I Rohingya, il popolo senza amici

12/06/2015 di Michele Pentorieri

Nell’indifferenza della comunità internazionale si consuma il dramma della minoranza musulmana nel sud-est asiatico. Discriminati in Birmania, tentano di emigrare nei Paesi limitrofi. Ma nessuno è disposto ad accoglierli.

Rohingya

Mentre le cancellerie europee sono concentrate nella definizione di una strategia chiara che riguardi i migranti che arrivano nel vecchio continente, migliaia di chilometri più ad est si consuma una tragedia dai connotati ancora più drammatici e grotteschi. La minoranza Rohingya, secondo le Nazioni Unite la più discriminata al mondo, lotta ogni giorno per l’affermazione della propria identità contro la repressione statale. Ci troviamo in Birmania, Paese retto fino a poco fa da una dittatura militare, ma al quale il passaggio ad una Repubblica Presidenziale non ha apportato cambiamenti radicali.

Massicciamente presenti nello stato Rakhine, a Ovest del Paese, i Rohingya si identificano come discendenti di commercianti musulmani che si stanziarono lì oltre mille anni fa. La politica discriminatoria operata dalla Birmania, a maggioranza buddista, verso questa minoranza musulmana va avanti da almeno 40 anni. La Burmese Rohingya Organisation UK, che si occupa di far conoscere al mondo la condizione dei Rohingya, fa risalire al 1978 la prima campagna di repressione organizzata dal Governo centrale. I dati in possesso dell’organizzazione parlano ora di un tasso di mortalità triplo rispetto alla media nazionale e di un analfabetismo del 90%, in uno dei Paesi più alfabetizzati dell’intera Asia. Inoltre, ad alcune organizzazioni come Medici Senza Frontiere, viene sistematicamente proibito di portare loro aiuti umanitari. Addirittura, dal 1982 i Rohingya sono apolidi poiché il Governo birmano sostiene che essi siano immigrati dal Bangladesh dopo il 1823, anno in cui la Birmania divenne colonia inglese. Forte di questa convinzione, il Governo revocò la cittadinanza ai Rohingya.

Il governo birmano, dal canto suo, non riconosce l’esistenza di tale minoranza ed ancora più dura è la posizione dello Stato Rakhine. Circa un anno fa, un esponente del Rakhine nationalities development party, in un video raccolto da TM news, affermava: “Non esiste nel mondo una cosa come l’etnicità Rohingya, è solo un termine. E’ un obiettivo politico, per questo non possiamo accettarli e siamo molto arrabbiati”. Nonostante l’ostinazione nel voler negare l’esistenza di questa popolazione, essa costituisce circa un quarto degli abitanti dello Stato Rakhine (1 milione sui 4 totali). Negli ultimi anni, le violenze perpetrate dai buddisti di questo Stato ai danni dei Rohingya musulmani sono aumentate, nella totale indifferenza dello Stato centrale.

L’aspetto ancora più drammatico della vicenda è che, di fatto, l’etnia Rohingya non ha alternative a disposizione. Gli altri Paesi della zona, infatti, si mostrano tutt’altro che accoglienti nei loro confronti. Human Rights Watch, a tal proposito, ha accusato Thailandia, Indonesia e Malaysia di praticare una sorta di ping pong umano. La Malaysia costituirebbe il Paese ideale per accogliere i rifugiati, essendo a maggioranza musulmana. Il Governo di Kuala Lumpur, tuttavia, ha di fatto chiuso le frontiere marittime, temendo che un’ondata di profughi possa avere una ricaduta negativa sul turismo. Per tale motivo, il Paese si limita a criticare Birmania e Bangladesh per le discriminazioni operate. Quando le autorità malesi intercettano un barcone carico di Rohingya in fuga, lo caricano di provviste e lo rimandano indietro senza troppi fronzoli.

La migrazione dei Rohingya verso la vicina Thailandia, invece, avviene spesso via terra, cercando di sfruttare i nascondigli offerti dalla folta foresta, ma le cose non vanno meglio. Il mese scorso, infatti, sono state scoperte diverse fosse comuni al confine tra Birmania e Thailandia, dove erano stati seppelliti –si fa per dire- centinaia di migranti Rohingya. I trafficanti di esseri umani thailandesi, da sempre molto potenti, sono stati allora colpiti da misure repressive di Bangkok. Per evitare l’arresto, i trafficanti lasciano allora alla deriva i barconi che cercano di sbarcare sulle coste thailandesi.

Resterebbe l’Indonesia, altro Paese musulmano. Tuttavia, nonostante in passato il Governo abbia dato segnali di accoglienza nei confronti dei Rohingya condannando la loro persecuzione, l’attuale Presidente Joko Widodo ha deciso di stringere le maglie delle frontiere nazionali. La strategia adottata è molto simile a quella della Malaysia: fornire assistenza ai barconi ma impedire il loro attracco nel territorio nazionale. Paradossalmente, il Paese dell’area che –in termini relativi- si è dimostrato più aperto ai Rohingya è il piccolo e sovrappopolato Bangladesh. Le condizioni dei campi profughi sono però disastrose e anche il Governo di Dhaka sta cominciando ad inasprire i termini della sua politica di accoglienza. A causa dell’atteggiamento ostile di praticamente tutti gli Stati della regione, le Nazioni Unite hanno definito il popolo Rohingya “senza amici e senza terra”.

L’UNHCR non dispone delle autorizzazioni e della forza necessarie alla creazione di una missione propria e per questo si sta concentrando soprattutto nel dare a questa tragedia la massima visibilità possibile. Uno dei risultati più tangibili è stato il summit tenutosi lo scorso 29 Maggio a Bangkok tra i Paesi dell’ASEAN. La Birmania ha accettato un piano che mira a risolvere alla radice i problemi che scatenano i flussi migratori, come le violazioni dei diritti umani e la povertà. Inoltre, i Paesi si sono impegnati a rafforzare gli sforzi nelle ricerche di eventuali barconi alla deriva. Nonostante la vacuità delle promesse, William Lacy Swing, direttore generale dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, ha comunque dichiarato la sua soddisfazione per l’organizzazione del summit. Nel frattempo, anche il Premio Nobel per la Pace Malala Yousafzai ha lanciato un accorato appello per la soluzione della questione, i cui connotati si fanno sempre più tragici.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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