering e le sfide globali” mettendo in evidenza i problemi che stanno rallentando la crescita e la stabilità dei paesi in via di sviluppo. Il suo commento, che si può trovare sul The Wall Street Journal si focalizza su una tematica molto importante quando dibattuta in ambito economico: la convergenza.

Convergenza – Questa è in realtà un concetto molto sempre ma che, fin dagli anni ’50, ha attirato l’attenzione di molti economisti e di molti analisti: il reddito dei paesi emergenti tende, a seguito della crescita del paese stesso, a crescere rapidamente e a convergere verso il reddito delle nazioni più sviluppate. Questa nozione è stata studiata da economisti come Belà Balassa, Paul Samuelson (Premio Nobel nel 1970), Moses Abramovitz, Jeffrey Sachs e Robert Lucas, i quali hanno cercato di analizzare tale fenomeno dimostrando, tra le altre cose, i tre motivi principali che possono garantire ad una nazione una crescita economica prospera, efficiente e stabile, che permetta ai propri cittadini di raggiungere un alto reddito ed una buona qualità della vità: abbondanza di fattori di produzione, crescita graduale ma costante dei prezzi e politiche interne che garantiscano riforme e stabilità.

La storia – Osservando la storia economica, comunque, si può però notare, come scrivDeclino dei Paesi Emergenti?e Ruchir Sharma nel suo articolo di ieri, che il fattore fondamentale che può condurre alla “convergenza” sia la crescita dei prezzi. A partire dagli anni ’50, moltissime nazioni hanno vissuto periodi di forte crescita e di convergenza del reddito legati principalmente all’incremento dei prezzi. Nel corso di questi ultimi sessant’anni, con una sequenza ciclica, della durata di circa una decina di anni, decine e decine di nazioni sono fiorite, cresciute a ritmi sostenuti per poi crollare nel momento in cui i prezzi calavano.

Tra i vari esempi che si possono riportare, risulta interessante far notare come a seguito del vertiginoso aumento dei prezzi dei beni negli anni ’70 (+160%) ben 28 nazioni si avviarono verso il lungo e difficile percorso della “convergenza” con i paesi sviluppati. Dopo un “decennio d’oro”, verso la metà degli anni ’80, periodo storico che vide un brusco raffreddamento dei prezzi ben 17 nazioni si avviarono verso un declino inesorabile che avrebbe fatto erodere loro la maggior parte dei guadagni ottenuti nel corso del boom economico. Se si osservano i dati si può poi capire come solo 13 nazioni (Guinea Equatoriale, Grecia, Hong-Kong, Irlanda, Israele, Giappone, Mauritius, Portogallo, Spagna, Singapore, Porto Rico, Corea del Sud e Taiwan) tra il 1960 ed il 2008, anno cruciale per la storia economica ultra-contemporanea, siano riuscite nel corso di quasi mezzo secolo a trasformarsi e a rimanere nazioni ad alto reddito.

Anni 2000 – Nel corso del primo decennio del nuovo millennio, qualcosa di simile è accaduto, e numerosi paesi hanno tentato la frenetica rincorsa verso la “convergenza”. L’esempio più eclatante è quello riguardante i BRICS. Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa hanno, infatti, sbalordito gli analisti di tutto il mondo per diversi anni ma, a partire dal biennio 2010-2011, tutte queste nazioni, ad eccezione della Cina (che in questi anni ha comunque mostrato pesanti segni di rallentamento), hanno subito un drastico stop alla loro corsa alla prosperità. La crescita media dei paesi emergenti è calata al 4% con Brasile, Russia, India e Sud Africa che ad oggi crescono meno degli Stati Uniti. Se a questi paesi si aggiungono poi anche Turchia, Malesia, Indonesia, Taiwan e altri ci si accorge come la crescita, più o meno sostenuta, stia tendendo lentamente a rallentare dopo che la FED ha annunciato l’inizio del Tapering a seguito della stabilizzazione dell’economia statunitense. In più, in tutte le economia avanzate, l’inflazione (cioè l’aumento dei prezzi) sembra essersi nuovamente raffreddata raggiungendo il 2% nel Regno Unito (target della Bank of England), rimanendo sotto il livello del 2% in Giappone (alle prese con un programma economico, l’Abenomics, che non sembra sortire tutti gli effetti sperati) e calando in modo costante nell’Euro-Zona (a rischio deflazione). Il Cosiddetto Gold Decade sembra, così, nuovamente giungere ad una conclusione.

Sviluppi futuri – Tra il 2005 ed il 2010 solo tre paesi nel mondo non hanno visto il loro prodotto interno lordo crescere: Niger, Eritrea e Jamaica. Questo vuol dire che l’economia mondiale, tra i suoi alti e bassi, è riuscita a sostenere generalmente una crescita costante che, nei paesi emergenti, nel 2007, in media aveva raggiunto un picco del 8,7%. Nel 2013, come detto in precedenza, la crescita media dei paesi in via di sviluppo, ha rallentato di quasi 5 punti percentuali. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, tra il 2014 ed il 2015 la crescita dei paesi in via di sviluppo dovrebbero rimanere stabile raggiungendo a fine 2015/inizio 2016 una percentuale media del 5%. Gli Stati Uniti dovrebbero raggiungere nel 2015 una crescita di circa il 3%/3.2%, l’Euro-Zona dovrebbe crescere in media del 1,7% mentre il Giappone dovrebbe vedere la sua economia crescere solo dell’1%. Il 2014 non sembra essere dei più rosei (ma nemmeno dei più bui) come è emerso dalla giornata di ieri al World Economic Forum di Davos, una buona dose di sollievo sembra lentamente tornare ad aleggiare sulle economie sviluppate. Per le economie emergenti, Cina a parte, il futuro sembra essere sempre più incerto. Una cosa è però sicura. Il periodo d’oro della “Convergenza” sembra essersi definitivamente concluso ed ora spetta solo ai singoli governi delle nazioni in via sviluppo, in preda al panico post-Quantitative Easing, saper implementare le giuste politiche in una fase che vede il tasso di interesse sui loro titoli raggiungere spesso la doppia cifra, vede miliardi di capitali trasferirsi nuovamente verso confini più sicuri e vede le loro valute nazionali svalutarsi in modo consistente rispetto a Dollaro ed Euro.

 

 

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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