L’insostenibile leggerezza della politica

08/05/2017 di Andrea Viscardi

Editoriale - Molti vinti e un vincitore, soprattutto per meriti altrui: poche certezze e molte incognite. Per fortuna l'Europa è sopravvissuta un altro giorno, ma se il paladino scelto per affermare le speranze di cambiamento non ha mai imbracciato una spada, il domani rimane un rebus.

Macron

La Francia ha un nuovo Presidente. Non è Marine Le Pen ma, piuttosto, un John Fitzgerald Kennedy del nuovo millennio, destinato a cambiare le sorti della Francia, dell’Europa e forse, almeno basandosi su quanto uscito dalle penne dei giornalisti italiani, dell’Universo intero. Hollande è morto, viva Macron! Potremmo dunque chiudere qui le nostre considerazioni, allineandoci al sentimento generale. Purtroppo, c’è una possibilità, neanche troppo remota, che la realtà sia diversa: il nuovo Presidente francese è più incognita che certezza, e l’averlo assunto a paladino delle speranze e delle aspettative di cambiento europee è indice di una schizofrenia oramai diffusa nello scenario politico e mediatico del Continente.

Ministro per l’economia del Governo più fallimentare della recente storia repubblicana francese, Macron non ha infatti nessuna esperienza particolare precedentemente alla sua collaborazione con Hollande, nè in campo amministrativo nè politico. Il suo programma, invece, è tanto ambizioso quanto di difficile realizzazione, soprattutto osservando il capitolo riguardante i taglia alla spesa pubblica, e il percorso sarà ancora più irto di ostacoli qualora alle prossime elezioni legislative non dovesse ottenere la maggioranza dei seggi senza ricorrere ad una coalizione.

Sia chiaro, non si tratta di contestare la gioia mostrata in queste ore dagli oppositori di Marine Le Pen, né di una bocciatura a priori del leader di En Marche! ma, piuttosto, il tentativo di osservare, lucidamente, il quadro disegnato dalle elezioni: oggi la Francia ha un Presidente divenuto tale non per il suo alto profilo politico, non per la sua esperienza né per aver dimostrato, in anni recenti, particolari capacità. Piuttosto, ha vinto per via del suicidio dei partiti tradizionali e di un’alternativa che, al contrario di Donald Trump, non rappresentava una novità in grado di sparigliare le carte e di attrarre in massa consensi dagli elettori storici di altre realtà: FN è un partito quasi cinquantennale, caratterizzato da una pessima immagine e guidato da un candidato presente sulle scene da due decenni. Insomma, l’ascesa politica di Macron non è troppo differente, per certi versi, dalla vittoria alle Olimpiadi del 2002 di Steven Bradbury.

Il leader di En Marche!, quindi, rappresenta in tutto e per tutto una scommessa: potrebbe rivelarsi un maestro della politica e il salvatore dell’Europa (e chi scrive se lo augura) ma, utilizzando un termine finanziario, vi sono altrettante probabilità si riveli una gigantesca bolla. È scioccante riflettere di come le speranze del sogno europeo, di un futuro per l’Unione, debbano essere oggi riposte in una persona che ha trovato affermazione soprattutto per demeriti degli altri, senza aver dato prova, sino ad ora, di alcuna capacità in particolare. Si tiri un sospiro di sollievo, dunque, perché non ha vinto un partito il cui contenuto viene semplificato e liquidato come populista – riducendone portata, significato e contenuto, così come le armi per arginarlo -, ma lo si faccia con senso di responsabilità e di misura. Essere arrivati ad individuare in Macron l’unica e più concreta possibilità per il cambiamento europeo è – da convinto europeista – il sintomo più profondo di una condizione disperata: dopo la conferma del fallimento della politica tradizionale e del collasso di una parte dei sistemi politici del Continente, siamo talmente a rischio naufragio da esser pronti ad afferrare e fare nostra qualsivoglia etichetta di novità, ancora prima di conoscere, realmente, chi la manifesta.

Forse l’aver trasformato Macron nella nuova punta di diamante della politica europea è proprio l’ovvia e più naturale conseguenza di tale condizione. Rientra, insomma, tra quei processi di negazione che impediscono di inquadrare, seriamente, la drammaticità delle prospettive in cui giace il futuro del nostro Continente. Sì, l’Europa è sopravvissuta un altro giorno, ma se il destino della sua guarigione è affidato a un medico abilitato per assenza di partecipanti al concorso, le prospettive sono tutt’altro che certe. Il rischio di riporre in Macron troppe aspettative è concreto, almeno quanto la possibilità che il paziente Europa non venga curato, ma la sua morte semplicemente rimandata. Senza considerare come, in realtà, non vi sia neanche un quadro completo di quali siano, con esattezza, le medicine che il nuovo Presidente francese vorrebbe riuscire a far assumere da Bruxelles.

D’altronde, il livello di semplificazione raggiunto in questa triste era della politica e dei media occidentali può altresì essere individuato nell’approccio da questi utilizzati verso il panorama “populista”. Poche righe sopra ho definito riduttivo e limitativo l’utilizzo di questo termine per riassumere la realtà di partiti come FN, o di fenomeni quale quello che ha portato Donald Trump a sedersi alla Casa Bianca. Per il mondo politico, l’elettore populista odierno è chi vuole passi indietro, l’antiprogressista. Populista è chi punta alla rovina dell’Europa. Populista è razzista, è xenofobo, è ignorante. Populista è colui che vuole costruire muri per isolare chi è diverso. Si smetta di giocare al teatrino del bene contro il male: in pochi, e in malo modo, si sono soffermati a considerare quanto, il vento di cambiamento portato dal Front National o da Donald Trump risponda a istanze e richieste ben precise da parte di una buona percentuale della popolazione, configurandosi come reazione alle trasformazioni socio economiche che hanno colpito l’occidente negli ultimi quindici anni: che tali issues trovino sfogo, subendo una radicalizzazione, all’interno di contenitori “populisti”, è la logica conseguenza di una politica, quella tradizionale, che ha fallito per troppo tempo nel consegnare risposte concrete. Oggi, occorre porre fine a questo errore reiterato. La Politica non può e non deve avere paura di analizzare e di confrontarsi con le istanze che ingrassano le file dei partiti come FN, elaborando strategie e visioni di medio-lungo termine. Se invece si limiterà, come fatto sino ad oggi, a chiudere le finestre per ripararsi dal vento, prima o poi, i vetri cederanno, e le nostre case saranno travolte da un uragano.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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