M5S ed i 20 punti di Grillo: la seconda parte dell’analisi

12/03/2013 di Federico Nascimben

Riprendiamo e completiamo oggi l’analisi della seconda parte dei “20 punti per uscire dal buio” proposti da Grillo nel suo blog.

  • Referendum sulla permanenza nell’euro

Quando si parla di propaganda e populismo, il tema del referendum sull’Europa è un caso simbolo. L’uscita dall’Unione, in questo momento, avrebbe conseguenze imprevedibili (e nefaste) sulla nostra economia, per non parlare della reazione dei mercati ad una possibilità di questo tipo. In ogni caso, prima di poter parlare di un referendum di alcun tipo, andrebbe considerato anche quanto dice Paolo Becchi, sociologo sostenitore di Grillo : ” l’art. 75 della Costituzione vieta esplicitamente che possa svolgersi un simile referendum sulle leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali ma, secondo una consolidata interpretazione della Consulta, non sarebbe mai possibile interferire, attraverso referendum, con l’ambito di applicazione delle norme comunitarie e con gli obblighi assunti dall’Italia nei confronti dell’Unione Europea. Si dirà: Grillo ha proposto un referendum “propositivo”, non abrogativo. Nel nostro ordinamento, però, non è possibile proporre lo svolgimento di referendum consultivi, al di là delle espresse previsioni della costituzione (articolo 132, ai sensi del quale tali consultazioni riguardano unicamente modifiche ai territori delle Regioni) “.

  • Obbligo di discussione di ogni legge di iniziativa popolare in Parlamento con voto palese

Ecco, questo, invece, è un punto che – accompagnato da alcune modifiche dell’attuale legislazione – rappresenterebbe una vera svolta per la politica italiana. Occorrerebbe, in ogni caso,  alzare significativamente il numero di firme necessarie perché i cittadini possano presentare un disegno di legge. Le attuali 50.000 appaiono un numero troppo esiguo qualora si inserisse un’obbligatorietà di discussione, uno zero in più, forse, sarebbe appropriato. L’idea del voto palese, comunque, sembra più atta a mettere alla gogna i singoli parlamentari contrari alla proposta popolare che altro (nel programma del Movimento, infatti, si parla addirittura di “voto nominale“).

  • Una sola rete televisiva pubblica, senza pubblicità, indipendente dai partiti

Questo sarebbe certamente un punto importante. L’indipendenza dai partiti deve essere garantita ad ogni costo. La spartizione, lo spreco e la mal gestione delle reti televisive pubbliche hanno caratterizzato gli ultimi decenni della storia italiana. In ogni caso, l’idea di togliere la pubblicità, porterebbe in definitiva gli stessi problemi esistenti oggi. A quel punto tanto varrebbe privatizzare (si veda al riguardo il voto favorevole al referendum abrogativo del 1995 sul tema). Infatti non sarebbe possibile ridurre un canone considerato oramai fuori luogo (anzi, forse andrebbe aumentando) da gran parte dei cittadini italiani. Una soluzione, invece, sarebbe proprio opposta: eliminare quella fastidiosa legge che obbliga la RAI a riservare alla pubblicità molto meno spazio rispetto alle reti private. Una riduzione ad una emittente,  insieme al via libera per poter agire come competitor sul mercato pubblicitario consentirebbe all’azienda un’indipendenza maggiore.

  • Elezione diretta dei parlamentari alla Camera e al Senato

Cosa significa? L’elezione dei parlamentari è già diretta, solamente non è possibile esprimere la propria preferenza. Su quello si può dibattere, certo, ma forse tangentopoli qualcosa avrà pur insegnato, no?

  • Massimo di due mandati elettivi

Qui devo fare una piccola premessa, perché – sarò certamente minoranza – io non ho nulla in contrario alla “politica come professione” (come diceva qualcuno). Detto questo, il vortice di problemi che si è venuto a creare nel nostro Paese con l’attuale sistema è evidente a tutti, per avere forti ricambi in Parlamento c’è stato bisogno di due crisi (politica con tangentopoli ed economica con Monti), ma una possibilità sarebbe alzare il limite a tre legislature per valorizzare un po’ di più l’esperienza. Il vero problema però è interno ai partiti, cioè se a decidere sono sempre i soliti che senso ha cambiare i parlamentari? Credo che il sistema angloamericano da questo punto di vista sia migliore: un forte ricambio delle classi dirigenti, accompagnato dal contributo consultivo di chi ha fatto politica per diversi anni.

