Il caso Battisti: beffa o fondati timori di persecuzione?

15/03/2015 di Michele Pentorieri

Un ennesimo capitolo va ad aggiungersi all’interminabile affaire dell'ex terorrista Battisti. L’ennesimo colpo di scena che testimonia quanto la questione sia controversa e di difficile risoluzione

Cesare Battisti

Lo scorso 3 Marzo il sito brasiliano Estadao annunciava, citando fonti giudiziarie, che Cesare Battisti sarebbe stato espulso dallo stato latinoamericano, nel quale si rifugia dal 2004. In effetti, la giudice federale di Brasilia, tale Adverci Rates Mendes de Abreu, accoglie in quei giorni la richiesta della Procura Federale che chiedeva di considerare nullo l’atto di Governo che aveva garantito il permesso di soggiornare in Brasile all’ex terrorista rosso perché contrario alle leggi sull’immigrazione brasiliane. Facendo seguito a questa richiesta, la giudice si è però spinta oltre, fino a decidere che, venendo meno l’atto di Governo di cui sopra, la situazione risultante era quella di un soggetto straniero con situazione irregolare e, per i suoi crimini commessi in Italia, passibile di espulsione. Nel formulare la sua richiesta di espulsione, la Giudice si è giustamente cautelata, affermando che la sua decisione non avrebbe contraddetto quella dell’ex Presidente brasiliano Lula che, il 31 Dicembre 2010, aveva espresso un netto rifiuto verso la richiesta di estradizione formulata dall’Italia. La procedura di espulsione, infatti, riguarda l’allontanamento di un soggetto verso un Paese disposto ad accoglierlo, mentre l’estradizione implica un allontanamento verso il suo Paese d’origine.

Il giorno seguente, il Ministro della Giustizia Orlando si è precipitato a Porta a Porta, affermando che l’Italia era pronta a presentare l’ennesima istanza di estradizione. Proclama quantomeno prematuro poiché si sarebbe dovuto attendere che la sentenza della giudice brasiliana diventasse definitiva, che fosse avviato l’iter per l’espulsione di Battisti verso un Paese disposto ad accoglierlo e che fosse espulso verso questo Paese prima di presentare finalmente l’istanza a quest’ultimo.

La vicenda sembra avere una svolta decisiva quando, il 12 Marzo, Battisti viene arrestato dalla polizia federale brasiliana. La misura sembra essere il preludio all’espulsione verso il Messico o la Francia- suoi ultimi Paesi di residenza-. Dopo solo 7 ore di fermo, tuttavia, l’ex terrorista viene rilasciato, per la soddisfazione sua e dell’avvocato difensore Igor Sant’Anna Tamasauskas. Quest’ultimo aveva sostenuto, in quel frangente, che non spetta ad un giudice di primo grado decidere sull’espulsione di un individuo.

Quanti speravano in un ritorno di Battisti in Italia per scontare l’ergastolo che pende sulla sua testa sono rimasti, una volta di più, a bocca asciutta. In effetti, è forte il sentimento popolare di ingiustizia nei confronti di una situazione che si percepisce abbastanza paradossale: un pluriomicida acclarato passeggia a piede libero per le strade del Brasile ed il Paese nel quale è nato e nel quale ha commesso quegli omicidi si dimostra impotente di fronte a tale condizione. Per chiarire la situazione, è necessario ricordare brevemente le disavventure brasiliane dell’ex terrorista.

A seguito di indagini congiunte portate avanti da agenti francesi e carabinieri del ROS, il 18 Marzo 2007 Battisti viene arrestato a Copacabana. Il Governo italiano fa giustamente sentire la propria voce, chiedendone l’immediata estradizione, che non avviene. Addirittura, nel Gennaio del 2009 l’allora ministro della giustizia brasiliano Tarso Genro, contraddicendo quanto stabilito dal CONARE- l’organo che esamina le richieste di asilo politico- decide di concedere a Battisti proprio lo status di rifugiato politico. La condizione viene revocata, sempre nel 2009, dal Supremo Tribunal Federal e l’ex terrorista viene condannato ad una pena di due anni da scontare in regime di semi-libertà (per utilizzo di passaporto falso). Si arriva al fatidico 31 Dicembre 2010 con la decisione di Lula, nel suo ultimo giorno di mandato, di negare in maniera definitiva e perentoria l’estradizione. Il resto è storia recente e risale a pochi giorni fa.

