Il caso del Giappone: Svalutazione e bilancia commerciale

20/01/2014 di Giovanni Caccavello

Nessun paese meglio del Giappone ci puo’ permettere di capire la correlazione tra svalutazione e bilancia commerciale. Tutto in perfetta sintonia con la teoria economica.

Secondo la comune “saggezza” economica Italiana, una qualsiasi moneta nazionale, se svalutata, porta automaticamente ad un sensibile miglioramento della bilancia commerciale del paese preso in considerazione. Al tempo stesso, come tutti spesso si affrettano a sottolineare, l’economia è una “scienza empirica”, cioè una scienza che si fonda principalmente sui dati che l’economia reale fornisce agli “adetti ai lavori” giorno dopo giorno. Come conseguenza quasi ovvia, tutti coloro che hanno affrontato un qualsiasi corso di statistica (ramo scientifico molto caro agli economisti) hanno imparato, durante una delle loro prime lezioni, la differenza tra il concetto di correlazione e quello di causalità. Una correlazione non implica una casualità. Il pensiero economico che porta a relazionare in modo diretto svalutazione e bilancia commerciale risulta quindi essere non corretto poichè presuppone una relazione causa-effetto che va proprio contro la definizione di correlazione e contro quel principio cardine poco sopra citato. Volendo quindi essere più precisi si dovrebbe più correttamente affermare che “a seguito di una svalutazione la bilancia commerciale di un paese DOVREBBE migliorare”.

Shinzo Abe, primo ministro del Giappone
Shinzo Abe, primo ministro del Giappone

La teoria economica… – Come gia’ riportato in un articolo riguardante l’Italia e l’Euro, uno dei teoremi più importanti in economia internazionale è il cossidetto principio di “Marshall-Lerner” che spiega in modo molto chiaro come il miglioramento della bilancia commerciale di un paese non dipenda in modo diretto dalla svalutazione della propria moneta. Secondo i due studiosi, infatti, una correlazione più stretta esiste tra la bilancia commerciale e l’elasticità della domanda. Se l’elasticità della domanda risulta essere superiore ad 1 (cioè sensibile al cambiamento), allora, nel lungo periodo, la svalutazione potrà portare ad un miglioramento della bilancia commerciale. Secondo il principio, la correlazione tra svalutazione e bilancia commerciale, se riportata su un grafico, nel breve periodo tende ad essere negativa e porta la bilancia commerciale a peggiorare. Tale curva viene chiamata dagli economisti “J-Curve”. Solo nel lungo periodo, se il paese risulterà essere veramente competitivo, la bilancia commerciale tenderà a migliorare in modo sensibile e porterà il paese in una situazione di “attivo”.

L’economia reale – L’esempio del Giappone è un caso perfetto per mostrare in modo empirico la validità di tale tesi. Nel corso di questo ultimo anno, tra il 23 Gennaio 2013 e il 20 Gennaio 2014, lo YEN si è svalutato di oltre il 15% nei confronti del Dollaro e del 20% nei confronti dell’Euro, ma allo stesso tempo la sua bilancia commerciale tra il Novembre ed il Dicembre del 2013 a toccato il nuovo record negativo di 5,7% miliardi di Dollari. Mai così in “rosso”. Al di là delle attenuanti “post-Fukushima” la sensazione di molti economisti è la seguente: la svalutazione imposta dall’Abenomics non è riuscita a rallentare un trend negativo che ha eroso tutto il “Trade Surplus” Giapponese nel corso di questi ultimi 20 anni. Secondo alcune previsioni la bilancia commerciale del paese nipponico è destinata a peggiorare ancora considerando il fatto che la poplazione Giapponese sta invecchiando e il tasso di risparmi familiare risulta essere molto basso. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, al fine di rilanciare gli export, il Giappone dovrebbe riformare in modo armonico la propria struttura interna così da rendere nuovamente competitiva la sua intera economia che, ad oggi, con una Cina sempre più forte e altri paesi asiatici in espansione, si trova sempre piu’ in difficoltà.

Il caso Cina – Un altro esempio che merita di essere osservato più da vicino è quello riguardante la Cina. Tra il 2005 ed il 2013, le ammistrazioni Bush ed Obama sono riuscite, attraverso accordi bilaterali, a far apprezzare lo Yuan di circa il 37% nonostante la Cina promuovesse una politica di cambio fisso al fine di poter mantenere un libero scambio dei fattori di produzione. Nonostante questo, però, la differenza tra la bilancia commerciale Cinese e quella americana è aumentata nel corso di questi ultimi 8 anni del 45%. Ciò significa che non sempre una moneta più forte deteriora la bilancia commerciale di un paese. Il nuovo presidente Cinese ha iniziato un lungo processo riformativo che renderà la Cina, nel lungo periodo (secondo le stime di Pechino), un paese ancora più aperto, moderno e capitalista, pur mantenendo una struttura politica interna iper-statalista. Una delle prime misure prese dal nuovo presidente Cinese è stata quella di allentare la politica sulle nascite al fine di ridare vigore ad una societè sempre più “anziana” e uno dei primi annunci è stato quello di promuovere i risparmi familiari, oltre che il consumo, al fine di poter condurre una politica di investimenti.

Dollari e Yuan
Dollari e Yuan

L’Italia – Allo stato attuale, come tutti sappiamo, l’Italia non può svalutare, nonostante molti economisti e politici sperino in un ritorno alla “Sovranità”. Si vocifera spesso, nelle trasmissioni anti-Euro ed anti-Europa, il ritorno ad una Lira svalutata di circa il 20-30% rispetto al valore attuale della moneta comune ma ci si dimentica sempre sia della teoria economica che dell´economia reale. Tra il 2006 ed il 2013 il tasso di risparmio degli Italiani è sceso dal 9,5% al 4,5% mentre la popolazione diventa sempre più vecchia. In altri paesi europei come Francia, Germania ma anche Portogallo e Spagna, tra gli altri, il tasso di risparmio familiare è aumentato e la popolazione cresce ad un ritmo più elevato rispetto al nostro. Il rischio, molto probabile, visto anche il caso Giapponese, è che il nostro paese, il quale lentamente sta tornando ad avere una bilancia dei pagamenti in attivo dopo aver raggiunto un minimo del 3,5% nel 2010, torni a peggiorare nuovamente tale schema statistico con il ritorno ad una moneta nazionale svalutata. I dati di inizio 2013, mostrano come nel 2012 il disavanzo della bilancia dei pagamenti fosse sceso allo 0,8% con prospettive positive per i prossimi anni, mentre guardando all’export, quest’ultimo ha fatto segnare nel 2013 un +3,2% rispetto all’anno precedente, per un totale di 483,3 miliardi di Dollari.

Anche in questo caso, seguendo il ragionamento di Marshall e Lerner, la risposta migliore ai nostri problemi attuali non sarebbe quella di svalutare ma dovrebbe invece evidenziare la necessità impellente di riforme strutturali al fine di tornare ad essere competitivi all’interno di un’economia sempre più globale. Svalutare mantenendo una pressione fiscale tra le piu’alte in Europa, un mercato interno molto inefficiente, un governo sprecone, incapace di agire in modo concreto e privo di abilità nell’attrarre investimenti dall’estero molto bassa non e’ sicuramente la risposta esatta ai problemi degli Italiani e dell’Italia.

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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