I medici della morte

04/05/2014 di Pasquale Cacciatore

Inauguriamo oggi una nuova rubrica - redatta da Pasquale Cacciatore - dedicata al mondo della medicina e a tutto quello che ruota intorno ad essa

I medici della morte, Stati Uniti e Pena di Morte

La sconvolgente notizia di qualche giorno fa, relativa alla terribile agonia del condannato alla pena capitale in Oklahoma, ha risollevato, negli Stati Uniti, una questione delicatissima: la responsabilità e l’etica del personale sanitario chiamato a prender parte all’esecuzione finale. Nonostante le guide linea professionali, è legittimo che il medico (o figura professionale affine) prenda parte all’esecuzione senza alcuna regolamentazione in materia? Un quesito colmo di difficoltà analitiche, che induce ad un’ampia riflessione; una riflessione che, in ampio respiro, finisce per interessare non solo i Paesi (come gli USA) in cui la pena di morte è legalmente costituita.

Il problema alla radice. Anche nel 2014, non è possibile parlare di etica medica senza citare il classico – seppur, per certi versi, anacronistico – giuramento di Ippocrate, pietra miliare della deontologia medica, ovvero la famosa lista di comportamenti che il medico, all’inizio della propria attività, giura in coscienza di valutare attentamente. Giuramento che, tra le sue righe, recita: “[…]mi asterrò dal recar danno e offesa. Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio”.

Facile comprendere come, soprattutto negli USA, dove da più di un decennio l’iniezione letale è divenuta la quasi esclusiva forma di attuazione del capital punishment, le righe succitate si scontrino contro lo scoglio delle figure mediche locali; coinvolte direttamente nella somministrazione del cocktail farmacologico che porta il condannato a perder conoscenza ed, in genere, ad arrestare il proprio battito cardiaco. I “medici della morte” sostituiscono al nero del boia il bianco del camice, non di certo, però, più immacolato.

I Medici nel braccio della morteSe, però, la legge impone l’esecuzione della pena capitale, e se tale sistema richiede per competenze specifiche l’intervento di una figura medica professionale, è dunque evidente il conflitto che si apre nel discutere sulla questione. Qualcuno, insomma, deve pur intervenire; ma a che costi, e con quali conseguenze?

Il fronte del sì. Separate da un oceano – fisico e metaforico -, le concezioni d’etica medica vigenti da tempo in Europa e nell’America settentrionale appaiono spesso molto dissimili, in quanto formatesi ed evolutesi in un contesto socio-economico dello stato sociale e del liberismo sanitario, rispettivamente. È quindi già facile comprendere perché, nei modi e nei limiti della valutazione internazionale delle competenze e della moralità medica, la questione in suolo americano è affrontata con molta più leggerezza e meno partecipazione emotiva di quanto varrebbe per i cittadini europei.

Ed è così che, con solide argomentazioni, il “fronte del sì” spinge a sottolineare come l’idea che i medici non possano prender parte ad una esecuzione capitale sia semplicemente una concezione popolare. Legittimo, dunque, anzitutto dal punto di vista giuridico: negli USA, centinaia di medici nel corso degli ultimi trent’anni hanno preso parte ad esecuzioni capitali senza subire alcun tipo di sanzione disciplinare, ed anzi, alcuni Stati proibiscono una sanzione di tale tipo; nonostante le guide linea della American Medical Association (AMA, l’associazione dei medici statunitense) che invitano le figure sanitarie a non collaborare nel braccio della morte, il rischio per tali professionisti può al massimo estendersi alla revoca della membership (negli Stati Uniti solo il 20% dei professionisti sanitari risulta iscritto all’AMA).

Legittima la presenza all’esecuzione capitale, però, anche dal punto di vista strettamente morale, se non addirittura positiva. I condannati a morte sono, per l’appunto, condannati ad un trapasso rapido ed indolore, e non alla tortura. La presenza di un personale qualificato, in tal senso, capace di gestire con cura la somministrazione di tossici mortali, può garantire ai condannati la sicurezza di una morte “senza sofferenze”. E se, addirittura, esiste una parte dell’opinione medica che incoraggia tale “missione finale”, è corretto e giusto – per il fronte del sì – non ostacolare in nessun modo questo modo di intendere la professione medica e di servire il potenziale “paziente” negli ultimi atti di vita, lasciando libertà di coscienza al singolo operatore. Nonostante quella che sembra una chiara responsabilità etica e professionale, dunque, molti operatori sanitari non solo approvano la collaborazione nella pena capitale, ma vedono in ciò un vero e proprio servizio per la comunità.

I perché del no: medicina e responsabilità. Se è caso profondamente infelice la morte procurata del paziente, da parte del medico, per negligenza od ignoranza, la partecipazione deliberata dell’ultimo soggetto all’uccisione intenzionale di un altro essere umano non può che apparire assolutamente reprensibile. È questo, in somme linee, il ragionamento di quella fetta della società medica statunitense che chiede da tempo dure sanzioni per il medico che si avvicini al braccio della morte come ultimo operatore di un atto tanto violento.

Il motivo è tutto nel fondamento su cui si regge da secoli la deontologia medica, ovvero il principio del primum non nocere (ripreso nei quattro capisaldi della bioetica da Beauchamp, col suo principio di non maleficità). Il medico – o l’operatore sanitario in genere – non deve e non può, per intrinseca natura, arrecare un danno ad un essere umano. Nessun ingresso nel braccio della morte, dunque, nemmeno per attestare e certificare l’avvenuta morte del detenuto, secondi i sostenitori del “no” più radicali.

Ed è qui che, a frenar l’istinto di chi vede nella collaborazione all’esecuzione una mission specifica, si richiede, da parte del fronte dei contrari, l’intervento serio e deciso delle organizzazioni sanitarie in toto e, ove necessario, della giurisdizione, a tutela dell’immagine globale e generale del medico ed a tutela di una riflessione ampia di interesse civile che può contribuire ad accelerare il percorso che veda finalmente abolita la pena capitale.

La discussione, per il momento, è infuocata e certamente lungi dal trovar facilmente una risoluzione, principalmente perché vede coinvolti i principi dell’autodeterminazione, della libertà individuale, del diritto a scegliere interessi ed obiettivi della propria professione, tutti fattori fortissimi nell’etica sociale statunitense. Ed il rischio di parlare del “don’t do murder” per il braccio della morte può costringere a dover rivalutare ogni discussione relativa ad altre tematiche (più o meno simili, per una fetta d’opinione medica), come l’obiezione di coscienza nell’aborto; un problema spinoso, tanto più per quei gruppi progressisti che combattevano ieri per tutelare la donna abortente affiancandole per legge del personale sanitario qualificato, e che oggi vorrebbero proibire la presenza dei camici bianchi nei reparti della morte statunitensi.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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