I colpevoli silenzi di Renzi, Segretario di un Pd inguaiato

19/05/2015 di Edoardo O. Canavese

Mafia capitale, coop, primarie liguri, candidature campane. Troppi nodi al pettine del Matteo Renzi segretario, incapace di conciliare fino in fondo il controllo del partito con quello del Governo. Rischiando le prime crepe elettorali in occasione delle regionali

PD Renzi

“Il Pd è il taxi di Renzi per arrivare alla Presidenza del Consiglio”. Questa fu l’accusa che gli venne mossa dall’opposizione, ma soprattutto da parte della sua stessa minoranza quando l’allora sindaco fiorentino infilzò la schiena del misero Letta. La critica nasceva dall’impressione che a Renzi, del Pd in quanto tale, non importasse granché. Non delle polverose, confuse idee accumulate nella sua breve vita, non dell’eredità che l’8 dicembre faceva sua, forse delle strutture, i circoli, dei gazebo, dell’attivismo delle feste. Per il resto una buona utilitaria, il Pd, che riuscisse almeno a portarlo da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi. Non è andata proprio così. I democratici a trazione renziana hanno subito un grosso scossone, che ne ha proiettato ambizioni e prospettive verso inesplorati lidi. Tuttavia il Pd ereditato non era solo un partito promettente ma perdente. Era anche, sul territorio, febbricitante. Sintomi di fronte ai quali Renzi ha spesso preferito voltar la faccia dall’altra parte.

Il marcio del Pd romano non è cosa di Renzi. O almeno, non solo. Il frutto del rapporto su di esso redatto dall’ex ministro Barca, che parla di un “Pd non solo cattivo, ma pericoloso e dannoso” non è cosa del solo Renzi, anzi. E non lo è nemmeno lo scandalo delle cooperative, che coinvolge perfino l’acerrimo nemico D’Alema. Lo sono decisamente di più i voti inquinati nelle primarie liguri, e i volti che macchiano la credibilità di Renzi e del partito di cui è segretario in Campania, principalmente, dal candidato presidente ai più piccoli, determinanti eleggibili, ma impresentabili. Chi neofascista, chi omofobo, chi colluso. Chi, come il loro leader De Luca, semplicemente condannato per abuso d’ufficio. Casi diversi tra loro, ma accomunati da un particolare: un certo atteggiamento pilatesco dell’imperturbato segretario.

Non che manchi imbarazzo, anzi. In un’intervista presso la redazione di Repubblica, Matteo Renzi, vestiti i panni dell’elettore campano, ha espresso impossibilità nel votare alcuni candidati del suo partito. Una frase tanto doverosa quanto scontata, ma inutile fino al danno se alle parole non seguono i fatti. Se, quindi, gli impresentabili, non vengono rimossi. La Campania rappresenta un terreno elettorale particolarmente viscido per tutto il Pd, non da oggi. De Luca, di per sé poco presentabile, è ad un passo dalla vittoria. Strappare la regione al centrodestra sarebbe per Renzi un pesante successo. Agrodolce tuttavia, con il pericolo che a scandalo s’aggiunga scandalo, che De Luca, eletto, sia considerato ineleggibile e decada. Renzi attende il responso di una pericolosa vittoria. In silenzio, perché De Luca non si tocca. Non si può, perché garante del renzismo in Campania: se è segretario Pd lo deve anche a lui, lo sa e tace. Si fa corrucciato di fronte quei nomi, ma tace. E forse spera nella rimonta di Caldoro.

Anche il caotico spettacolo delle primarie ha portato ad un tentennamento da parte dei vertici della segreteria democratica. A fronte dell’annullamento di quasi 4mila voti, su un totale di 54mila, il Collegio dei Garanti Pd ha ritenuto che così facendo il problema politico fosse scrostato come una macchia. Le immediate conseguenze hanno detto il contrario. Cofferati ha lasciato il Pd. Idem Pastorino, che si è candidato alla presidenza ligure. Idem Civati, che si è accodato a Pastorino nella lotta contro la renziana Paita. Che oggi rischia di perdere clamorosamente contro Toti. In questo caso Renzi non ha nemmeno finto di indossare i panni del segretario. Ha infilato l’elmetto di premier e attaccato “la sinistra tafazziana che sa solo perdere”, facendo della Liguria il suo principale campo di impegno elettorale. Determinando una frattura quasi verticale in un elettorato tradizionalmente rosso. La Liguria come l’Italicum, Renzi contro la sua minoranza. Tuttavia a Genova non andrà a sedersi lui, ma la Paita, la quale nel frattempo ha pure ricevuto un avviso di garanzia per mancata allerta, omicidio e disastro colposo in occasione dell’alluvione dell’ottobre 2014.

Ad onor del vero è giusto aggiungere quanto il Pd, a livello locale, abbia, fin dalla sua nascita, sofferto una facile e sofferta vicinanza con ambienti in odore di malaffare. La lunga segreteria Bersani ne è stata letteralmente tempestata. Dal sud, dai democratici napoletani umiliati dalle primarie truccate del 2011, al nord industrioso, nella Sesto San Giovanni dell’allora capo della segreteria politica di Bersani Filippo Penati, condannato (ma prescritto) per concussione. Né i già citati casi romani e delle cooperative sono figlie della segreteria Renzi. Ma se quel Pd si mostrò balbettante su rigurgiti di questione morale cui non pareva riuscirsi a dare soluzione, e se da par suo il premier è intervenuto in modo deciso per lo meno a Roma, peraltro affidando al presidente dem Orfini la gatta da pelare, nondimeno pare chiaro la difficoltà di Renzi di conciliare il doppio ruolo di segretario e presidente del Consiglio. Riecheggia la maledizione di D’Alema, che non segretario ma presidente dei Ds, da premier durò due anni fino alla sconfitta alle regionali.

 

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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