Da Hopper a O’Keeffe: l’arte moderna in mostra al Moma

02/12/2013 di Simone Di Dato

Da Hopper a O’Keeffe: l'arte moderna in mostra al Moma

Le mostre, a volte, servono a fare chiarezza. L’esposizione newyorkese organizzata dal più importante e prestigioso museo di arte moderna al mondo, offre fino al prossimo 26 gennaio, l’occasione di conoscere a fondo il complesso ciclo di arte modernista americana tra il 1915 e il 1950, mettendo in luce aspetti inediti e poco lampanti delle tendenze emotive e visive degli artisti attivi dal primo al secondo dopoguerra. La mostra porta il nome di “American Modern: Hopper to O’Keeffe” e tratta i molteplici punti di vista di circa 50 artisti della collezione interna al museo, che non a caso cita i due grandi punti cardine della cultura pittorica statunitense.

Da Hopper a O’Keeffe: l'arte moderna in mostra al Moma
Edward Hopper, House by the railroad, 1925

L’opera simbolo del percorso espositivo è da ricercare dunque nella celebre tela “House by the Railroad”, capolavoro che nel 1930 valse ad Edward Hopper l’ingresso nella collezione permamente del Moma. Così come altri soggetti presenti, il lavoro del maestro del realismo americano trasmette attraverso la tela, un senso di precarietà indiscussa che nasce in un caso dalla sofferenza personale del pittore stesso, e nell’altro dal senso di disagio internazionale espresso allo spettatore attraverso effetti più o meno palesi di distorsione visiva. Quest’icona del modernismo simboleggia infatti la nascita di un immaginario completamente diverso rispetto ai precedenti artistici, sullo sfondo dei profondi cambiamenti sociali che colpirono gli Stati Uniti nella prima metà del novecento. Ecco quindi una casa parrocchiale solitaria e desolata, immersa in un paesaggio segnato da binari enfatizzati che non lasciano immaginare il passaggio di alcun treno. Un orizzonte di così serrata concentrazione, di atmosfera sospesa e misteriosa che ispirò poi Alfred Hitchcock per l’ambientazione di Psycho.

Da Hopper a O’Keeffe: l'arte moderna in mostra al Moma
Georgia O’Keeffe, Evening Star, No. III, 1917

Altro caposaldo della mostra è senza dubbio la produzione di Georgia O’Keeffe e la sua visione “logotipica” dell’America. La sua esperienza newyorkese, che le ispirò le famose tele sui grattacieli di Manhattan, la spinsero a vivere e lavorare in un ambiente naturale primordiale, dove avrebbe potuto liberarsi di tutto ed esprimersi più liberamente. Trasferitasi nel deserto del New Mexico, la stessa O’ Keeffe divenne lei stessa materia artistica, scolpita dal sole fino ad assomigliare quasi ad un’aborigena. Nel ricco percorso si distingue il suo acquarello Evening Star, No. III del 1917, antecedente al lavoro di Hopper, ma che con le sue enormi fasce di colore rappresenta tutt’oggi un’opera d’avanguardia e di grande sintesi emozionale del periodo in questione.

Organizzata in filoni tematici (la città, la campagna, le persone, le nature morte), la retrospettiva conta numerose opere tra dipinti, stampe, disegni, e sculture, e si arricchisce di molti nomi e una grande varietà di stili e linguaggi. Si lasciano ammirare le linee astratte dei ponti e dei grattacieli di George Ault, artista analitico ricordato per la sua capacità di rappresentare realisticamente la luce, risaltata sopratutto in scene notturne; gli studi urbani di George Bellows, talento eclettico abile nella descrizione caotica e satirica della vita quotidiana della moderna città americana; ancora Stuart Davis, esponente di spicco del cubismo americano; quindi Charles Sheeler e Alfred Stieglitz, fino a Andrew Wyeth, il pittore della gente, inebriato membro del realismo contemporaneo tra paesaggi di campagna e volti colmi di introspezione emotiva. Non ci sarà quindi solo la figura così artisticamente ingombrante di Hopper e la sua iconografia influenzata dalla neonata cinematografia, ma tutti quei temi ed espressioni del nuovo immaginario visivo. Non verrà tralasciata infatti la fotografia con i famosi peperoni ritratti da Edward Weston che traducono in foto i retaggi pittorici del passato, e neppure il taglio giornalistico di Walker Evans volto a documentare con efficacia la situazione sociale e urbanistica dell’epoca, a chiudere una mostra che lontana da una visione enciclopedica dell’arte, ma che si focalizza sui punti di forza del modernismo, non senza quel senso di nostalgia per un mondo antico e forse mitizzato, ma divorato dal progresso.

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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