I guai del PD: la cricca romana

01/07/2015 di Ludovico Martocchia

I valori del Pci sembrano lontani anni luce. Nel Pd della Capitale, tutto (o quasi) è dominato da clientelismo e dagli interessi particolari. Dove andranno questi eredi della sinistra? Con una riflessione sul ritorno dell’Unità, quotidiano di partito e di governo.

Per Fabrizio Barca in 27 circoli del Pd romano la politica, intesa come amministrazione della cosa pubblica a vantaggio dei cittadini, non è di casa. A prevalere sarebbero «gli interessi particolari, che sovrastano o annullano gli interessi generali o sono arena di scontro di poteri». Questi circoli sono dannosi, perché bloccano “il confronto” e premiano “la fedeltà di filiera”, emarginando “gli innovatori”: così ha continuato il politico ed economista nella relazione presentata alla festa del Partito Democratico della capitale. Ma Barca non è l’unico a testimoniare la decadenza politica, morale e sociale di un movimento politico, discendente di una tradizione lunghissima, alla base della nostra Repubblica. A Roma, gli eredi del Pci e della Dc hanno perso la bussola: decenni di potere hanno portato alla corruzione e al particolarismo. A certificarlo è la magistratura, che sta scavando in quell’abisso di Mafia Capitale, come è stato descritto più volte qui su Europinione. Nuovi elementi emergono anche da alcune inchieste giornalistiche, ultima quella di Lirio Abbate su l’Espresso.

Dalle intercettazioni emerge il ruolo fondamentale di Umberto Marroni, 49 anni, parlamentare in quota Dem. Esponente di spicco della sinistra romana, in rapporti stretti con il presidente Matteo Orfini, è stato capogruppo del Pd durante l’amministrazione Alemanno. Su di lui non c’è nessun verdetto giudiziario né tantomeno un’indagine aperta. Secondo il giornalista de l’Espresso, dalla lettura delle carte, Marroni sarebbe il punto di riferimento di Salvatore Buzzi, leader delle coop a Roma e di Massimo Carminati, ormai conosciuto come il boss di Mafia Capitale. Nessun affare si muoverebbe senza di lui. Da tramite con Buzzi avrebbe usato due persone di fiducia: il consigliere comunale democratico Pierpaolo Pedetti – arrestato – e l’ex dirigente sempre del Pd Andrea Carlini, definito “l’uomo di Marroni”. Sarebbero proprio questi due, secondo le intercettazioni, ad aver tentato di portare a termine un giro di appalti non da poco, in cambio dell’acquisto di una casa che avrebbe dovuto comprare proprio Buzzi. Il capo della coop 29 giugno infatti affermò al telefono: «Fateme fa’ un campo nomadi, te ne compro tre di case, no una!».

Ecco, è questo il lato peggiore della sinistra romana, purtroppo da generazioni. Sospetti vertono anche sul padre di Umberto, Angiolo Marroni: una carriera nelle istituzioni capitoline dal 1965, in quota Partito comunista. Per dieci anni, dal 1975 al 1985 ha anche svolto la funzione di assessore al bilancio della Provincia, fino a diventare dal 1985 vicepresidente del consiglio regionale del Lazio e dal 1995 al 2000, assessore regionale del bilancio. Oggi è garante dei detenuti nella Regione. Una carriera niente male, coronata anche dai rapporti stretti proprio con Salvatore Buzzi: d’altronde cinquant’anni in politica portano privilegi, amicizie ma anche tante grane. Due anni fa, sostiene Lirio Abbate, «avrebbe fatto da mediatore per far concludere un affare al patron della 29 giugno, eliminando i concorrenti». Insieme hanno esultato al telefono: «Dodici milioni di euro ci siamo portati via…».

In sostanza, sono coinvolti in molti, provenienti dalla sinistra storica della tradizione repubblicana, un mondo che purtroppo sta emergendo oggi dalle indagini, dalle carte e dalle trascrizioni delle conversazioni telefoniche. E probabilmente questo ambiente, questo mondo di mezzo, è ancora la punta dell’iceberg: cosa sarà nascosto al di sotto lo scopriremo più avanti. Sia chiaro: è solo una sensazione, nulla di certo. Ciò che è sicuro, sono le foto, che addirittura ritraggono Marco Vincenzi, capogruppo Pd alla regione, che riceve un bigliettino da Buzzi. Come quella che ha portato la bufera su Giuliano Poletti, ritratto proprio con Umberto Marroni, Gianni Alemanno (indagato), Buzzi e sullo sfondo in un tavolo diverso Luciano Casamonica, boss del famoso clan dei rom. Un bel quadretto, che ovviamente non ha nulla di criminale finché i giudici non si esprimeranno, ma che senza dubbio non piace all’opinione pubblica e alla società civile che combatte tutti i giorni la mafia, nelle regioni del centro-nord, del sud, come nella Capitale.

Nota di colore. Proprio ieri è tornata in edicola l’Unità, il giornale storico fondato da Antonio Gramsci nel lontano 1924, con un grosso titolo con tanto di hashtag a passo con i tempi: #antimafiacapitale. Si potrebbe essere d’accordo con il messaggio d’augurio di Sergio Mattarella: il ritorno del giornale è una bella notizia per il pluralismo d’informazione. E invece no, quale pluralismo? L’Unità sarà ancor di più quotidiano di partito e di governo. Se l’obiettivo sarà sempre quello di lodare il Pd, sinceramente non si sentirà molto il bisogno di questa testata. Tanto che sin dal primo numero si mettono le cose in chiaro. Il Partito democratico ha sbagliato su Mafia Capitale ma si sta rifacendo. Già è una posizione ambigua, perché le cose allo stato attuale non sembrano ancora andare verso cambiamenti sostanziali. e mistificare con gli annunci in prima pagina non risolverà certo la situazione.

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Ludovico Martocchia

Nato e cresciuto nella periferia romana. Ha frequentato il Liceo Scientifico Francesco D'Assisi, ora studia Scienze Politiche alla Luiss. Da sempre appassionato di politica, si interessa anche di filosofia, storia, economia e sport. Ma prima di ogni cosa, libero pensatore.
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