Il “Crispino” della Magliana senza protezione alla vigilia del processo al Mondo di Mezzo

03/11/2015 di Luca Tritto

Maurizio Abbatino, storico boss della Banda della Magliana e successivamente collaboratore di giustizia ha visto revocarsi il servizio di protezione da parte dello Stato e tornerà a vivere nel suo vecchio quartiere, in concomitanza con l’apertura del dibattimento che vede alla sbarra Massimo Carminati e la sua Mafia Capitale. Quali sono le implicazioni di questa decisione?

Abbatino

È stato uno dei promotori, organizzatori e capo indiscusso della Banda della Magliana insieme a Franco Giuseppucci ed Enrico “Renatino” De Pedis. Ha guidato l’organizzazione più feroce della criminalità romana, implicata nei più intricati misteri della storia italiana, per poi voltare le spalle ai vecchi sodali e testimoniare contro di loro, in una spirale di odi e vendette che ha visto perire anche suo fratello mentre lui passava la latitanza in Venezuela, dove gli agenti della Squadra Mobile di Roma e della Criminalpol lo arrestarono nel 1992.

Dalle sue dichiarazioni scaturì l’operazione Colosseo, che nel 1993 portò in galera 55 membri della banda. Abbatino è stato testimone chiave anche nei processi sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 e sull’omicidio di Mino Pecorelli, avvenuto nel 1979, dove delineò i legami tra criminalità organizzata, mafia, apparati deviati, politica ed eversione di destra.

Oggi “Crispino” è tornato nei suoi luoghi di origine, alla Magliana. Una commissione del Ministero dell’Interno ha stabilito che non corre più pericolo di vita e gli ha revocato la protezione. Senza mezzi di sussistenza e con ancora una pena da scontare ai domiciliari, l’ex boss non aveva più dove andare. Il tutto a suo rischio e pericolo. L’inchiesta Mondo di Mezzo ha dimostrato che esiste un filo che collega la vecchia organizzazione romana ai nuovi scenari criminali della Capitale. Ricorrenze di nomi, circostanze, collegamenti, senza dimenticare la lunga sequela di omicidi verificatisi dal 2009 a oggi, in cui si è assistiti a un probabile riposizionemanto del panorama delinquenziale della città, vedendo coinvolti vecchi soggetti noti alle cronache sin dagli anni’70 e ’80.

A questo punto le domande sorgono spontanee: come si può sottovalutare il pericolo che corre Abbatino, essendo in circolazione – dopo aver scontato le pene detentive – alcuni dei suoi ex compagni? Non esiste il rischio che qualcuno abbia voglia di vendicarsi dei torti subiti? Ma soprattutto sorprende che la misura di revoca sia stata prima rigettata, poi approvata pochi giorni dopo l’operazione Mondo di Mezzo.

Non si può non cogliere uno strano messaggio (involontario, fino a prova contraria) che induce a pensare ad una sensazione di “usa e getta” nei confronti di figure oramai imprescindibili nella lotta al crimine organizzato come i collaboratori di giustizia. Lungi da noi il “santificare” figure votate alla delinquenza che, per svariate motivazioni, decidono di passare dalla parte dello Stato. Ma una volta che ciò accade, sarebbe necessario tutelarne la sicurezza, sempre, anche per non disincentivare altri da emularne le orme. In particolar modo in un momento tanto delicato per Roma come quello odierno.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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