Il curioso caso di David Fincher

29/07/2015 di Francesca R. Cicetti

Con una punta di cinismo, una passione per lo shock, per la drammaticità e la tensione, David Fincher continua a fare da anni quello per cui è più portato, e per cui il cinema è portato. Scuote gli animi, suscita emozioni, racconta storie. Belle storie.

David Fincher

 

Hollywood non è male. Anche se di corte vedute, stupida, a volte meschina. Le persone che ci lavorano, invece, entrano nel mondo della cinematografia per guadagnarsi un buon tavolo in un buon ristorante. Mentre David Fincher, lui, non ha il genere di fan che potrebbe avere Tom Hanks. «Quando scrivi film come i miei, il massimo che ricevi dalle persone è lettere inquietanti». A differenza dei suoi colleghi, non firma pellicole per ricordare agli spettatori che nel mondo, ogni giorno, tutto va bene. Sarebbe una falsità, dice, un inganno. David Fincher si assume la responsabilità di non far sentire l’audience a suo agio. Al contrario. La fa agitare sulle poltrone, scomoda, irrequieta. I suoi film sono così. Gli piace parlare di omicidi, thriller, comporre scene ad alta tensione. La cosa più spaventosa di un serial killer, dice, è che potrebbe essere chiunque, un vicino di casa, qualcuno che sposta la cassetta degli attrezzi nel cuore della notte, «E non puoi sapere se ha il congelatore pieno di peni».

Il suo capolavoro ebbe un successo misero al botteghino. Nel 1999, il trentasettenne Fincher fece di nuovo coppia con Brad Pitt, già protagonista del suo Se7ev, per filmare una pellicola dall’opera di Chuck Palahniuk, Fight Club. Edward Norton interpreta uno yuppie frustrato, schiavo del jet leg e dei mobili ad incastro IKEA, insonne e in grado di trovare pace solamente in gruppi di sostegno per malati terminali. In un viaggio di lavoro incontra un eccentrico produttore di saponette, Tyler Durden (Brad Pitt) che lo coinvolge nella creazione di un misterioso circolo di lotta, il Fight Club, rivoluzionando la sua visione del mondo. Da consumista e americano medio il protagonista si trasforma in un sovversivo eco-terrorista.

La critica accolse freddamente l’opera di Fincher, il pubblico altrettanto. Il regista fu accusato di aver ispirato azioni violente, istigato alla rivolta e incoraggiato comportamenti antisociali. L’ideologia sottesa era un rivolta contro la società del materialismo o una pericolosa apologia di tribalismo fascista? Addirittura lo si rimprovera di proporre soluzioni pericolose e allarmanti. Il vero successo arrivò con l’edizione home video. Il boom di vendite lo portò a divenire uno dei film cult del secolo, tanto che alcune riviste ritrattarono le precedenti recensioni. L’Internet Movie Database lo segnala al decimo posto nella classifica dei migliori film della storia del cinema.

Per Fincher, il film non parla di violenza, non glorifica la violenza e non spinge a praticarla. Nella pellicola, la violenza è una metafora del sentimento. Non andrebbe presentata come un dramma. Ci sono alcune aspettative che il pubblico crea: il suo interesse è nel sorprenderle. Le sue opere sono forti, d’impatto, tengono sospesi. Così con Se7en (1995), Zodiac (2007) e Gone Girl (2014), Fincher si conferma un maestro del thriller. In altre pellicole mostra il suo lato più sentimentale, più fragile. Il curioso caso di Benjamin Button, anche qui in collaborazione con Pitt, racconta la storia di un uomo la cui vita scorre al contrario. Dalla vecchiaia all’infanzia, in attesa del momento in cui incontrerà l’amore della sua vita all’età giusta per entrambi.

«Signore e signori, ho il piacere di presentarvi un omicidio». Con una punta di cinismo, una passione per lo shock, per la drammaticità e la tensione, David Fincher continua a fare da anni quello per cui è più portato, e per cui il cinema è portato. Scuote gli animi, suscita emozioni, racconta storie. Belle storie.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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