Haruki Murakami, ovvero, chi sono oggi gli scrittori contemporanei

26/06/2015 di Nicolò Di Girolamo

"Me ne dispiace per te Lane. Io non suono con molta precisione - con molta precisione può suonare chiunque – ma suono con straordinario sentimento". Da "L’importanza di chiamarsi Ernesto", Oscar wilde

Di recente mi è stata ricordata l’opinione di Gramsci sullo scrivere. Gramsci sosteneva che uno scrittore se non è politico non è degno di essere definito tale e che ogni sua opera risulta vuota e insignificante. Questo punto di vista, per quanto estremo, si applica probabilmente bene al giornalismo ma è sicuramente troppo radicale se adattato alla letteratura in senso ampio.

In ogni caso è una cosa che fa riflettere. Quello a cui allude Gramsci è un sentore che credo chiunque abbia percepito nella lettura di qualche romanzo, ovvero un senso di vuoto, una orribile sensazione di sentirsi intrappolati in una rete di parole prive di uno scopo preciso o di qualunque umanità.

Al contrario un buon libro è capace di trascinarci con sé in un luogo metafisico e lontano, e interagisce direttamente con il nostro immaginario personale. In sostanza si può forse determinare la ‘bontà’ di uno scritto proprio in base a questo criterio: ovvero la capacità che esso ha di interagire con il lettore. Dal momento che la lettura, al pari dello scrivere, non è altro che un esercizio di interazione, una ricerca di confronto tra autore e lettore, di un punto di contatto.

Hemingway ha scritto spesso che l’onestà è una delle qualità migliori e indispensabili di un buon scrittore.

‘Scrivere bene vuol dire scrivere il vero. Se un uomo inventa una storia essa sarà vera in proporzione alla quantità di conoscenza della vita che ha accumulato e a quanto coscienzioso sia; così che quando costruisce una storia essa sarà come se fosse realmente accaduta’

Ernest Hemingway, On Writing

Di conseguenza una cosa che stupisce è che quando si legge un manuale sullo scrivere o sul comporre articoli si viene coperti da una valanga di norme che intimano a chi scrive di stare il più lontano possibile dal lettore, neanche fosse un pernicioso molestatore che cerca solo di distruggere chi scrive. Regole come ‘non scrivere mai in prima persona’ o ‘non esprimere mai un’opinione personale non supportata da fonti autorevoli’.

Ciò che in realtà rende grande la letteratura è proprio il poter percepire il corpo dello scrittore, il grumo di idee pensieri immagini ricordi che si forma nella sua testa durante lo sforzo di scrivere. Per usare le semplici parole del Giovane Holden:

Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.

Questo semplice criterio può essere sufficiente per orientarsi nel mare magnum degli scrittori contemporanei, talmente vasto da apparire scoraggiante. Chi avesse velleità di essere al passo con i tempi e di scovare un autentico grande scrittore contemporaneo può, senza paura di sbagliare, volgere il suo sguardo alle opere di Haruki Murakami.

Murakami nasce a Kyoto nel 1949, laureato in lettere, si accorge solo verso i trent’anni di avere uno sconfinato talento nello scrivere. Da quel tempo ad oggi ha consegnato alle stampe un numero ragguardevole di saggi e romanzi che hanno raggiunto risultati incredibili. Il più famoso sicuramente è stato la trilogia di 1Q84, un vero caso editoriale che ha venduto un numero di copie da capogiro in tutto il mondo.

Ciononostante in Italia stentano a diffondersi i suoi romanzi che sono in maggioranza e inequivocabilmente dei capolavori. La cifra stilistica di Murakami, l’elemento che permette a chiunque di riconoscere uno stralcio di un suo libro tra mille altri è lo stile completamente originale, uno stile di scrittura delicato, profondo, introspettivo e, sotto certi aspetti senza pudore. In ogni sua opera infatti scarnifica il personaggio principale, lo analizza in ogni anfratto della sua psiche, fino a farlo conoscere al lettore come un amico di infanzia. Un altro elemento caratterizzante dell’autore è la incontenibile immaginazione che deborda da ogni sua frase. La combinazione di questi due elementi ha dato vita a diversi romanzi che giganteggiano sulla scena contemporanea. Non sapendo quale dei suoi libri scegliere per oggi, ho deciso di parlare del più atipico, dal titolo ‘L’arte di correre’.

Murakami è anche un ottimo maratoneta, con all’attivo 26 maratone e un’ultramaratona (100 km!) e in questo libro raccoglie le sue memorie legate alla corsa.

Riconosco che come introduzione non sembra allettante, cosa ci può essere di entusiasmante in un uomo che corre in silenzio per ore e ore, kilometri e kilometri per buona parte della sua vita? Che mai avrà da raccontare un personaggio simile?

Nella lettura di questo libro scoprirete quanta poesia possano contenere i pensieri vuoti di un maratoneta.

Percepirete insieme a lui il cambiare delle stagioni, dei luoghi, la fatica delle persone che corrono nel senso opposto, il caldo, la stanchezza, la gioia incredula di ogni traguardo, il tutto scandito da un ritmo incessante di passi che cadono sulla strada.

‘Voglio pensare ai fiumi. Voglio pensare alle nuvole. Ma in realtà non penso a niente. Semplicemente continuo a correre in un silenzio di cui avevo nostalgia, in un comodo spazio vuoto che mi sono creato da solo. E dicano quello che vogliono, ma è una cosa fantastica!’

Haruki Murakami, L’arte di correre

The following two tabs change content below.

Nicolò Di Girolamo

Nasce a Trieste nel 1993 e consegue la maturità classica alla Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia. In seguito si iscrive al corso di lettere moderne all'università di Firenze. Lettore accanito fin dalla tenera età, divide le proprie passioni tra vela, cinema e, naturalmente, libri di vario genere.
blog comments powered by Disqus