Il borghese, l’assessore, la genovese: le docili primarie di Milano

05/01/2016 di Edoardo O. Canavese

Tre profili diversi ma complementari per conquistare Palazzo Marino. Il Pd schiera Sala, Majorino e la Balzani, prospettando primarie avare di gravi scontri intestini, in nome della conservazione di una felice eredità politica, della quale la sinistra radicale pare disinteressarsi.

Manca un mese esatto alle primarie di Milano, e il Partito Democratico ha infine indicato i tre duellanti che si sfideranno per raccogliere la pesante eredità di Giuliano Pisapia. Sono Giuseppe Sala, Pierfrancesco Majorino e Francesca Balzani. Tre personaggi estremamente diversi tra loro, ciascuno espressione di un diverso modo di far politica e di essere centrosinistra oggi, non solo a Milano ma pure a livello nazionale. Ciascuno ha una sua esperienza, uno suo particolare elettorato, un suo preciso sostegno, ma i programmi, ed è questo un punto determinante, non sembrano, a bocce ancora ferme, troppo diversi. Ci sono sottili differenze, ma smussabili a primarie finite, abbastanza perché chiunque possa vincere possa coinvolgere gli sfidanti sconfitti. Le primarie che si profilano non appaiono dunque una pericolosa battaglia fratricida, ed è anche per questo che Pisapia le ha benedette come “le più belle del mondo”.

Senza girarci intorno, è Sala il candidato favorito. Gode della popolarità derivatagli dai trionfali mesi di Expo, ha il sostegno della maggior parte degli assessori e rappresenta l’archetipo dell’amministratore renziano. Presente, attivo, a suo agio tanto nei salotti buoni quanto nei mercati cittadini, poco interessato alle ripercussioni ideologiche del suo lavoro. Di qui il grande, scomodo interrogativo: ma Sala, già dirigente Pirelli, già direttore generale Telecom, infine direttore generale del Comune di Milano per Letizia Moratti, è di sinistra? Lui garantisce di sì. Non appartiene certo ad una sinistra massimalista, quanto a quel riformismo proprio della borghesia illuminata meneghina, in grado di creare un ponte tra Milano liberale e attivismo collettivo per periferie e questioni sociali. Non di meno ciò né fa un candidato di rottura rispetto al sindaco Pisapia, ex di Democrazia Proletaria e principe di una varia, forse non replicabile coalizione.

Majorino rappresenta probabilmente il candidato più coerente con la tramontante giunta Pisapia. Ne ha fatto parte in veste di assessore alle politiche sociale, incarico sensibile in una città dove il tema delle periferie e del sostegno al crescente numero di bisognosi comporta sfide quotidiane. E’ da dieci anni in Consiglio comunale, avendo cominciato all’opposizione come capogruppo di minoranza. E’ un candidato di sinistra, una sinistra popolare, si proclama continuatore della Milano “arancione” nata dalla concordia tra Pd e sinistra radicale (Sel, Rc) e si prepara alle primarie armato di progetti di caratura sociale come il sostegno alle unioni civili e il reddito minimo comunale. Il problema? Majorino è esponente della sinistra Pd, e pur non coinvolto nella guerra gufi VS renziani, rappresenta tuttavia un Pd di nicchia, flagellato da litigi, risentimento e scissioni. Civati, che Majorino sostenne alla segreteria Pd, spera in una lista di sinistra senza democratici, mentre Sel chiederà all’assessore di farsi da parte, per proporre un proprio candidato. Difficile che accetti.

Francesca Balzani è la sorpresa di queste primarie. La sua ascesa nel Comune di Milano è stata rapidissima. Con un passato di assessore al bilancio a Genova e di eurodeputata, all’addio di Tabacci si è occupata dal marzo ’13 dei tragici conti di Milano, riuscendo a stabilizzare il tremendo debito. Da luglio scorso è vicesindaco, ed oggi è la favorita di Pisapia e della sinistra dei salotti milanesi. La sostengono Stefano Boeri, sorprendentemente d’accordo con il sindaco di cui è stato aperto avversario, Gad Lerner, Benedetta Tobagi, il senatore Massimo Mucchetti. Qual è il senso dell’operazione Balzani? Perché sembra un’operazione costruita da fuori, coordinata alla svelta da Pisapia affinché un suo candidato ci fosse. Probabilmente ci si illude che la Balzani possa rinfocolare lo spirito arancione, avendo peraltro una conoscenza solo indiretta del sottobosco partitico milanese, e si punta sulla professionalità di una donna che ha sempre fatto bene in qualunque ruolo ricoperto. Non è scontato che Pisapia voglia in ogni caso bloccarla per il ruolo di assessore al bilancio, in una nuova giunta di centrosinistra.

E’ forse Pierfrancesco Maran, assessore alla mobilità, il più lucido commentatore delle primarie democratiche. Aperto sostenitore di Sala, ammette che questi non sia un candidato “arancione”, e che anzi quella fase sia irripetibile perché superata. Tradotto: il Pd nel 2011 aveva bisogno di Sel e Rifondazione per battere la destra, oggi può farcela anche da solo. E se Sel sarà dell’accordo, non sarà una maggioranza alla pari. Maran aggiunge in un’intervista al Giorno le sue riserve per il programma del collega Majorino, il cui impegno sociale è importante ma non bastevole per guidare una delle capitali europee del 2015; esprime inoltre forti dubbi sulla candidatura della Balzani, “non comprensibile”, senza un chiaro disegno politico. Tre candidature che si completano e che sembrano impacchettate apposta per favorire comunque il più forte, Sala. Tre candidature in cui il vento arancione del 2011 si affievolisce, come affievolita è la sinistra radicale milanese: Sel, di cui Pisapia era esponente nel 2011, non è riuscita a trovargli un erede, assicurandosi un voto passivo e una guerra all’ultimo voto con gli altri piranha del piccolo acquario rosso: Rifondazione Comunista, Sinistra Italiana, Civati.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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