  • Legge sul conflitto di interessi

Altra proposta talmente vaga per cui è impossibile non essere d’accordo. Il problema c’è ed è evidente.

  • Ripristino dei fondi tagliati alla Sanità e alla Scuola pubblica

In condizioni di forti crisi economica il ripristino è altamente improbabile. Entrambi i settori presentano delle evidenti problematiche strutturali interne. Due proposte: per quel che riguarda la sanità vige la necessità di rivedere il nostro modello, dato il costante invecchiamento della popolazione e la sua sostenibilità, oramai, è qualcosa di utopistico. Per la scuola pubblica (e l’università) bisogna innanzitutto implementare sistemi efficaci di valutazione dell’efficienza delle strutture, oggi troppo eterogenee da questo punto di vista e incapaci, spesso, di gestire al meglio le già poche risorse disponibili

  • Abolizione dei finanziamenti diretti e indiretti ai giornali

Personalmente credo sia un punto condivisibile. Al massimo siano i partiti (con i propri fondi) a finanziarsi il proprio giornale (e non lo Stato, eliminando così il rischio di possibili/probabili commistioni). Questo, però, non risolverebbe il problema alla base di buona parte del nostro mondo dell’informazione: l’esistenza di editori spuri. Oltre agli storici problemi del Paese (bassi livelli di istruzione e forte differenziazione geografica), con l’arrivo dei nuovi media è diventato sempre più difficile sopravvivere facendo l’editore. In realtà questo è un po’ un problema globale, ma in Italia l’abolizione sine conditio porterebbe immediatamente alla chiusura del 99% dei quotidiani, anche di quelli non legati ai partiti. Forse, quindi, qualche forma di aiuto per certi tipi di editoria andrebbe – seppur ridotto – mantenuto.

  • Accesso gratuito alla Rete per cittadinanza

Non credo possa essere una via perseguibile. Almeno non nell’immediato. Il costo di un servizio di questo tipo sarebbe eccessivo e andrebbe pesando significativamente sulle casse dello Stato.  Occorre invece maggiore concorrenza, soprattutto per la gestione delle infrastrutture delle reti. Inoltre, andrebbe forse incentivata la conoscenza del mezzo prima della sua diffusione. L’Italia è caratterizzata da un grande analfabetismo informatico e conseguente scarso (se non nullo) utilizzo di internet da parte della maggioranza degli italiani.

  • Abolizione dell’IMU sulla prima casa

Occorre certamente rivedere l’imposta, ma solamente per le abitazioni di medio e basso valore, per le altre no. E poi l’IMU dovrebbe essere la prima delle imposte “federali”, legate al territorio (in un’Italia che vorrebbe andare verso questo modello), specie in un Paese come il nostro dove oltre il 70% delle famiglie è proprietario dell’abitazione in cui vive.

  • Non pignorabilità della prima casa

E’ una proposta di sicuro effetto propagandistico, certo, ma fra le più assurde: un’impignorabilità incondizionata – quindi non solo in riferimento a debiti con lo Stato – porterebbe le banche a non concedere più mutui. La garanzia viene richiesta automaticamente, e quella costituita dal bene immobile è certamente la più sicura nel nostro caso.

  • Eliminazione delle province

È una proposta che ormai (a parole) trova un ampio consenso, ma occorre modificare la Costituzione. Il Governo Monti ci ha provato, ma è andato incontro a resistenze di ogni tipo e a diversi problemi giuridici. Sarà questa la volta buona?

  • Abolizione di Equitalia

Non avrebbe più senso rivedere i meccanismi di riscossione delle imposte e quelli sanzionatori? Con la semplice abolizione non si risolverebbe assolutamente nulla, dato che comunque vi dovrà essere qualcuno che svolge il compito che prima svolgeva Equitalia.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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