I molti problemi delle società partecipate

10/07/2014 di Federico Nascimben

Sono all'incirca 7.500 secondo la Corte dei Conti; oltre 10 mila secondo Cottarelli. Fanno di tutto e si è visto di tutto, risultando una vera e propria "giungla" dall'estensione e dalle funzioni incerte sia sotto un profilo quantitativo che qualitativo

Le società partecipate dalle amministrazioni pubbliche (locali, regionali, statali) sono da molto tempo al centro di continue discussioni, e la disciplina giuridica in merito ha subito nel corso degli ultimi vent’anni numerose modifiche.

Secondo quanto riportato dalla Corte dei Conti, “il numero delle società partecipate è variabile in quanto esse sono soggette a frequenti modifiche dell’assetto societario. All’atto dell’ultima rilevazione della Corte quelle partecipate dallo Stato erano 50; quelle partecipate dagli enti locali 5.258 (alle quali vanno aggiunti 2.214 organismi di varia natura: consorzi, fondazioni, ecc.)“. Il totale complessivo, quindi, è di circa 7.500. Visti tali numeri, sono molte elevate anche le risorse pubbliche che muovono (più tecnicamente, “il movimento finanziario indotto dalle società partecipate dallo Stato, costituito dai pagamenti a qualsiasi titolo erogati dai Ministeri nei loro confronti“): si è passati dai 31 miliardi del 2011 ai 26,5 del 2013, considerando anche le società strumentali.

Carlo Cottarelli, Commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica.
Carlo Cottarelli, Commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica.

Ma è l’estrema complessità nel delinearne i confini a rendere difficile una quantificazione numerica: basti pensare che le 50 “società partecipate dallo Stato a loro volta partecipano ad altre 526 società, dette di secondo livello“; e che un barlume di trasparenza si è vista solo nel dicembre 2013 quando il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha reso il “rapporto sulle partecipate statali”, ben quattro anni dopo le previsioni di legge.

Ma sono soprattutto le partecipate degli enti locali a creare maggiori problemi dal punto di vista della definizione quantitativa e qualitativa (ben un terzo, ricordiamo, sono in perdita). Basti pensare all’eclatante caso dell’ATAC e agli “intrecci romani” pubblicati da lavoce.info. Particolarmente diffuse, a questo livello, risultano le c.d. società in house – società, cioè, a capitale interamente pubblico, con esercizio di attività prevalentemente a favore dell’ente conferente, soggetta a controllo analogo da parte del socio pubblico – che sottraggono la loro attività dal regime di concorrenza, con scopi spesso assistenzialistici, in cui scaricare debiti e personale ed eludere i vincoli di finanza pubblica… Un lungo elenco che basterebbe a spezzare una lancia a sfavore della retorica che dipinge la generalità degli enti locali come virtuosi. Per questi motivi, secondo la Corte, è opportuno che “si ponga mano ad un disegno di ristrutturazione organico e complessivo, che preveda regole chiare e cogenti, forme organizzative omogenee, criteri razionali di partecipazione, imprescindibili ed effettivi controlli da parte degli enti conferenti e dia a questi ultimi la responsabilità dell’effettivo governo degli enti partecipati“. Anche perché è stata troppo spesso scadente la tutela giudiziale degli interessi dell’Erario nel vedersi riconosciuto quanto dovuto, dato che “la diffusa esperienza mostra la quasi totale assenza di azioni di risarcimento da parte dell’ente conferente e, in generale, del socio pubblico“.

Anche il Commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica, Carlo Cottarelli, si sta occupando delle società partecipate a livello locale, ed in un recente post sul suo blog personale le ha definite una vera e propria “giungla” che va ben oltre le 7.700 identificate dal Dipartimento del Tesoro del Ministero dell’Economia e delle Finanze; così come va bene oltre alle 10 mila identificate dal Dipartimento delle Pari opportunità della Presidenza del Consiglio. Di certo, queste, svolgono un numero alquanto variegato e differente di attività: “ci sono i servizi pubblici “classici” (elettricità, acqua, gas, rifiuti, trasporto pubblico urbano), che se in termini di fatturato rappresentano il 50-60 percento,  in termini di numero di aziende coprono soltanto intorno al 20 percento dell’universo delle partecipate. Ci sono le società che forniscono servizi all’ente pubblico (o agli enti pubblici) di controllo (le cosiddette strumentali). Queste sono circa un altro 40 percento. E ci sono anche quelle che operano sul mercato vendendo prodotti di diverso genere al pubblico, molti non di particolare rilevo economico, ma tanti altri  sono in tutto simili a ciò che è gia offerto dal mercato“. I risparmi derivanti da una loro razionalizzazione sono di difficile determinazione economica, visto che i 12/13 miliardi circolati appaiono eccessivi ed incerti, in quanto occorre tener conto dell’indotto derivante dalla fornitura di servizi e degli investimenti, oltreché dei contratti di servizio e delle tariffe applicate.

Altro dato eclatante ci viene fornito dal Cerved, secondo il quale, in ben 2.671 società “delle oltre 5 mila partecipate dei comuni, le persone che siedono nel Consiglio di Amministrazione sono più degli addetti”. In 1.213 di queste 2.671, inoltre, non vi sono addetti ma solo amministratori. Anche per tali ragioni, il Commissario Cottarelli, entro il 31 luglio presenterà un programma per la razionalizzazione delle partecipate locali. 

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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