I partiti fragili nella Milano capitale

01/09/2015 di Edoardo O. Canavese

Renzi vuole Pisapia per vincere e restare al governo. Sel vuole rompere col Pd per fare uno sgambetto al Premier. La destra gioca su pochi nomi, alcuni troppo forti per accontentarsi di Palazzo Marino. Mentre Roma piange Milano esulta per l’inedito protagonismo ma deve fare i conti con una politica troppo incerta del suo futuro.

Elezioni Milano

La Festa de L’Unità che si sta svolgendo a Milano, presso i Giardini Montanelli, lancerà il discorso finale del segretario Renzi, che a sua volta chiarirà punto per punto il destino politico del capoluogo lombardo. Se a Roma non parlò alla festa del partito, delegando ad Orfini l’infausto compito di cavare qualche parola positiva dal marasma capitolino, Milano rappresenta uno dei pochi cavalli vincenti su cui puntare per le amministrative 2016, ma soprattutto per la salute del Governo e del partito. Quindi partecipazione massima, perché Milano deve restare del Pd, e perché se il Pd perde, Renzi rischia la carriera, di premier e segretario. Partecipazione massima che, nel tradizionale aplomb renziano, sfocia nell’ingerenza rispetto ai poco convincenti candidati a Palazzo Marino e più in generale allo strumento delle primarie. Determinanti nel 2011, oggi pericolose, citofonare Paita per ulteriori ragguagli.

Majorino e Fiano i nomi più forti della successione milanese per il centrosinistra. Nessuno entusiasma sondaggi e segretario. Il quale, nemmeno troppo sommessamente, lo fa presente. Giacché due possono essere le strade perseguibili dal Pd milanese per il dopo-Pisapia: o riproporre una grande alleanza di centrosinistra come all’ultimo giro o correre da soli e come tali cercare di imporsi. Majorino sarebbe più spendibile per la prima via (quella favorita anche da Pisapia), il renziano Fiano per la seconda. Qualora i due dovessero misurarsi alle primarie, ragionamenti del genere sarebbero procrastinati all’esito delle stesse, con conseguente perdita di tempo e il rischio di disperdere voti e confondere l’elettorato. Meglio organizzarsi prima, con un nome unitario, che unisca, che riceva la benedizione di governo e Pisapia, che continui il percorso cittadino inaugurato nel 2011.

Renzi spera ancora che Pisapia si possa lasciar convincere per un secondo mandato. Lo stesso sindaco si è lasciato andare ad una battuta che lascerebbe intendere un remoto ripensamento, ma è più probabile che la coalizione si arrenda a riservargli il ruolo di main sponsor del candidato successore, nulla più. Pisapia, s’è detto, spenderebbe il proprio appoggio per un’alleanza di centrosinistra in continuità con la sua; lui, uomo di Sel, gradirebbe che l’altalenante sodalizio col Pd sopravvivesse. E in fondo anche Renzi sa quanto a Milano le periferie e i centri sociali siano fondamentali bacini di voto per restare in sella. Tuttavia rischia di doverne fare a meno (di qui l’ipotizzata corsa solitaria del Pd): a Roma i vertici di Sel e Rifondazione Comunista starebbero ipotizzando il lancio di un proprio candidato, tale da mettere al punto in difficoltà i democratici da infliggere un colpo mortale al governo. Un suicidio, che consegnerebbe la città alla destra. Tutt’altro che fantapolitica, ricordando quanto accaduto in Liguria e a Venezia nelle ultime amministrative.

Dall’altra parte del naviglio, il centrodestra restringe la rosa di nomi papabili per la presa di Milano. Salvini, Del Debbio, Albertini, Berlusconi. Carisma, peso politico, soprattutto mediatico. Salvini ha meno interesse di tutti nel proporsi, ed infatti se ne tiene alla larga. Il boccone grosso, Palazzo Chigi, non gli pare poi così lontano, considerando il gradimento nazionale di cui gode tra gli elettori. Il conduttore di Quinta Colonna, forzista della primissima ora, è già stato assessore alla sicurezza per Albertini ed oggi cavalca la notorietà televisiva di paladino dei deboli, ma non si presta al toto sindaco e lancia gli altri due, l’ex Cavaliere e l’ex sindaco. Berlusconi è più una pazza idea per chi è sempre stato deus ex machina, preferendo scegliere piuttosto che essere scelto. Scegliere magari quel primo cittadino che due volte governò la Madonnina e che dopo i pasticci della Moratti per poco non accettò la ricandidatura. Albertini, che riporterebbe la destra nell’alveo moderato e dirotterebbe voti di centro da Pisapia al candidato di Forza Italia.

Paradossale che tanta incertezza aleggi su Milano in un momento di così grande spolvero. Il capoluogo lombardo ha cambiato volto negli ultimi mesi, la riuscita dell’Expo e la congiunturale vestizione a metropoli internazionale ne hanno fatto una città appetibile, apprezzabile, vivibile. Non dovunque, perché il problema delle periferie, la loro gestione, il nodo sulle case popolari rappresentano punti non depennati dalla lista della spesa della giunta Pisapia. Resta una esperienza buona, migliorabile ma fiorente in un momento italiano di stati ed incertezza. L’auspicio è che i cinque anni in via di conclusione non siano archiviati, ma che Milano continui a credersi e a costruirsi quale grande città; e che soprattutto i giochi di partito, qualsiasi partito, non mandi a monte tutto quanto per orgoglio personale, gelosie, ambizione, calcolo “romano”.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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