Il caso Amt Genova: il disastroso connubio politica-economia pubblica

23/11/2013 di Luca Andrea Palmieri

AMT Trasporto Pubblico Genova

Pubblico o privato? – Leggendo di quel che succede a Genova con l’Amt, l’azienda di trasporto pubblico, viene in mente uno dei motivi classici con cui gli economisti di matrice liberista spiegano perché sia meglio privatizzare certi servizi invece che lasciarli in mano pubblica: il pubblico non avrà interesse a tenere i conti in ordine, in quanto tutto ciò che ha matrice politica non si muove sulla base del guadagno, ma del consenso. Fare concessioni ai sindacati ed andare a creare una spesa che aumenta la base elettorale è, dal punto di vista del politico, meglio del tenere i conti in ordine al costo di perdere voti (tanto il costo dei conti in disordine è diffuso, e si spalma su una base molto più ampia di quella elettorale del singolo politico locale). Viceversa, dicono gli stessi economisti, il privato avrà come obiettivo anche e soprattutto quello di fare cassa, e per questo una gestione efficiente di una società gli conviene molto di più. Quest’ultimo assioma però è tutto da dimostrare, o meglio, si porge una domanda: come faccio cassa? Riduco il personale (meno stipendi da pagare)? Alzo i prezzi dei biglietti (più introiti)? Le soluzioni sono diverse, e vi sarebbe da discutere. Tutto questo però va a volte a scapito dell’interesse generale, dato che, probabilmente, meno persone avranno un lavoro (aumento della disoccupazione) o meno persone potranno permettersi di accedere al servizio (aumento dei prezzi). D’altronde la paura, in caso di privatizzazione, è che oltre al costo sociale non si ottenga alcun vantaggio nel servizio: laddove non si riuscisse a creare un regime di concorrenza (e francamente in una città come Genova è difficile che più di un’azienda di trasporto lavori con margini di guadagno sufficienti) il rischio è che, non essendoci spinte competitive la frequenza degli autobus non aumenti e la loro manutenzione sia ridotta allo stretto indispensabile. Insomma, i timori, sia dei cittadini che dei dipendenti, potrebbero essere fondati.

Sciopero Genova, servizi pubblici, amt e politicaL’incapacità della politica – E’ qui che dovrebbe intervenire lo Stato, o meglio, dovrebbe mostrare di avere davvero una forza di controllo. Nel momento in cui il trasporto pubblico genovese necessitasse di un’azienda privata, si dovrebbero porre dei paletti che non solo servono a garantire i lavoratori, ma anche l’efficienza del servizio. E questo la nostra classe politica non è mai stata in grado di farlo. Il problema è che, dopo anni di gestione pessima, con perdite che significherebbero, ovunque e in qualsiasi caso, fallimento e dismissione della società, riuscire a ottenere tutto sarebbe praticamente impossibile. O si salva l’azienda e i posti di lavoro, ancora una volta con soldi pubblici e senza possibilità che il servizio migliori, o si paga un costo sociale notevole: quello dei lavoratori di troppo che sono costretti alla cassa integrazione. Senza contare poi gli sprechi di un sistema che tende a spendere sempre di più. Costi sociali vs. altri costi sociali – Chiariamoci: le responsabilità della politica, visto anche il discorso iniziale, sono enormi. Se la politica ha perpetrato questi sprechi è perché, utilizzando un ragionamento economico, era il modo più efficace ed efficiente per portare avanti il proprio interesse: quello di mantenere o aumentare la propria influenza (e sulla cultura del “servizio pubblico” in Italia, ci sarebbe molto da dire: un condannato per corruzione, in qualsiasi altro paese, non continua certo a prendere il 16%).

Sprechi e (s)vantaggi- Il gioco è tutto là: chi sapeva degli sprechi? Probabilmente chiunque lavorasse nell’azienda si poteva render conto che le cose non andavano come dovevano: ma tanto le garanzie sindacali danno vantaggi, perché rischiarle? Per non parlare di tutti i concessionari per le manutenzioni che hanno fatto lavori molto più lunghi e complessi con costi e tempi ben maggiori del necessario. Questi soggetti rappresentano tutti una potenziale base elettorale, da tenere sempre buona (se non per essere votati, quantomeno perché non faccia campagna contro: il caso Genova, nel suo limite, lo dimostra). Si tratta di molta, moltissima gente (basta ampliare il discorso alle famiglie). Si tratta tra l’altro di soldi: non solo tenuti per sé, ma anche in parte ridistribuiti: quei pagamenti gonfiati nel tempo vanno sì nelle casse degli amministratori delegati, ma anche negli stipendi degli operai, che hanno più da lavorare. Nel momento in cui certe cose, all’interno di una comunità, si espandono a così tanti soggetti, forse è il caso di chiederci una cosa: ma non saremo noi stessi il mostro che ha generato questa classe politica e questo sistema di sprechi? I tempi aumentati, le tariffe gonfiate, che comunque ci fanno bene perché ci danno lavoro ed arrivano alla busta paga, non sono forse un problema che prima o poi bisogna pagare?

Un Titanic che affonda da 30 anni – Ai posteri l’ardua sentenza. Fatto sta che, la sensazione è che a Genova la situazione finirà per essere la solita: a pagare saremo tutti, come Italia, perché non si possono creare problemi a nessuno: colpirne 60 milioni (meno) per salvarne un migliaio. Il problema è che, colpo di qua, colpo di là, il paese è con l’acqua alla gola

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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