Il conte di Cagliostro, l’altra faccia dell’Italia

02/02/2014 di Silvia Mangano

Conte di Cagliostro

L’Italia ha sempre avuto due facce. Quella di Paolo e quella di Pilato (in fondo Tarso sta all’Impero Romano come il Congo sta all’Italia di oggi). Quella di Tommaso d’Aquino e quella di Federico II di Svevia. Quella di Francesco II di Borbone e quella di Vittorio Emanuele II di Savoia. Ogni epoca allestisce lo scenario dell’epica battaglia tra virtù e vizio, e lo sceneggiato ha inizio quando i personaggi scelgono da che parte schierarsi: sono chiamati a decidere se fronteggiare la mentalità del mondo e combattere l’ingiustizia o incarnarne le superbe aspirazioni e vedere il sipario dell’ambizione calare tragicamente sulla propria sconfitta. La virtù non ha mai ripagato in vita, il vizio – Shakespeare insegna – sazia fino al quarto atto, ma con l’aprirsi del quinto ti fa scivolare nel baratro. Alcuni italiani hanno scelto la strada degli ideali, altri hanno intrapreso quella delle passioni. Sono questi anti-eroi ad aver contribuito a costruire il mito dell’italianità (pizza-pasta-mandolino-Padrino ecc.). E per spiegare l’origine della pessima reputazione di cui godiamo, abbiamo scelto il campione dei truffatori italiani: un povero siciliano che, grazie all’esercizio della disonestà, acquistò un titolo nobiliare, si spacciò per un mago alchimista e riscosse successo in tutta Europa, fino ad arrivare alla corte di Luigi XVI.

Conte di CagliostroIl Conte di Cagliostro, al secolo Giuseppe Balsamo, nacque in Sicilia nel 1743 da una famiglia indigente di bassa estrazione sociale. Rimasto orfano di padre, venne accolto in un collegio, ma il suo carattere inquieto e ribelle costrinse la famiglia a spostarlo in un convento di frati. Negli anni dell’adolescenza, si interessò allo studio delle erbe medicinali e delle arti mediche, ma dopo aver fatto la conoscenza di un certo Althotas, fuggì all’estero e girò le coste del Mediterraneo orientale. Il primo documento ufficiale che la storia possiede su Balsamo, oltre al certificato di battesimo, è il certificato di matrimonio, avvenuto il 21 aprile 1768. La sposa, Serafina Feliciani, era una ragazza romana, povera e analfabeta, ma particolarmente brava nel sedurre gli uomini con la sua bellezza e il suo fascino. Approfittando della loro innata furbizia, i due coniugi si dedicarono fin da subito al crimine, truffando sciocchi superstiziosi o creduloni, e si procurarono ben presto l’ira del corpo di polizia romano. Ebbe così inizio il lungo peregrinare da una città a l’altra, talvolta sfuggendo al carcere tal altra finendo in arresto, che li fece diventare famosi in tutta Italia. Giacomo Casanova, dopo aver conosciuto Cagliostro, lo definì «un genio fannullone che preferisce la vita da vagabondo a un’esistenza laboriosa».

I primi anni di matrimonio, si sa, sono gli anni dell’unione e della complicità degli sposi, e la squisita intesa di questa coppia creava il meglio di sé quando si trattava di ordire piani ai danni di poveri ingenui. Riuscirono a strutturare un modus operandi da far invidia ai Thénardier di Victor Hugo. Il copione era standard: giunti in una nuova città, Cagliostro si inseriva nelle cerchie altolocate e si vantava delle sue doti di alchimista, curatore e mago, inducendo nobili e ricchi borghesi a mandare i propri figli alla scuola del Re Mida (ricordiamoci che questi sono gli anni dell’Illuminismo e che la maggior parte di questi illuministi “illuminati” voleva liberare le menti ottenebrate del popolo dal giogo della Chiesa e della Monarchia e, nel tempo libero, cercavano di trasformare il metallo in oro!). Serafina, intanto, sceglieva un ricco gentiluomo sotto consiglio dello stesso Cagliostro e lo seduceva; dopo esserne divenuta la concubina, si faceva mantenere con il marito a spese dell’amante. Nel caso si trovassero in grosse ristrettezze economiche, veniva messa in scena la farsa del marito inconsapevole che trova la consorte discinta tra le braccia di un altro uomo e che non può far altro che accettare un’enorme somma di denaro come risarcimento dell’onore perduto. Il sistema si rivelava perfetto finché la coppia non veniva scoperta, dopodiché, costretti a fuggire per non finire in prigione, migravano in un’altra città o in un altro stato.