Al di là dei dubbi avanzati dai suoi difensori circa gli aspetti processuali della vicenda, sui quali non è nostra intenzione indagare, l’aspetto importante resta quello dei presunti trattamenti inumani e degradanti ai quali sarebbe esposto Battisti una volta rimpatriato.

Le motivazioni alla base della decisione del 2010 di Lula di vietare l’estradizione fanno riferimento proprio al regime carcerario al quale sarebbe stato sottoposto l’ex terrorista una volta rientrato in Italia. Tuttavia, volendo guardare alla questione con malizia, la decisione potrebbe configurarsi come uno sgarbo fatto da uno dei Presidenti politicamente più a sinistra dell’intera storia del Brasile ai danni di un Governo, quello italiano, la cui carica più importante era nelle mani di Berlusconi. Inoltre, molti esponenti dell’allora Governo Lula avevano un passato tra le fila dei movimenti armati di sinistra degli anni ’60, ’70 e ’80. Ovviamente, in quel caso si trattava di opposizione ad un regime militare, ma la possibilità che abbiano visto in Battisti qualche elemento familiare non è da escludere, anche se da aborrire.

Il vero problema è che la questione non viene mai indagata secondo i canoni giusti, ossia quelli giuridici. La vicenda continua ad essere ostaggio delle beghe politiche, con i vari La Russa e Meloni a pretendere la mano ferma italiana nel riportare a casa il nemico rosso e consegnarlo alle patrie galere, mentre un insolitamente pacato Paolo Ferrero invitava tutti, nel 2010, ad accettare con serenità le decisioni di Lula. Lasciando da parte i proclami politici, che hanno dimostrato di conciliarsi piuttosto raramente con la sostanza della questione, ciò che gioverebbe davvero ad una migliore comprensione e chiarezza della stessa sarebbe tenere conto del diritto internazionale.

Nel 1989 Brasile ed Italia firmano un trattato che regola l’istituto dell’estradizione tra i due Paesi. Tra le altre cose, viene stabilito che: “l’estradizione non sarà concessa dallo Stato richiesto, se […] d) il fatto in questione è considerato dallo Stato richiesto come un reato politico […] e) la Parte richiesta ha serie ragioni per ritenere che la persona in oggetto sarà sottoposta ad atti persecutori o discriminatori per motivi di razza, di religione, di sesso, di nazionalità, di lingua, di opinioni politiche, o che la situazione di detta persona rischia di essere aggravata da uno degli elementi suddetti”. Inoltre, “l’estradizione non sarà altresì concessa […] se vi è fondato motivo di ritenere che la persona richiesta verrà sottoposta a pene o trattamenti che comunque configurano violazione dei diritti fondamentali”.

Se quindi, come ha fatto il Presidente Lula nel 2010, si ritiene che il reato sia politico e che la pena includa violazione di diritti fondamentali, c’è ben poco da fare, se non cambiare l’intera impostazione del trattato. Peraltro, a sostenere i “fondati motivi” dei sostenitori della causa di Battisti, c’è la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo datata 8 Gennaio 2013. Nella “Causa Torreggiani e altri c. Italia” (per ironia della sorte uno degli omicidi di cui è accusato Battisti è quello del quasi omonimo Pierluigi Torregiani) la Corte ha dichiarato che le condizioni delle carceri italiane (nel caso di specie erano quelle di Busto Arsizio e Piacenza) possono configurarsi come violazione dell’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Quindi come trattamenti inumani o degradanti.

Vani appaiono anche i tentativi di riportare Battisti in Italia facendo leva sul principio dell’aut dedere aut judicare, che obbligherebbe uno Stato a estradare l’individuo condannato o a giudicarlo nel Paese stesso in cui si è rifugiato. La maggior parte degli studiosi non ritiene, infatti, che il principio abbia quei caratteri di opinio juris e di diuturnitas necessari a farne una consuetudine internazionale. Il principio, quindi, sarebbe realmente vincolante soltanto nel caso in cui sia codificato in un trattato tra le parti.

Tra incertezze connesse all’applicazione del trattato tra Italia e Brasile del 1989, sentenze che stigmatizzano la condizione delle carceri italiane e tentativi di riportare indietro l’ex terrorista, la situazione non è delle più semplici. L’unica cosa certa è che la questione sarebbe meglio indagabile e risolvibile se sottratta alle mani della politica e consegnata alle più consone analisi giuridiche.

 

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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