HIV – Addio alla leggenda del “Caso 0”

10/11/2016 di Pasquale Cacciatore

Gaetan Dugas è stato, a lungo, indicato come il Caso 0, colui che aveva portato l'AIDS negli USA. Oggi, la scienza, smonta questa leggenda.

Dougas

Il percorso di ricostruzione epidemiologica dell’epidemia di AIDS è caratterizzato da assenze e falle, soprattutto per quanto riguarda la prima diffusione del virus. Uno dei miti classici è quello relativo al cosiddetto “caso zero”, ovvero Gaetan Dugas, lo steward franco-canadese che per molti è considerato il primo importatore (e diffusore) del virus dall’Africa nelle Americhe.

Nel corso degli anni lo steward è stato accusato di aver introdotto nel mondo occidentale una patologia responsabile di centinaia di migliaia di morti sin dagli anni ‘80, con il New York Post che addirittura finì per definirlo “L’uomo che ci ha portato l’AIDS”.

Adesso, però, ultime rivelazioni scientifiche sembrano discolpare il caso zero. Analisi sui campioni di sangue conservati in laboratorio ed indagini storiche sembrano dichiarare Dugas innocente: il ceppo ritrovato nel sangue dello steward nel 1983 era già in circolo nella New York di quegli anni, prima ancora che l’intensa vita sessuale del “caso zero” ne amplificasse la circolazione. Secondo i dati storico-epidemiologici, il ceppo di HIV responsabile della gran parte delle infezioni negli States fu trasportato dallo Zaire ad Haiti nel 1967, diffondendosi a New York intorno al 1971, per poi apparire a San Francisco nel 1976.

I ricercatori hanno inoltre scoperto qualcosa di curioso: lo stesso Dugas, durante le prime analisi, non era stato definito “paziente 0”, bensì “paziente O” (dove la lettera indicava che si trattava di un paziente outside il Sud della California); la confusione del simbolo ha contribuito così per alimentare il mito del primo paziente responsabile dell’introduzione del virus in America. Nel corso degli anni la scienza ha fatto luce sulla trasmissione del virus ed è giunta alla conclusione che è improbabile riuscire ad individuare in una singola persona il responsabile dell’epidemia che da oltre trent’anni conosciamo.

Le nuove scoperte che “scagionano” Dugas sembrano concordare con il resoconto dell’epidemia, ricostruito qualche anno fa, dall’infettivologo Pepin nel suo volume “Le origini dell’AIDS”. Sulla base di ricerche genetiche e registri coloniali, il ricercatore aveva dimostrato come HIV fosse stato trasportato da Kinshasa ad Haiti negli anni ‘60, probabilmente da uno delle migliaia di lavoratori in servizio civile reclutati dalle Nazioni Unite per lavorare nell’ex-Congo belga. Secondo la teoria di Pepin, ad Haiti le condizioni di scarsa sterilizzazione dei componenti ematici inviati all’estero da una ditta privata (la Hemo-Caribbean) avrebbe aperto le porte al virus negli States, tanto che negli anni seguenti si iniziarono a registrare casi di emofilici soggetti a trasfusioni che avevano contratto l’infezione. In più, Haiti era in quel periodo una destinazione di turismo omosessuale particolarmente in voga per gli statunitensi: anche questa strada potrebbe aver portato HIV a New York.

Il sangue analizzato in questo nuovo studio deriva da una banca dati raccolta tra il 1978 e il 1979 a New York e San Francisco, durante esperimenti finalizzati a realizzare un vaccino per l’epatite B. Di 16 000 campioni di sangue, il 7 percento di quelli di New York e il 4 percento di quelli di San Francisco risultavano positivi all’infezione da HIV. Un team di ricerca ha così sequenziato il genoma virale, comparandolo con quello del virus presente nei pazienti provenienti da Haiti, Repubblica Dominicana ed altri Stati limitrofi, curati negli ospedali americani negli anni ‘80. In Africa i ceppi di HIV sono numerosi, ma sia quello di New York che San Francisco è molto simile ad un singolo ceppo già registrato ad Haiti, cosa che farebbe propendere per l’idea dell’introduzione da parte di pochi casi negli Stati Uniti.
I sintomi definiti in seguito AIDS furono identificati per la prima volta nel 1981. Qualche anno dopo iniziò a diffondersi la teoria del caso zero, grazie ad un’analisi su quaranta pazienti con sintomi da AIDS: otto di questi, tra New York e San Francisco, avevano avuto rapporti sessuali con uno steward non ben identificato. Ribattezzato all’inizio “Caso O57” ed in seguito semplicemente “Caso O”, lo steward dichiarò di avere più di 250 rapporti sessuali in un anno.

All’epoca, erroneamente, si pensava che i sintomi dell’AIDS potessero svilupparsi in circa dodici mesi (in realtà occorrono spesso anni): per questo motivi furono ricollegati a Dugas molte infezioni che erano in realtà avvenute anni prima. Non aiutò, inoltre, il fatto che Dugas tenesse un diario dei suoi incontri, sebbene su 250 persone in media fosse riuscito a riferire agli investigatori solo 72 nomi.

A puntare per la prima volta il dito verso lo steward fu un giornalista gay di San Francisco, Randy Shilts, che nel suo libro “Ant the Band Played On” risalì a Dugas analizzando i vecchi partner degli uomini nello studio del 1984. Da quel momento, anche il mondo scientifico iniziò a familiarizzare con l’espressione del “paziente zero” nell’epidemia di HIV: una “quasi-leggenda” che ha demonizzato Dugas per decenni.

Ed è così che oggi, a parte la riabilitazione sociale, l’umanizzazione di Dugas potrebbe essere utile per la lotta all’epidemia moderna di HIV. Nonostante i progressi della terapia, infatti, sono ancora in molti a rifiutare i test o a credere di non essere a rischio per il timore di rimanere vittime dello stigma sociale. Un problema epidemiologico enorme, perché non consente di monitorare adeguatamente i tassi di prevalenza ed incidenza della patologia, facendo in modo che il virus scappi dai monitoraggi ambientali e rendendo quindi ancora più difficile la lotta all’infezione.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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