Nel 1777, Cagliostro fu iniziato alla massoneria nella loggia L’Esperance, situata in un ostello di Londra. Nella sua mente questo era il primo passo sulla strada che lo avrebbe portato al successo e alla ricchezza. Deciso a fare il massone, smise per qualche tempo di esercitare la professione di ladro, per dedicarsi interamente all’alchimia e all’esoterismo da fiera. Giunto in Olanda, si esibì a L’Aia nella loggia L’indissoluble, facendo sfoggio di un proto-esperanto maccheronico, che fu accolto con gran plauso dai massoni olandesi. Il discorso in proto-esperanto non era altro che un lungo monologo in cui Cagliostro inserì parole di tutte le lingue conosciute. Possiamo immaginare che il risultato fu a dir poco imbarazzante, ma riscosse un discreto successo in loco. Ovviamente dopo qualche mese il conte e la contessa di Cagliostro furono costretti a fuggire; finché arrivati a Strasburgo, il conte promise alla moglie di rinunciare alle disonestà e si contentò di fingersi “soltanto” un medico. In poco tempo, riacquistarono un buon nome e riuscirono a vivere dignitosamente per diversi mesi, ma per Cagliostro era un insulto alla sua intelligenza ammazzarsi di lavoro per guadagnare onestamente una miseria, quando poteva far soldi utilizzando un accorto mix di bugie e parlantina.

Fu così che sviluppò l’idea che gli avrebbe cambiato (e rovinato) la vita. A Strasburgo conobbe il cardinale de Rohan, un tipo piuttosto superficiale che amava la buona chiacchiera e la vita di palazzo. Cagliostro e Serafina convinsero de Rohan di aver ricevuto l’incarico divino di fondare la Massoneria di Rito Egizio, un’istituzione divisa in più livelli e in cui lui e la moglie avrebbero rivestito i rispettivi ruoli di Gran Cofto e Grande Maestra del Rito d’adozione. Il manifesto del Rito Egizio non era diverso da quelli delle altre sette gnostiche dell’epoca: gli aderenti avrebbero attraversato un cammino di purificazione e di rinnovamento fisico-spirituale, che non comprendeva rinunce di alcun genere. L’Ente Supremo (così veniva chiamato dal conte), che aveva visitato Cagliostro in una visione onirica, lo aveva nominato unico depositario del mysterium magnum, il cui contenuto non fu mai svelato. De Rohan, allettato dal progetto di Cagliostro, invitò i suoi due nuovi amici nella residenza cardinalizia a Parigi. Giunsero in città all’alba del 1785 e iniziarono subito a radunare seguaci per il nuovo progetto.Per aderire al Rito Egizio non bisognava possedere requisiti particolari, bastava pagare la quota d’iscrizione e continuare a versare la tassa di partecipazione. In più se l’adepto era un giocatore, Cagliostro si vantava anche di poter predire i numeri del lotto. Sempre a Parigi, fondò due logge massoniche con Luigi Filippo II di Borbone (conosciuto come Philippe Égalité), una maschile e una femminile, entrambe frequentate dall’aristocrazia di Versailles.

Ma il quarto atto della tragedia del conte di Cagliostro stava ormai per concludersi. Il Fato bussò alla porta dei conti quando vennero ingiustamente incolpati di aver ideato il raggiro conosciuto alla storia come “lo scandalo della collana”, che aveva visto coinvolti la regina di Francia, Maria Antonietta, il conte e la contessa De la Motte e il cardinale de Rohan. Il 22 agosto 1785 furono arrestati e Cagliostro finì nella Bastiglia. Pur riconosciuti innocenti, persero il titolo, i possedimenti e la reputazione. L’inganno del Rito Egizio venne smascherato e i coniugi soprannominati dei «buffoni». Più poveri di quando erano scappati, fecero ritorno a Roma e soggiornarono presso la casa del padre di Serafina, finché non giunse voce alle guardie pontificie che l’alchimista e massone Cagliostro aveva varcato le porte della città eterna.

Venne accusato, stavolta anche da Serafina, stanca di prostituirsi e di fuggire, e imprigionato con l’accusa di eresia. Durante gli interrogatori, il conte cercò di ingraziarsi le autorità in ogni modo: finse di non sapere che le istituzioni massoniche erano state condannata dalla Santa Sede, propose che il Rito Egizio fosse riveduto, corretto e approvato come nuovo ordine religioso cattolico, infine tentò la carta delle visioni e dei contatti mistici con Dio, il quale gli comunicava di essere il nuovo messia. Nonostante i fantasiosi tentativi, non riuscì a evitare la condanna al carcere a vita. Dopo una breve detenzione a Castel S. Angelo, visse gli ultimi anni della sua vita in una cella della Rocca di San Leo. Morì in preda ai deliri il 26 agosto 1795. Cagliostro non può essere paragonato agli eroi del diciottesimo secolo italiano, figure di ben altra levatura morale; ma la sua intraprendenza negli imbrogli e la sua astuzia truffaldina sono lo specchio di un’altra Italia, un’Italia che è sempre esistita e non è mai riuscita a “educarsi”. Cagliostro rappresenta l’altra faccia dell’Italia, quella che a volte è ridicola, altre volte è imbarazzante e molto spesso è grottesca.

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Silvia Mangano

Classe 1991. Si laurea con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma. Attualmente studia Scienze Storiche – Età moderna e contemporanea alla Sapienza. Frequenta un diploma di perfezionamento in religioni comparate presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e scrive per la rivista di divulgazione storica InStoria.
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