I tanti venerdì neri della Somalia

12/07/2015 di Marco Cillario

Il dramma di un Paese sospeso tra anarchia, jihad e deboli tentativi di governo centralizzato. Uno Stato che è tale solo di nome.

Tra gli attentati dello scorso 26 giugno, il “venerdì nero” o “Ramadan di sangue”, il più letale è anche quello di cui si è parlato meno. La cosa non stupisce: ha colpito un luogo del mondo in cui ormai fatti del genere non fanno più notizia e che è al centro di dinamiche talmente intricate e apparentemente distanti da essere difficilmente comprensibili. Stiamo parlando della Somalia. Eppure l’evento, volendolo analizzare con attenzione, racconta molto della storia recente e della situazione attuale del corno d’Africa: una situazione che ci riguarda eccome, sia perché (come tutti sanno) una grande fetta dei migranti che sbarcano sulle coste siciliane arriva proprio da qui, sia perché (come sono in pochi a ricordare) la storia di questi luoghi è stata profondamente segnata dalla politica coloniale italiana nel secolo scorso.

L’attacco del venerdì nero – Nelle stesse ore in cui a Parigi un uomo veniva ritrovato decapitato al fianco di una bandiera con scritte in arabo e l’Isis compiva stragi sulla spiaggia tunisina di Sousse e in una moschea sciita di Kuwait City, la violenza jihadista si abbatteva anche su un piccolo villaggio somalo di nome Lego, sulla strada che collega la capitale Mogadiscio alla città di Baidoa. Il teatro della strage era una base dell’Unione Africana[1], l’organizzazione internazionale che si occupa, tra le altre cose, della promozione di pace e sicurezza nel continente e che dal 2006 ha attivato una missione in Somalia (Amisom[2]) inviando più di 20 mila soldati per supportare il governo federale nella lotta al terrorismo. Era l’alba quando un’autobomba si faceva esplodere all’ingresso della base, aprendo la strada a dozzine di miliziani armati di mitragliatrici e granate. Le vittime erano i soldati burundesi che presidiavano la base. Difficile stabilire il numero esatto dei morti, ma i testimoni parlavano di 50 corpi stesi a terra, la maggior parte dei quali in uniforme militare dell’Unione. Gli attentatori procedevano poi al saccheggio della base, su cui quella sera sventolava la bandiera nera. A rivendicare l’attentato erano i membri di Al-Shabaab.

Al-Shabaab – Sono loro gli unici veri padroni di ampie zone della Somalia meridionale, tra cui la regione intorno alla capitale. La strada che collega Mogadiscio a Baidoa congiunge due zone attualmente controllate dall’Amisom e dal governo federale, ma attraversa l’area nelle mani di Al-Shabaab: di qui l’importanza strategica della base di Lego. Ma cos’è Al-Shabaab? In arabo significa “gioventù” ed è recentemente divenuta nota alle cronache internazionali per la strage dello scorso aprile all’Università di Garissa[3], in Kenya, che ha causato la morte di 150 studenti. Il gruppo è affiliato ad Al-Qaeda e finanziato dai potenti pirati somali (ma non si esclude che riceva sovvenzioni anche dall’Isis). Persegue due obiettivi fondamentali: l’applicazione della sharia e la cacciata delle truppe straniere dalla Somalia. Proprio come lo Stato Islamico in Siria e Iraq, Al-Shabaab deve gran parte del suo potere a una situazione di anarchia, che in Somalia è andata avanti per più di 20 anni, dalla caduta del governo socialista di Mohammed Siad Barre nel 1991. Ma gli islamisti hanno approfittato anche della povertà endemica del Paese, presentandosi per molti come gli unici in grado di fornire tre pasti al giorno, un letto e un’istruzione di qualche tipo.

