Il caos politico nella Camera degli ultrà

13/02/2015 di Edoardo O. Canavese

Alla Camera tra maggioranza ed opposizione va in scena lo scontro (più fisico che intellettuale) sulla riforma del Senato, dalla ricorso all'Aventino di M5S, Lega, Sel e minoranza dem alla minaccia di Renzi del ritorno alle urne.

Montecitorio’s ArenaSpintoni, insulti, espulsioni, cori. No, non ci stiamo riferendo ad una normale domenica di pallone. Parliamo della Camera dei Deputati, teatro, o per meglio dire stadio, di una delle più facinorose ed indegne sedute (perché di una si trattava, la così detta “seduta fiume”) delle ultime legislature. Oggetto del contendere, la riforma del Senato, quella stessa che i senatori, pur con diffuso malpancismo, erano riusciti a confermare. E sulla quale i certo meno coinvolti colleghi deputati stanno dando combattendo una battaglia confusa, che pare vedere ormai “solo” la maggioranza renziana schierata a suo favore. Mentre il resto dell’emiciclo gli è ostile: a Renzi, prima ancora che al Senato riformato.

Opposizione allargataIl voto sul nuovo Senato è il primo banco di prova del governo dopo la rottura del Patto del Nazareno. In teoria la maggioranza avrebbe i voti per votare la riforma costituzionale così com’è uscita dal voto dei senatori. In pratica Renzi rischia di doverla modificare, per farla approvare, e rimandarla cambiata al voto del Senato, dove la conferma risulterebbe tutt’altro che garantita. Perché? Oltre a quella di M5S, Sel e Lega Nord, si aggiunga anche l’opposizione di Forza Italia, offesa dal presunto “tradimento” sulla scelta di Mattarella e oggi ben contenta di complicare la vita alle riforme del “birichino” Renzi. E d’altro canto, con il Patto del Nazareno ancora in piedi, FI sarebbe probabilmente corsa in aiuto alla maggioranza nel caso in cui la minoranza del Pd avesse reclamato cambiamenti alla riforma, come era accaduto con l’Italicum. Oggi tutto si complica.

Camera-renzi
Le difficoltà sono iniziate presto per Matteo Renzi, dopo la fine del Patto del Nazareno

Matteo contro tutti – Renzi non è probabilmente mai stato così solo in Parlamento come oggi. Ma, ha fatto sapere ai suoi deputati nell’assemblea delle 13, non intende retrocedere di fronte alla minaccia di “Aventino” formulata da M5S, Lega e Sel. “si va avanti, gli italiani capiranno la differenza tra chi vuol cambiare il Paese e chi no“. Scadenza per la chiusura della partita sugli emendamenti confermata per sabato, chiosa il premier. Un punto, questo, su cui tuttavia si registra il disappunto della minoranza dem. “Non si riforma la Costituzione a colpi di maggioranza e con l’aula mezza vuota“, intonano i dissidenti, e Gianni Cuperlo aggiunge: “Riapriamo il dialogo coi 5S, rimandiamo tutto a marzo e, qualora non rispettino il patto di non presentare subemendamenti, procediamo“. Posizione difficilmente conciliante con la fretta del premier.

Exit strategy – Dietro all’ostentata sicurezza di Renzi si cela la paura di cadere vittima di una grande imboscata. “Non vogliono colpire le riforme, vogliono colpire me“, ha pronunciato all’assemblea dei deputati Pd riferito all’opposizione, ma lo stesso potrebbe dire dei contestatori interni. Di qui la preparazione di un piano B, che gli eviti figuracce in Parlamento. “Non riesco a fare le riforme? Andiamo tutti al voto“, avrebbe affermato ad esponenti FI nei corridoi di Montecitorio. L’arma della minaccia del voto, con una legge elettorale proporzionale (il Consultellum, non l’Italicum che entrerà in vigore nel 2016) , potrebbe convincere almeno gli uomini di Berlusconi a rientrare nei ranghi del defunto Patto, e spaventare quei partiti che rischierebbero di assistere ad una corposa riduzione dei propri eletti. Ma se alla fine si andasse sul serio al voto?

Ritorno al voto? – Renzi si è sempre detto fiducioso di arrivare fino al 2018 con questa maggioranza. Il rischio è però che si ritrovi a dover scegliere tra il proseguimento della legislatura e le riforme. Governare altri tre anni è possibile, ma se né il 40,8% europeo né l’elezione di Mattarella hanno piegato al renzismo almeno le opposizioni interne, difficilmente il premier imporrà loro il suo prorompente riformismo in futuro. E un Renzi improduttivo, lo si è visto col calo di consensi in autunno, è un Renzi vulnerabile. Un ricorso al voto immediato permetterebbe al Pd di gonfiare le percentuali rispetto al 25% del 2013 sia alla Camera che al Senato, ma il Consultellum rischia di ripiombare le Camere in una paludosa accozzaglia di cangianti coalizioni. E se Renzi rimandasse il voto di un anno, modificando con i suoi l’Italicum e intanto cercando maggioranze riformiste a sinistra, per esempio sui diritti civili? Per ora è solo un’ipotesi, come quella di un clamoroso ritorno di Berlusconi nella maggioranza nazarena.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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