Il 2015, l’anno della ripresa italiana (?)

02/02/2015 di Federico Nascimben

L'anno in corso sembra essere quello in cui l'economia italiana tornerà a crescere, anche alla luce del Quantitative easing di Draghi e del calo del prezzo del petrolio. Analizziamo le ultime stime e, soprattutto, i fattori avversi

Il 2015 sembra essere l’anno della ripresa italiana, o almeno così dovrebbe. Tale supposizione si sta rafforzando sempre più soprattutto per merito del tanto atteso intervento del presidente della Bce, Mario Draghi, attraverso il Quantitative easing (Qe), che porterà vantaggi in termini di deprezzamento dell’euro, sostenendo le esportazioni, e di abbassamento dei rendimenti dei titoli di Stato, che incideranno in misura minore sulle finanze pubbliche; a ciò, fortunatamente, si aggiunge il calo del prezzo del petrolio e più in generale delle materie prime.

Secondo le ultime previsioni pre Qe del 22 gennaio, il pil italiano crescerà nel 2015-2016: dello 0,6% e dell’1% per il Governo, dell0 0,4% e dell’1,2% per Banca d’Italia; dello 0,4% e dello 0,8% per il Fondo monetario internazionale (Fmi). L’operazione voluta da Draghi, secondo molti istituti e osservatori, ha però cambiato le carte in tavola a nostro favore, spingendo il vice direttore generale di Bankitalia, Fabio Panetta, a dire che le misure attuate “contribuiranno in misura significativa a innalzare la crescita nel prossimo biennio”. Ancora più ottimiste sono state le previsioni del Centro studi di Confindustria (CsC), per cui l’effetto Draghi porterà il Pil italiano a crescere dello 0,8% nel 2015 e dell’1% nel 2016: “l’acquisto di titoli per 1.140 miliardi di euro varato dalla Bce determina una riduzione di 1,1 punti dei tassi a lunga e causa una svalutazione dell’11,4% nel tasso di cambio della moneta unica. Parte di questi effetti sono già stati anticipati dai mercati, perciò le ricadute su Pil e conti delle imprese saranno più rapide”.

Soprattutto, però, nel mensile congiuntura flash del CsC, si sottolinea entusiasticamente che “nell’ultimo mese sono divenute ancora più forti le spinte all’economia che vengono dal quadro internazionale: minore prezzo del petrolio, euro più debole e calo dei tassi a lunga. Questi fattori, assieme al più vivace commercio mondiale, tendono ad alzare il Pil del 2,1% quest’anno e di un altro 2,5% il prossimo” (per un’interpretazione di tale dato si veda qui). Le ultime due previsioni, meno ottimistiche, post Qe sono quelle di Ref, secondo cui il prodotto crescerà dello 0,7% nel 2015; mentre anche Prometeia stima la stessa cifra per quest’anno e vede una crescita dell’1,4% nel 2016.

Fermo restando gli evidenti limiti di tali tipi di simulazioni, soprattutto alla luce del fatto che negli ultimi anni, per il nostro Paese soprattutto, sono state costantemente riviste al ribasso, passiamo ora a mettere in luce gli aspetti più problematici, cioè i rischi che riguardano la fragilità della possibile ripresa e la sua frammentarietà. Tali aspetti sono evidenziati anche negli studi sopracitati, ma o vengono messi abbondantemente in secondo piano nel momento in cui la pubblica informazione li divulga, oppure, peggio ancora, volutamente o meno, vengono tralasciati.

Prima di tutto, gli effetti del Qe erano già stati abbondantemente scontati dai mercati, tant’è che i tassi erano già in discesa da prima dell’annuncio, così come il cambio col dollaro. Poi, il c.d. tapering da parte della Fed americana, che sta iniziando a portare avanti politiche monetarie meno espansive, ha delle conseguenze sulle economie dei Paesi emergenti, portando a deflussi di capitali e al deprezzamento delle valute locali. Questi Paesi inoltre hanno avuto un aumento dell’indebitamento in dollari del settore privato negli anni passati, e ciò, rendendo più onerosi i pagamenti, fa crescere il rischio di fallimenti a catena, a cui si somma il calo dei prezzi delle materie prime: gli emergenti, che hanno sostenuto fortemente la domanda mondiale negli anni passati, con ogni probabilità nel 2015 contribuiranno molto meno alla stessa, oppure ne contribuiranno negativamente.

Le 15 economie che cresceranno meno nel 2015. Fonte: The Economist.
Le 15 economie che cresceranno meno nel 2015.
Fonte: The Economist.

Il commercio globale, a differenza di quanto sostiene il CsC, non vede una crescita vivace. Come sottolinea un recente studio di alcuni economisti del Fmi e della Banca mondiale, “dopo aver rimbalzato dal minimo storico in seguito alla crisi globale, il commercio mondiale (misurato come volume degli scambi totali) è cresciuto del 6,2% nel 2011, del 2,8% nel 2012, e del 3,0% nel 2013. Questa crescita del commercio in volumi è sostanzialmente inferiore alla media pre-crisi del 7,1% (1987-2007), ed è leggermente al di sotto del tasso di crescita del Pil mondiale in termini reali, che ha oscillato intorno al 3% negli ultimi anni”.

Andamento del commercio mondiale dal 2001 al 2013. Fonte: Fondo monetario internazionale.
Andamento del commercio mondiale dal 2001 al 2013.
Fonte: Fondo monetario internazionale.

Citando le stime del Fmi (da noi sopra riportate) che rivedono al ribasso le precedenti, e che sono di misura inferiore rispetto a quelle di Bankitalia pubblicate pochi giorni prima, Mario Seminerio, analista finanziario e blogger, scrive : “colpisce il fatto che un paese trasformatore ed esportatore come il nostro non venga accreditato di maggiore crescita a seguito di importanti shock positivi come il greggio ed il cambio, ovviamente in relazione al commercio extra-Ue. Non è tutto così meccanicistico e tradizionale, però: come osserva la Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, solo il 10% del nostro export è fatturato in dollari, e comunque i prodotti provenienti dall’area euro devono competere, in area dollaro, con quelli di paesi che hanno visto a loro volta un forte deprezzamento del cambio, dal Giappone agli emergenti”.

Sul fronte europeo, inoltre, si sommano la situazione russo-ucraina e quella greca. La prima vede una pesante recessione e dei forti rischi interni dovuti al crollo del rublo, seguito al calo del prezzo del petrolio e alla pesante situazione interna a causa delle sanzioni imposte; la seconda è legata agli esiti del negoziato europeo, e agli effetti di una eventuale implosione del Paese ellenico, schiacciato da debito pubblico e privato.

Quanto finora scritto serve semplicemente a mettere in luce la complessità dell’economia contemporanea, e ad evidenziare i fattori avversi che remano contro una ripresa dell’economia italiana: elementi positivi, come abbiamo visto, possono anche avere effetti negativi, in una sorta di effetto domino che lega i Paesi di tutto il mondo. Per l’Europa, infine, a causa dei noti problemi, la situazione si complica ulteriormente, rendendo ancora più fragili previsioni di questo genere. Sarà solo il tempo, come sempre, a dirci quali fattori prevarranno in questo instabile equilibrio: una visione eccessivamente semplicistica è quindi deleteria e vivamente sconsigliata.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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