Somalia Mappa
fonte: BBC

La situazione politica – Guardare una cartina aiuta poco a comprendere la vita reale dei somali. La Somalia è un Paese unito solo formalmente. Già divisa tra un protettorato britannico a Nord e una colonia italiana nel Sud, è diventata indipendente nel 1960 e dal 1970 Barre ne ha fatto uno Stato socialista vicino all’Urss. Con la sua caduta di inizio anni Novanta si è consumata una spaccatura che da allora non è più stata ricomposta: la regione Nord-Occidentale, dove fino agli anni Sessanta c’erano gli Inglesi, si è dichiarata indipendente con il nome di Somaliland; quella Nord-orientale del Puntland ha avviato un’amministrazione autonoma; sebbene non riconosciute a livello internazionale, le due zone si comportano da Stati indipendenti a tutti gli effetti, con tanto di elezioni, parlamenti locali e relativa stabilità. E in effetti le condizioni di vita dei loro abitanti sono molto diverse da quella del resto della Somalia. Nel Sud è scoppiata una guerra tra bande dovuta alla mancanza di un accordo tra i clan che avevano deposto Barre e che non ha risparmiato la “capitale”, ormai tale solo di nome. E’ qui che è emerso Al-Shabaab, scalzando il dominio dei clan e impadronendosi della stessa Mogadiscio. Solo nel 2011, con l’intervento militare del Kenya e dell’Amisom, i jihadisti hanno abbandonato i principali centri urbani, continuando però a controllare il resto della Somalia meridionale. Il parlamento, con il sostegno dell’Unione Africana, si è riunito per la prima volta dopo 20 anni per il giuramento in un aeroporto della capitale nell’ottobre del 2012. Le prime elezioni sono previste per il prossimo anno. Ma di fatto il suo potere viene esercitato solo su una piccola zona della Somalia, peraltro discontinua, solo grazie al supporto delle truppe internazionali e al prezzo di continui attentati contro uffici governativi e i Paesi limitrofi che lo supportano, come Etiopia e Kenya. E’ difficile tenere il conto degli episodi di violenza. L’ultimo in ordine di tempo si è verificato il 7 luglio nella città kenyana di Mandera[4], appena oltre il confine somalo.

Il luogo peggiore al mondo dove essere madri – La Somalia detiene il triste primato di peggior Paese dove mettere al mondo un bambino[5] secondo Save the Children: una madre su 18 muore di parto, un bambino su 7 non arriva al quinto anno di vita. Ma anche per gli altri 6 le prospettive sono drammatiche: malnutrizione, analfabetismo, jihadisti in agguato (sia come carnefici sia come reclutatori), nessuna libertà per le donne che vivono nelle zone in mano ad Al-Shabaab. Poche sono le alternative per chi cerca una vita migliore. Ed ecco allora che tanti e tante di loro, discendenti di chi lavorò per i coloni italiani, si affidano ai trafficanti per attraversare Etiopia, Sudan e Libia sognando di approdare sulle nostre coste. E’ stato proprio un giornalista italiano, Giuseppe Catozzella, a fornire all’Occidente il quadro più completo di cosa significhi essere nati in Somalia negli ultimi 25 anni, raccontando in un romanzo uscito lo scorso anno la storia, incredibile ma vera, di Samia Yusuf Omar, atleta nata a Mogadiscio proprio nel 1991, che corse i 200 metri alle Olimpiadi di Pechino, ma a cui fu impossibile portare avanti il proprio sogno in un Paese in mano a jihadisti che non potevano sopportare di vedere una donna senza burqa diventare un eroe nazionale. C’è davvero poco da aggiungere alle parole che Catozzella affida al suo Non dirmi che hai paura. Uno dei racconti più fedeli ed efficaci del più grande dramma dei nostri giorni.

[1] http://www.au.int/en/about/nutshell

[2] http://amisom-au.org/frequently-asked-questions/

[3] http://www.repubblica.it/esteri/2015/04/02/news/kenya_attaccato_un_college_nel_nord-111031545/

[4] http://www.nytimes.com/2015/07/08/world/africa/shabab-attack-mandera-kenya.html?_r=0

[5] http://edition.cnn.com/2015/05/04/living/feat-save-the-children-mothers-index/

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Marco Cillario

Nato a Roma nel 1989. Laureato in Filosofia presso l'Università "La Sapienza". Ha studiato e lavorato in Germania. Le sue più grandi passioni sono la politica, la storia e la lingua tedesca. Sogna di passare la vita viaggiando ed esplorando il mondo.
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