I marò restano in Italia. Parola di italiani?

20/03/2013 di Luca Tritto

La promessa – Quando il 3 Gennaio scorso i due fucilieri della Marina italiana, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, rientrarono in India dopo un permesso di 14 giorni per essere interrogati dalla Procura italiana, il Premier Monti e il Ministro degli Esteri Giulio Terzi di Santagata avevano sbandierato urbi et orbi la correttezza italiana e la parola mantenuta nei confronti del governo indiano.

Contropiede – In questi giorni, invece, la situazione si è capovolta. Nonostante i due marò fossero tenuti sotto la custodia delle autorità indiane, hanno beneficiato di un permesso speciale per potersi recare in Italia e votare alle scorse elezioni politiche. La crisi diplomatica tra Italia e India ha così aggiunto un nuovo elemento di attrito: i due fucilieri non faranno ritorno a Kerala. L’annuncio delle autorità italiane ha spiazzato le cancellerie diplomatiche e ha aperto un vero e proprio caso internazionale di dimensioni enormi. In ballo non c’è solo il destino dei due accusati, bensì tutto un sistema di relazioni tra due potenze del G-14.

Marò, India vs ItaliaI fatti – Facciamo un passo indietro, in modo da capire meglio. Girone e Latorre sono accusati di aver ucciso due pescatori mentre erano in servizio sulla petroliera Enrica Lexie. I due hanno aperto il fuoco contro quella che credevano una imbarcazione di pirati, in quanto la zona battuta è altamente pericolosa per la presenza della pirateria, soprattutto somala. Invece, a morire sono stati due semplici ed innocenti pescatori. Da qui parte la diatriba. L’Alta Corte di Kerala sostiene che l’incidente sia avvenuto in acque territoriali indiane, mentre l’Italia nega, dichiarando di aver operato in acque internazionali. Nonostante ciò, i due fucilieri sono stati posti sotto custodia in India, avviando un difficile caso di conflitto di giurisdizione per il processo, nonostante il difetto indiano fosse palese ai più.

Crisi diplomatica – Tornando ad oggi, il mancato rientro in India ha avuto ripercussioni gravissime nella crisi in atto, investendo le più alte istituzioni in campo diplomatico. Per ritorsione, il governo indiano ha intimato all’ambasciatore italiano in India, Daniele Mancini, di non lasciare il Paese, comunicando i suoi spostamenti e revocando parte dell’immunità diplomatica. Una sorta di prigionia dorata. E mentre i due marò sono a casa, il nostro diplomatico sembra aver preso il loro posto, ovviamente con i riguardi di rito. A tal proposito, anche l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea, Catherine Ashton ha dichiarato l’inammissibilità di tale misura, in quanto contrastante con la Convenzione di Vienna del 1961 sulle immunità diplomatiche, nonostante l’Europa si sia tirata, inspiegabilmente, fuori dalla diatriba. Ai sensi del Trattato, l’ambasciatore gode della totale immunità dalla giurisdizione civile e penale e di tutte le libertà possibili, previo il rispetto verso il Paese ospitante.

Le conseguenze – Ora, la situazione si è ingigantita e complicata ancora di più. Non solo per il conflitto di giurisdizione, con due Paesi aventi due differenti versioni dei fatti, ma anche per i risvolti politici e diplomatici assunti da questa crisi. In India si avvicinano le elezioni, e già le opposizioni strumentalizzano il caso per dimostrare l’inettitudine dell’attuale governo del Partito del Congresso, capeggiato da Sonia Gandhi, la quale denuncia pesantemente l’atteggiamento avuto dall’Italia. Un altro ambito a rischio è quello commerciale ed economico. Le imprese italiane in India ed i rapporti commerciali sicuramente risentiranno di questa situazione.

Un giudizio – Alla luce dei fatti, il mancato rientro dei marò è stata una scelta giusta? Non sembra proprio. Non tanto perché l’India fosse in ragione al momento della carcerazione dei due militari, almeno per il diritto internazionale. Gli organi dello Stato, svolgenti attività iure imperii, sono infatti totalmente immuni dalla giurisdizione penale dello Stato straniero. Per non parlare del modo in cui – a detta dell’informativa resa in Parlamento il 13 Marzo – la nave con i marò sarebbe stata attirata nel porto di Kochi: vi sarebbe stata una comunicazione di una cattura di alcuni sospetti pirati, e la richiesta alla nave con a bordo i marò di recarsi in porto per il riconoscimento dei sospettati. Ma per quanto riguarda la gestione della situazione e il comportamento italiano, molto si potrebbe dire. Prima accondiscendente e poi, da un giorno all’altro, capace di un atto di forza di questo tipo, sebbene ne abbia pienamente il diritto.

Arbitrato? – Vorrei ricordare un caso precedente: il 3 Febbraio del 1998, un aereo dei Marines americani tranciò i cavi di una funivia nel Cermis, causando la morte di ben 19 persone, dopo un volo nel vuoto durato 7 secondi. La nostra Corte di Cassazione dichiarò il difetto di giurisdizione del giudice italiano ed il e il pilota fu quindi giudicato da un tribunale militare americano in Texas, non scontando nulla, nonostante volasse a 150 metri dal suolo, pratica non permessa. Ineccepibile, a livello giuridico, la decisione della Corte, ma la rabbia e lo sdegno furono evidenti. Perché, allora, usando il buonsenso e dimostrando anche comprensione per l’accaduto e per chi è stato colpito, non cercare sin da subito un chiarimento sul caso dei marò, magari puntando su di un arbitrato internazionale? E perché non mettere maggiore pressione all’India visto la sua palese violazione del diritto internazionale e il sotterfugio utilizzato al momento dell’arresto?  Invece, si è preferito, dopo aver vantato questa famigerata parola da italiani, disattendere platealmente una promessa fatta neanche due mesi prima, dimostrando la totale incapacità del governo nel gestire la situazione.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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