HBV, perchè investirci è importante

08/02/2015 di Pasquale Cacciatore

Ad oggi non esistono validi motivi perché un regime di vaccinazione per l'HBV, cioè il virus dell'epatite B, non debba esser diffuso internazionalmente. Il caso di Taiwan ha dimostrato quanto il regime di vaccinazione universale possa rappresentare un'arma micidiale contro la malattia

HBV

Nel Mondo, secondo le stime dell’ OMS, più di 240 milioni di persone risultano infettate dal virus dell’epatite B (HBV). Un virus che risulta responsabile di oltre la metà dei casi mondiali di tumore epatico, e del 30% di cirrosi. La vaccinazione contro il virus, disponibile da fine anni ’80, è diventata un’arma eccezionale per gli organismi di sanità pubblica, permettendo di ridurre drasticamente il tasso di infezione sin dalla tenera età. Il processo, però, è particolarmente insidioso. Non tutti i bambini che nascono oggi vengono ovviamente vaccinati, ed anche quelli che lo sono possono, sebbene raramente, infettarsi. Per questo, fino a che tali disparità non verranno superate e finché non passeranno i decenni che porteranno i bambini oggi immunizzati all’età adulta, l’HBV rimarrà una minaccia per la salute pubblica.

La vaccinazione precoce è elemento cruciale per la lotta ad il virus HBV, trasmesso durante il parto, attraverso rapporti sessuli o con utilizzo di strumentari contaminati con sangue. La maggior parte degli adulti infettato riesce a eradicare il virus spontaneamente, senza sviluppare complicanze, ma più precocemente avviene l’infezione, tanto maggiore è la probabilità di cronicizzare la patologia, con esiti infausti in termini di cirrosi e carcinoma epatico. Per questo, neonati esposti al virus durante il parto possono essere vaccinati, diminuendo drasticamente la possibilità di sviluppare l’infezione; quelli che non son vaccinati, invece, sviluppano quasi sempre una malattia cronica, per cui il 15-25% di essi morirà di cancro o cirrosi.

La WHO promuove la vaccinazione infantile dal 1992. Al 2012, erano 183 gli Stati che offrivano tale vaccino ai bambini, con un tasso di copertura del 79% circa. L’Italia, ad esempio, vaccina obbligatoriamente i nuovi nati dal 1990. Come per la gran parte dei vaccini, però, i tassi di applicazione sono ancora molto bassi proprio nelle aree dove sarebbe più necessario, come gran parte dei Paesi africani, o in Mongolia, attualmente il Paese con il più elevato tasso di mortalità correlato a tumori epatici.

Strategie preventive non sono però limitate alla vaccinazione infantile; il Canada, così come molti altri Paesi europei dove la probabilità di trasmissione materno-fetale al parto è bassa, vaccina i bambini a 10 e 12 anni. Una strategia che funziona dove è presente un forte sistema organizzativo che permette di gestire i richiami vaccinali, evitando di perdere i pazienti durante l’iter, rischiando di garantire solo una parziale copertura. Negli USA, ad esempio, dove molte adolescenti già sperimentano problemi nella somministrazione del vaccino contro il virus del papilloma umano, questo sistema non potrebbe funzionare.

Sei Paesi con bassi tassi di infezione da HBV (Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia e Regno Unito) hanno scelto di investire su tecniche di screening piuttosto che procedere con la vaccinazione universale. Tanto che, proprio nel Regno Unito, nonostante un chiaro consensus locale abbia sottolineato l’importante della vaccinazione, ottenere una dose di vaccino è estremamente complesso. Eppure, proprio metodi di screening son già stati sperimentati in passato, rivolti a popolazione “a rischio” (lavoratrici del sesso, tossicodipendenti), ma non hanno mai dimostrato un’efficacia rilevabile. Il problema è essenzialmente relativo al fatto che le stesse persone a rischio non si riconoscono tali (o quantomeno non riconoscono il rischio di infezione da HBV). È invece Taiwan, che dal 1986 adotta un regime di vaccinazione universale, ad offrire il miglior esempio dei benefici del vaccino. Se dal 1977 al 1980 erano stati registrati nel Paese circa 450 casi di carcinoma epatico in persone sotto i 30 anni, tra il 2001 e il 2004 questo numero era sceso a 3.

Il problema giunge con le persone più adulte; in genere l’età massima di vaccinazione sfiora i 30 anni. Se è vero che il vaccino per HBV difficilmente ha bisogno di richiami per mantenere l’efficacia anti-virale, è tuttavia da sottolineare come non sempre l’immunità totale possa essere garantita. Studi condotti in vari Paesi hanno inoltre iniziato a evidenziare la possibilità che alcuni virus infettanti persone giovani e vaccinate possano presentare mutazioni, forse a causa della pressione selettiva indotta dalla vaccinazione. Lo sviluppo e la diffusione di eventuali ceppi anomali sono attentamente monitorati dagli infettivologi di tutto il mondo.

Ad oggi, però, si può certamente dire che non esistano validi motivi perché un regime di vaccinazione per HBV non debba esser diffuso internazionalmente. Un iter vaccinale da tre dosi costa circa 25 euro, è efficace, sicuro e con rarissimi effetti collaterali. Se proprio si vuol parlare di “vaccino contro il cancro”, ecco che quello per HBV potrebbe benissimo essere etichettato in tal modo. Considerando, inoltre, gli altissimi costi sanitari della patologia tumorale epatica, probabilmente tale vaccino è quello col più alto rapporto costo-beneficio. La decisione, poi, spetta ai singoli governi. Tuttavia, nell’interesse globale, possiamo ben sperare che non sia lontana la data in cui l’HBV possa essere considerata malattia eradicata in tutto il mondo e semplice retaggio della storia della medicina.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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