I cambiamenti necessari a far ripartire l’Unione Europea

05/03/2014 di Giovanni Caccavello

Elezioni Europee 2014

Elezioni Europee. Il risultato che dovrebbe uscire dalle urne europee il prossimo 25 maggio sarà molto complesso da leggere, almeno a detta degli analisti. Il rischio maggiore sarà dato dal fatto che nessun partito otterrà la maggioranza assoluta dei voti e nemmeno le alleanze più probabili, se si votasse oggi, garantirebbero una stabile maggioranza all’interno del Parlamento Europeo. Pochi giorni fa, sia il Wall Street Journal che il Financial Times, hanno pubblicato i dati riguardanti le “poltrone” che ogni singolo partito europeo dovrebbe ottenere se si votasse oggi, a dieci settimane dal voto.

Sondaggi, elezioni europeeI sondaggi. Il Parlamento Europeo è composto da 751 seggi e, per ottenere una maggioranza assoluta, i partiti dovrebbero essere in grado di raccogliere voti sufficienti per far eleggere 376 parlamentari europei.  Al momento, secondo i sondaggi da PollWatch, che tengono conto di tutti gli schieramenti politici all’interno dei 28 paesi dell’Unione, il partito che otterrebbe più seggi sarebbe il Partito Socialista Europeo che però avrebbe a disposizione “solo” 217 parlamentari. Il Partito Popolare Europeo otterrebbe 200 seggi, l’Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa 70, la sinistra più radicale (Sinistra Europea Unita – Sinistra Verdi Nordica) 56, i Verdi 44, I Consevatori e Riformisti Europei 42, i movimenti più nazionalisti 30, mentre tutti altri partiti, gruppi e movimenti europei minori raggiungerebbero un totale di 92 parlamentari. Questo scenario, come potete bene osservare, dovrebbe portare ad ulteriori complicazioni che potrebbero così ritardare di molto l’approvazione di leggi comunitarie. Già oggi, però, il parlamento europeo, seppur con una maggioranza meglio definita viene spesso accusato di approvare gli atti legislativi promossi dalla Commissione Europea in modo troppo lento.

Cambiare l’Unione Europea. Il cambiamento, introdotto in modo “ufficioso”, di legare la figura del candidato ai vari partiti, e quindi di scegliere in anticipo il proprio rappresentante per la presidena della Commissione Europea è una mossa azzardata ma che potrebbe risultare vincente. Di questo parere è Simox Hix, professore di politica europea presso la London School of Economics che spiega come  “anche se i primi ministri dei singoli stati membri sembrano al momento riluttanti ad accettare la proposta dei partiti europei di legare le due figure istituzionali in una, questa decisione è ormai in atto e il processo sarà quasi certamente destinato a completarsi”. Questa importante voglia di modificare, seppur in modo semplice, le regole non scritte su cui si basa il processo di elezione del capo della Commissione Europea lascia spazio per ulteriori critiche. Nel corso di questi ultimi anni la crisi economica ha messo in evidenza tutti i limiti della struttura istituzionale dell’Unione Europea che, come ha fatto notare il primo ministro David Cameron più di una volta, risultano essere poco efficienti e poco intrusivi. Al fine di cambiare l’architettura dell’Unione non è assolutamente necessario pensare di distruggerla come propongono in modo molto populista alcuni movimenti europei come lo UKIP di Nigel Farage, il Front National di Marine Le Pene o la Lega Nord in Italia.

Rivedere (quasi) tutto. Per poter intervenire sulle criticità, risulta essere necessario ripensare al modo in cui l’Unione Europea è stata concepita mantenendo saldi alcuni principi economici fondamentali, come, ad esempio il libero mercato con la libera circolazione di merci, servizi, lavoratori e capitale. Al fine di rendere le istituzioni europee davvero vicine ai cittadini di tutti gli stati membri è necessario procedere ad una profonda revisione delle competenze nazionali e comunitarie, è necessario ridurre in modo drastico la burocrazia europea che nel corso degli anni è aumentata in modo vertiginoso ed è necessario creare istituzioni più vicine e sensibili ai cittadini europee.

Autonomia e responsabilità, un sistema federalista. Tutto questo dovrebbe poi venir accompagnato da una forte spinta comune che ponga nel sistema federalista la risposta a molti dei dilemmi odierni. La creazione di un sistema di questo tipo consentirebbe agli stati membri di mantenere un buon livello di autonomia rendendo però essenziale il principio dell’efficienza interna alle singole nazioni al fine di poter spendere meno e meglio. Ciò, indirettamente, garantirebbe anche un miglior utilizzo delle risorse da utilizzare non più in spesa pubblica improduttiva ma in investimenti a lungo termine al fine di poter ottenere nel corso degli anni sempre più fondi a discapito di quelle nazioni che mal si comporteranno a livello fiscale ed economico.

Nuova costituente? Utopia. Servirebbe una legislatura costituente, ma la difficile situazione che si genererà all’interno del parlamento – senza una chiara maggioranza-  e le forti pressioni di alcuni dei principali stati membri, lascia intuire come queste nostre idee rimarranno molto probabilmente solo sulla carta. Cercando di essere più realisti, quantomeno, è fondamentale  che la battaglia per le elezioni europee veda affrontare queste tematiche di vitale importanza per l’unione europea. Per proseguire nella costruzione di un’Europa più unita e compatta è davvero necessario incominciare il lungo processo di unificazione politica che, negli ultimi anni, si è allontanato giorno dopo giorno.

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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