I tempi (lunghi) della politica, il disagio dell’ economia reale

15/04/2013 di Federico Nascimben

Più di cinquanta giorni – Sono passati più di cinquanta giorni dalle elezioni e l’Italia non ha ancora un Governo. Le motivazioni sono di due ordini: politiche, veti (più o meno) incrociati e litigi interni ai partiti; istituzionali, il Presidente Napolitano è negli ultimi mesi del proprio mandato e si trova nell’impossibilità di sciogliere le Camere. Il buon senso – dato il secondo punto – avrebbe suggerito di perseguire la strada di un accordo fra le principali forze politiche con dentro “il meglio” (se mi si concede l’espressione) di questi schieramenti, oppure una soluzione tecnico-politica. Ma, nonostante il Capo dello Stato abbia provato a percorrere diverse strade, nulla è stato fatto. La politica è ferma, immobile, mentre il Paese reale sprofonda.

Squinzi, presidente di ConfindustriaL’appello dal mondo imprenditoriale –Se chiudono le imprese, muore il Paese”, è stato questo il messaggio di fondo lanciato nel “convegno della piccola industria” tenutosi a Torino questo fine settimana. Non è altro che l’ennesimo grido d’allarme promosso da quell’Italia che non si vuole arrendere; promosso da quell’Italia che, anche nel proprio piccolo, ma quotidianamente, si alza la mattina per continuare a lottare per un progetto in cui crede profondamente. Purtroppo però, tutto questo viene costantemente ignorato dallo Stato italiano, il quale (invece) sembra voler far di tutto perché questo patrimonio imprenditoriale si disperda e, poco a poco, muoia. Se solo la classe politica avesse messo la stessa costanza che – da almeno vent’anni a questa parte – ha messo nel non far nulla, nel prendere qualche decisione e attuare (una parte di) quelle riforme strutturali che le vengono costantemente richieste, probabilmente non ci troveremmo nella situazione attuale. Ma queste sono solo desolanti ovvietà.

La situazione nel Paese reale – La triste realtà dello stato in cui versano le nostre imprese si può paragonare ad un quadro disegnato a pastello, in cui pian piano qualcuno prende una gomma e ne cancella una parte. Quel “bianco che avanza” sono le aziende che chiudono i battenti: 34 fallimenti al giorno nel 2012, saliti a 43 nei primi mesi del 2013; in termini assoluti, fra il 2009 e il 2012, si sono registrati oltre 45 mila fallimenti. Secondo gli ultimi studi della CGIA di Mestre, durante questi ultimi cinque anni di crisi, dal 2007 al 2012, il PIL è calato di 7 punti, il PIL pro-capite di ben 9 punti e mezzo, i consumi delle famiglie del 5% e gli investimenti di oltre il 25%. Il tutto mentre il tasso di disoccupazione quasi raddoppiava dal 6,1% al 10,7%, avvicinandosi pericolosamente alla soglia di tre milioni di persone.

Desertificazione e giovani – Sono questi solamente alcuni dei numeri della grave crisi in atto. Il silenzio e l’inettitudine delle classi dirigenti succedutesi negli ultimi decenni si stanno trasformando nella desertificazione del nostro tessuto socio-economico. Mentre coloro che hanno ereditato tutto questo, cioè i giovani neolaureati o neodiplomati, se ne vanno. La valorizzazione del capitale umano – così necessaria nell’economia postindustriale -, tanto decantata, da noi non ha mai trovato veramente casa. Ma qui la colpa è del “sistema-Italia” in sé.

Competitività – Quello che più colpisce è la perdita di competitività del nostro Paese: siamo passati dalla crescita drogata dall’aumento del debito pubblico degli anni ’80 a quindici anni di stagnazione e cinque di crisi. Si parla di un fenomeno che è in atto da più di trent’anni, ma finora troppo poco è stato fatto. E anche qui la colpa è condivisa tra politica ed economia.

Internazionalizzazione – La quota di prodotti italiani sul commercio mondiale è via via diminuita fino ad arrivare a meno del 3% del totale attuale: è la rappresentazione di un’economia che non ha saputo tenere il passo coi tempi, essendo troppo concentrata in settori tradizionali e di lusso. Certo è che, comunque, data la situazione di grave crisi, chi vive quasi esclusivamente di mercato interno muore. Occorre quindi strutturare politiche che agevolino l’internazionalizzazione delle nostre imprese: si va dalla compressione dei costi di produzione, all’accesso al credito, all’accrescimento dimensionale. I numeri ci dicono chiaramente che le imprese esportatrici soffrono meno, ed il successo del Salone Internazionale del Mobile di Milano o del Vinitaly di Verona non sono altro che l’ennesima dimostrazione di tutto questo.

“Fare”, perché non c’è più tempo – Occorre quindi “fare”: fare presto, fare subito, fare bene. Occorre unità d’intenti e spirito di collaborazione fra le varie parti del Paese. Occorre stabilire una nuova sinergia fra le parti sociali e fra il mondo della politica e quello dell’economia (che non deve certo degradare in fenomeni già conosciuti). Ma soprattutto occorre ridare speranza alle persone, ai cittadini. Occorre ridare speranza al Paese: non c’è più tempo a disposizione, trent’anni li abbiamo già buttati via, e il conto lo stanno pagando soprattutto le giovani generazioni.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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