I veri problemi del JobsAct e della legge di stabilità

18/09/2014 di Federico Nascimben

Nel dibattito pubblico continuano a sfuggire dettagli importanti rigurdanti le tutele crescenti, il sussidio universale di disoccupazione e le risorse necessarie

Renzi e Poletti

Mentre in Scozia è in corso un referendum che potrebbe avere forti ripercussioni sul futuro dell’Europa tutta, in Italia si continua a dibattere sul JobsAct e sull’abolizione o superamento dell’art. 18; nel frattempo, l’ombra della legge di stabilità si fa sempre più grande.

Per quanto riguarda la riforma del lavoro, occorre ribadire la sterilità del dibattito in corso per i neoassunti, viste le opzioni oggi già sul piatto per chi utilizza i c.d. contratti atipici (tempo determinato, collaborazioni ecc.). Il punto della questione in termini giuridici sarà la fissazione delle asticelle dopo le quali scatteranno le maggiorazioni in termini di tutele, assieme all’omogeneizzazione della nuova tipologia contrattuale; occorre cioè intendersi sul significato e sulle tempistiche relative all’utilizzo dell’espressione “a regime” per tutti i lavoratori – pronunciata da Sacconi in riferimento al superamento dell’articolo 18 -, perché è evidente che questi sono dettagli che fanno la differenza.

Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, assieme al Ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan.
Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, assieme al Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan.

Tralasciando altre componenti non minoritarie della riforma, occorre inoltre soffermarsi sull’annosa (annosissima) questione della creazione di un sussidio universale di disoccupazione. Se oramai appare evidente a (quasi) tutti che occorre porre fine ad uno strumento come quello della Cassa Integrazione, rimane pur sempre il problema delle coperture necessarie, perché è altrettanto evidente che in una Paese che si ritrova nel bel mezzo di una profonda e persistente crisi economica, con un esercito di persone che di fatto non lavorano, ma che allo stesso tempo non rientrano nelle statistiche ufficiali all’interno della categoria “disoccupati”, da un sussidio generalizzato derivano dei costi per le finanze pubbliche maggiori rispetto a quelli in essere con il sistema attuale. Anche in questo caso saranno i “dettagli” a fare la differenza.

Il focus – in un’Italia che non cresce, che non riesce a “tagliare”, efficientare e deve rispettare una serie di vincoli di bilancio – non può che andare, quindi, alle risorse necessarie per la prossima legge di stabilità, ma non solo. D’altronde, previsioni ottimistiche e sbagliate (cioè un PIL per il 2014 che passa dal +0,8% al -0,1/0,2%) comportano una conseguente riduzione dei margini di manovra.

In un articolo del Sole24Ore viene fatto il punto della situazione attuale (qui un parziale), tra voci più o meno concrete, in cui il condizionale e il dubbio sono d’obbligo:

1 – I tagli ai budget ministeriali dovrebbero assestarsi sui 3/4 miliardi;

2 – La razionalizzazione delle partecipate pubbliche dovrebbe portare 2/3 miliardi nel triennio 2015-2017;

3 – 2,5 miliardi deriverebbero dal blocco degli stipendi pubblici.

A queste prime tre che trovano maggiore consenso e fattibilità se ne aggiungono altre che potrebbero definirsi ballerine:

1 – Il risparmio derivante dalla minore spesa per interessi verrebbe contabilizzato in 5 miliardi di euro;

2 – Gli introiti della lotta all’evasione verrebbero cifrati in 3 miliardi di euro.

La somma di queste cinque misure frutterebbe dai 15,5 ai 18,5 miliardi (con l’incognita partecipate). Per arrivare ai 20 miliardi annunciati da Renzi, secondo quanto dichiarato da Zanetti, il Governo sta lavorando anche “sulle tax expenditure, sulle detrazioni e sulle aliquote agevolate dell’Iva“. Anche chiudendo più di un occhio sullla natura delle voci precedentemente elencate, risulta piuttosto evidente che queste ultime misure si tradurrebbero in un aumento della pressione fiscale per far quadrare i conti sballati dalla mancata realizzazione delle previsioni di crescita e dalla stabilizzazione del bonus da 80 euro. Questo, inoltre, spinge a pensare che il sussidio universale di disoccupazione verrà rimandato agli anni a venire.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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