Il circo volante di Terry Gilliam

07/07/2015 di Francesca R. Cicetti

Quella di Gilliam è un’esuberanza di inquadrature sghembe, debordanti e barocche, così evidenti da renderlo riconoscibile dopo pochi minuti di visione

Terry Gilliam

Se tutti girano film fantastici, lui farà qualcosa di diverso. Perché odia essere incatenato a un genere, Terry Gilliam, che dei bambini ammira ancora l’immaginazione, l’astrazione, la capacità di sognare piccoli mondi fiabeschi. Così, costruendo un cinema di contraddizione e fantasia, Gilliam ha viaggiato dal circo volante dei Monty Python alla scalcinata burocrazia di mondi futuri, coltivando strada facendo numerose perle della cinematografia distopica.

La sua è un’esuberanza di inquadrature sghembe, debordanti e barocche, così evidenti da renderlo riconoscibile dopo pochi minuti di visione. Il suo capolavoro, Brazil (1985), è un marchio di fabbrica, Gilliam allo stato puro. Un’ampollosa ammucchiata di tubi e cavi d’acciaio, una città stritolata dall’amministrazione e dai ministeri in cui la nota tragicomica è una canzonetta sudamericana, Aquarela do Brazil, che ricorre nelle vite degli alienati protagonisti. Brazil è un futuro in cui un insetto incastrato in una stampante genera un errore di sistema, esecuzioni sommarie, morti e autodistruzione.

Lo stesso stile torna nel 1995, con L’esercito delle 12 scimmie, ancora fantascienza, questa volta post apocalittica, povera e misera. Un 2035 così tetro che Gilliam in persona girò per mercatini delle pulci e grandi magazzini cercando l’arredamento adatto. Tutto per incoraggiare un certo tipo di fantasia, un certo tipo di magia. Nella testarda convinzione che il mondo non sia sempre come viene tradizionalmente dipinto, ma possa espandersi oltre.

E forse proprio condividendo questa visione fiabesca, JK Rowling avrebbe voluto Terry Gilliam a dirigere l’adattamento di Harry Potter e la Pietra Filosofale. Ma la Warner Bross, in disaccordo, gli preferì Chris Columbus, e Gilliam dovette accontentarsi di un omaggio in Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 1, diretto da David Yates, dove i Mangiamorte infiltrati nel Ministero della Magia si ispirano nello stile ai burocrati totalitari di Brazil.

Ma poiché non tutto è favola, Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo, quattordicesima pellicola di Terry Gilliam, ha le sue radici in una disgrazia. «Eravamo tutti entusiasti, ci eravamo salutati ridendo. Poi, il giorno dopo, al computer, mentre stavo guardando le notizie sul web, ho letto che Heat era morto. Pensavo a uno scherzo, a una trovata della pubblicità di cui io non fossi al corrente. Poi ho capito che era vero». Così Terry Gilliam racconta le ultime ore di vita dell’attore Heat Ledger, prematuramente scomparso durante le riprese della sua ultima pellicola come protagonista. Una crudeltà del caso, quasi inspiegabile, la fatalità di un mix di sonniferi e medicinali regolarmente prescritti.

«Quando è morto ho detto “dobbiamo fermarci, non possiamo finire il film”» prosegue il regista, «Ma tutti mi hanno detto “no, dobbiamo andare avanti, per mostrare al mondo il lavoro di Heath”». Così, il 15 febbraio 2008, dopo un’iniziale interruzione, la produzione chiama a raccolta tre attori d’eccezione: Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell. A loro spetta il compito di interpretare il ruolo del protagonista, Tony Shepherd, nelle scene lasciate incompiute da Heath Ledger. La soluzione è subito ritenuta migliore rispetto a quella di girare le parti mancanti con una figura virtuale dell’attore, e viene resa possibile solo dalla straordinaria fantasia barocca e all’eclettismo figurativo di Terry Gilliam. «Siamo stati fortunati ad avere a che fare con specchi magici, nel film» dice il regista, ma la verità è che non si è trattato di fortuna. Parnassus rappresenta l’espressione più compiuta dello stile di Gilliam, con una trama sufficientemente fantasiosa da permettere persino un ‘cambio di faccia’.

Così il maestro dei futuri distopici, tra visionarietà e delirio, coltiva lo stupore dello spettatore, in un turbinio di scenografie psichedeliche, accostamenti cromatici contrastanti e paesaggi schizofrenici. Perché «Il mondo», citando le sue parole, «È un milione di cose possibili». E lui ha intenzione di rappresentarle tutte.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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