Hedge fund tra speculazione ed etica finanziaria

14/05/2014 di Alessandro Mauri

Ha suscitato molto scalpore in questi giorni la diffusione delle remunerazioni percepite dagli amministratori dei principali fondi speculativi statunitensi, su tutte quella di David Tepper, che ha guadagnato 3,5 miliardi di dollari (circa 2,5 miliardi di euro). Si ripresenta la polemica sul conflitto, apparentemente incolmabile, tra speculazione finanziaria ed economia reale.

Come funzionano – Gli hedge funds in realtà non sono necessariamente dei fondi speculativi, avendo principalmente una funzione di copertura (hedging) dei rischi delle attività del proprio portafoglio, e seguendo pertanto politiche non molto diverse da quelle degli altri fondi di investimento. All’interno di questa categoria, i fondi speculativi rappresentano il sottoinsieme più aggressivo dal punto di vista della combinazione rischio-rendimento; investono principalmente in strumenti derivati, obbligazioni distressed (molto rischiose, ma molto redditizie) ed effettuano vendite allo scoperto. Per questo motivo la soglia minima per l’acquisto di quote del fondo è molto elevata (almeno 1.000.000 di dollari).

David Tepper, CEO di Appaloosa Management. Fonte: Forbes.
David Tepper, CEO di Appaloosa Management.
Fonte: Forbes.

Manager miliardari – Gli amministratori di tali fondi percepiscono remunerazioni basate su commissioni di gestione e su commissioni legate ai risultati ottenuti. Quest’anno i manager dei primi dieci hedge funds hanno guadagnato complessivamente circa 10 miliardi di dollari, una cifra esorbitante, maturata grazie ai continui rialzi della borsa USA, che in questo periodo si è riportata sui livelli massimi pre-crisi. I fondi, infatti, in seguito al fallimento di Lehman Brothers, avevano scommesso sull’intervento degli Stati per evitare il collasso di altre importanti istituzioni finanziarie, e avevano acquistato i titoli di queste ultime a prezzi molto bassi. Negli ultimi mesi hanno rivenduto queste attività a prezzi estremamente più elevati, conseguendo profitti notevoli per gli investitori dei fondi e, di conseguenza, per i propri manager.

Speculazione ed economia reale – I fondi di cui si parla sono in grado di muovere quantità molto rilevanti di denaro e possono causare sensibili variazioni di prezzo dei titoli che decidono di acquistare o di dismettere dal proprio portafoglio. Il problema sorge qualora ci troviamo di fronte a casi di speculazione fine a se stessa (basata cioè sulla prospettiva di un aumento/calo del prezzo) e non tesa a valorizzare titoli che riflettono iniziative imprenditoriali meritevoli. Si tratta dunque di un caso nel quale l’economia finanziaria e l’economia reale viaggiano su binari distinti, con la concreta possibilità di creare gravi squilibri e inefficienze, e soprattutto difficoltà che, partendo dai mercati finanziari, possono contagiare l’intera economia. In altre parole si crea ricchezza per i singoli, ma non si apporta alcun beneficio alla società nel suo complesso.

L’etica nella finanza – Sembra quindi che la crisi finanziaria del 2008, causata anche da politiche speculative eccessivamente aggressive, sia già stata dimenticata e che la sua lezione non sia stata imparata dagli investitori. Il vecchio adagio di Wall Street secondo il quale “greed is good”, ovvero che l’avidità dei singoli giova al mercato e alla società, è stato palesemente smentito dai fallimenti che si sono susseguiti dal 2008 a oggi, ma pare faccia ancora parte del modo di pensare della finanza mondiale. Ciò che di preoccupante emerge dai dati pubblicati da parte della rivista statunitense Institutional Investor’s Alpha non è la vastità delle remunerazioni dei manager, legate ai risultati e quindi alla ricchezza creata per gli investitori, ma il ritorno a un’economia immateriale che nulla ha a che vedere con la vita di tutti i giorni.

Una terza via – Gli hedge funds contribuiscono a creare schede di domanda e offerta sui mercati molto efficienti, e a sostenere tipologie di titoli inaccessibili alla maggior parte degli investitori ma fondamentali per il salvataggio d’imprese o istituzioni finanziarie in crisi (si pensi a obbligazioni di società o stati con rating molto bassi), ma al tempo stesso possono aggravare situazioni di instabilità e di crisi. La soluzione più percorribile sarebbe quella di sottoporre tali fondi a una vigilanza più stringente, come già accade in Europa e in Italia, e quella di introdurre modalità di negoziazione che gettino sabbia negli ingranaggi della speculazione, come per esempio una Tobin Tax che colpisca solo le grandi operazioni e non i piccoli risparmiatori.

Il più grande ostacolo in questi casi è legato all’omogeneizzazione delle normative a livello globale: in un mercato sempre più interconnesso, è impensabile che una sua parte si muova con regole severe e contemporaneamente un’altra agisca con maggiore libertà, la fuga di capitali verso i mercati più “leggeri” sarebbe inevitabile. Sotto questo punto di vista la distanza tra Europa e Stati Uniti è ancora molto vasta, ed espone tutti a gravi rischi.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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