Il DDL Province passa al Senato: a cosa serve?

26/03/2014 di Luca Andrea Palmieri

Senato e Italicum

Oggi al Senato è stato votato il disegno di legge Delrio che, fin dal governo Letta, si proponeva di aprire la strada all’abolizione delle Province. Il provvedimento ora tornerà alla Camera dove l’ultima votazione dovrebbe portarlo a diventare definitivamente legge. Dopo che ieri il Governo era andato due volte sotto su due emendamenti, nella giornata di oggi si prospettava una grande tensione per il voto finale, al punto che ne è stata posta la fiducia. Alla fine il testo è stato approvato con il margine relativamente tranquillo di 160 voti a favore e 133 contrari.

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Graziano Delrio

Tutte le testate stanno parlando molto in queste ore dei contenuti del disegno di legge: quel che va tenuto più che mai presente è che il provvedimento a tutti gli effetti, ha una natura transitoria. Dovrebbe far parte infatti di un’idea di riforma del sistema istituzionale più complessiva. In questo senso l’approvazione definitiva del ddl sarà molto importante: guai a quel punto a fermare le riforme, visto che lasciarle a metà potrebbe comportare, nel lungo termine, pesanti costi ulteriori per lo Stato: il contrario di quel che si sperava.

Si parta da un concetto fondamentale: le Province non sono state a tutti gli effetti abolite. Principalmente ne è stato ridotto il numero e sono state svuotate della stragrande maggioranza delle competenze: inoltre ne è stata terminata la natura di enti elettivi: dunque non vi sarà più un presidente della provincia, una giunta e un consiglio eletti, ma un’assemblea di sindaci del territorio, che non riceveranno ulteriori indennità per la nuova carica. Sono state inoltre inserite, con la loro disciplina particolare, le Città metropolitane, già presenti in Costituzione dalla riforma del Titolo V del 2001 e che si avviano ad essere effettivamente attivate.

I nuovi enti si occuperanno principalmente di pianificazione territoriale per il coordinamento (in questo senso dunque i compiti operativi saranno passati ai Comuni), mentre per il resto le materie su cui rimane una vera competenza sono quelle riguardanti le reti  e l’edilizia scolastica, e il trasporto e la gestione delle strade: si tratta di una riduzione importante, che in effetti rende le province una realtà molto meno esecutiva.

L’assenza dell’abolizione delle province in realtà non deve stupire: era impossibile inserirla in questo ddl. Questo perché è la Costituzione a prevederle (in particolare l’art. 114), e di conseguenza sarà possibile cancellarle del tutto solo con un’ampia riforma Costituzionale. La sensazione che si ha leggendo il disegno di legge è che ridurne costi e competenze serva soprattutto ad avviare un percorso che porti alla loro definitiva scomparsa.

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Il logo dell’Unione delle Province Italiane

In generale la scelta non è sbagliata, per quanto ponga una serie di rischi: abolire le province di punto in bianco, contando che comunque queste hanno svariate funzioni, avrebbe rischiato di creare più confusione e disservizi di quanto non ce ne siano oggi. Il problema è che il rischio confusione esiste eccome comunque: tant’è che fin dal primo passaggio alla Camera era iniziata una guerra di cifre: il Governo si aspetterebbe risparmi per 1 miliardo di euro, mentre l’UPI, l’Unione delle Province Italiane solo 150 milioni (da aggiungere ai risparmi sulle elezioni, che pure si contano su centinaia di milioni spalmati negli anni). Di certo due blocchi non per forza neutri nella loro valutazione. Intanto la Corte dei Conti, aveva mostrato delle preoccupazioni per quel che riguarda gli effetti, con il rischio che la ridistribuzione delle competenze porti duplicazioni e problematiche che, all’opposto, aumentino le cifre spese: in questo senso la richiesta della Corte è che si proceda al più presto a un’abolizione definitiva così da eliminare ogni rischio economico ulteriore.

E’ in questo intervento della Corte che sta fondamentalmente il nocciolo della questione. Il ddl Delrio è un primo passo, importante senza ombra di dubbio perché avvia a tutti gli effetti un processo necessario di semplificazione dell’apparato amministrativo. Ma deve essere solo la punta dell’iceberg. Se non lo fosse, al contrario, sarebbe un fallimento clamoroso, che rischia di fare più danni che altro. Quello che viene più in evidenza oggi è il valore simbolico: circa 3 mila incarichi politici in meno di questi tempi sono un segnale importante, per quanto dall’effetto estremamente limitato dal punto di vista economico. E comunque una riduzione degli amministratori, forse davvero troppi nel nostro ordinamento, potrebbe migliorare l’efficienza del sistema. A patto che tutti i processi di riorganizzazione siano fatti con cura (le regole associative dei comuni, necessarie, devono appunto essere molto precise). Rimane che inizia un percorso: c’è da vedere dove porterà.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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