Guida in punti alla Brexit

25/06/2016 di Luca Andrea Palmieri

Dopo l’importante risultato del voto di ieri in Gran Bretagna, presentiamo un vademecum sulla Brexit, per argomenti e punti. Vuole essere un modo per mettere un filo d’ordine all’infinità di cose successe in questi giorni convulsi, per capire meglio ciò che sta accadendo.

Dopo l’importante risultato del voto di ieri in Gran Bretagna, presentiamo un vademecum sulla Brexit, per argomenti e punti. Vuole essere un modo per mettere un filo d’ordine all’infinità di cose successe in questi giorni convulsi, per capire meglio ciò che sta accadendo.

Dunque, cos’è successo

  • –  Gli elettori hanno votato giovedì 23 giugno per un referendum consultivo a favore del “Brexit”: la vittoria del sì
  •     porterà alla richiesta di attivare l’art. 50 del TUE, ovvero quello riguardante l’uscita di un paese dall’Unione
  •     Europea.
  • –  Ha vinto con il 51,9% la Brexit, contro il 48,1% del Remain.
  • –  Hanno votato poco più di 30 mln di persone, per il 72,2% di affluenza, con un margine di circa un milione di voti.
  • –  In seguito ai risultati definitivi, il PM Britannico David Cameron si è dimesso. Ha annunciato tuttavia che le sue
  •     dimissioni saranno attive da Ottobre, e che sarà il nuovo Primo Ministro a occuparsi delle trattative con l’UE.
  • –  Questo significa che l’attivazione dell’art. 50 non dovrebbe iniziare prima di ottobre, per quanto dall’Unione
  •     Europea arrivino richieste diverse.
  • –  E’ estremamente probabile che, a solo un anno di distanza dall’ultimo voto, si vada a nuove elezioni. I
  •     conservatori proveranno con una nuova leadership a porsi al centro delle trattative sull’uscita dall’UE.
  • –  Nota di colore: in molti stanno notando come una percentuale (francamente difficile però che possa essere stata
  •     decisiva) di votanti abbia scelto la Brexit per questioni di protesta contro Cameron, o per un nazionalismo
  •     molto poco informato (tant’è che si dice che su Google ci sia un’impennata di ricerche su cos’è l’UE).

Perché si è arrivati a questa situazione?

  • –  La scelta di indire il Referendum è stata una scelta prettamente politica di David Cameron per contrastare le
  •     spinte dell’ala anti-europeista del partito e dell’UKIP. Era convinto di poter vincere facilmente per rilanciare il suo
  •     ruolo e ottenere ulteriori vantaggi sullo status in Unione della Gran Bretagna (già di per sé “speciale”, visti i
  •     diversi opt-out come quello sul Trattato di Schengen), ma la situazione gli è sfuggita di mano.
  • –  La campagna elettorale è stata molto aspra e ha avuto alcune conseguenze indesiderate piuttosto gravi, se si
  •     pensa alla tragica fine della deputata laburista Jo Cox.
  • –  Il tema fondamentale è stato, come spesso da noi, la questione dell’Immigrazione. Ma attenzione, non dai paesi
  •     del Medio-Oriente e dell’Africa come da noi: è proprio la migrazione europea ad essere stata contestata,
  •     soprattutto dalle fasce più deboli di popolazione britannica. Anche gli italiani, in effetti, ma a quanto pare i più
  •     mal visti sono stati i provenienti dall’Europa dell’est (polacchi, romeni, etc.).
  • –  Vedi questione Farage promessa per comprendere come anche in GB si è andati avanti su toni piuttosto
  •     populisti.

Come funziona l’art. 50?

  • –  Dal momento della dichiarazione ufficiale di intento di voler abbandonare l’Unione, inizia un periodo di
  •     trattative che può durare due anni, secondo il trattato, per definire le condizioni di uscita. Questo significa
  •     che si dovrà trattare su tutte le questione in cui la GB è soggetta a accordi di tipo europeo per verificare se
  •     questi possono essere confermati, definiti in maniera differente o totalmente eliminati. Si parla di centinaia
  •     di dossier, di cui oltre 50 solo sulla materia commerciale.
  • –  Un’eventuale proroga delle contrattazione, e sospensione della cessazione della validità dei trattati, deve
  •     essere votata all’unanimità dal Consiglio Europeo.
  •   E’ molto probabile che 2 anni non bastino. C’è chi ha stimato che ci potrebbero volere anche 7-8 anni per
  •     completare il processo.
  •   Al termine delle contrattazioni il Consiglio Europeo dovrà approvare l’accordo di uscita a maggioranza
  •     qualificata. In caso contrario, i trattati smettono semplicemente di essere applicati al paese in questione.
  • –  Rispetto alla questione britannica: pare che la leadership europea (Schultz, Tusk, Juncker) prema perché le
  •     contrattazioni inizino subito. Segno di un’Unione che vuole subito prendere di petto la situazione. C’è ancora
  •     da capire quale sarà effettivamente l’atteggiamento europeo, al netto dei primi proclami.

Quali conseguenze per i cittadini italiani in Gran Bretagna?

  • –  Al momento, salvo la questione psicologica di sentirsi “stranieri non benvenuti”, ben poco. Fino al termine
  •     della procedura dell’art. 50 la GB resta un membro effettivo dell’UE. E lo stesso Johnson ha detto che non c’è
  •     fretta per l’uscita (per quanto l’UKIP – partito antieuropeista britannico – abbia ipotizzato di cessare
  •     unilateralmente tutti gli accordi).
  • –  Una questione molto importante riguarda chi lavora in GB da qualche anno. Molti hanno preso la cittadinanza
  •     (si può richiedere dopo 5 anni di permanenza e lavoro), visti i tempi di trattativa altri sicuramente lo faranno. Ad
  •     oggi, gli extracomunitari che hanno un visto di lavoro devono dimostrare di guadagnare più di 30 mila sterline
  •     l’anno per rimanere nel paese. Molti Europei, come gli italiani a Londra che partono senza lavoro e iniziano a
  •     farsi strada con lavoretti, non arrivano a quelle cifre. Potrebbe succedere anche per chi lavora da anni in Gran
  •     Bretagna e non guadagna queste cifre? E’ possibile, ma c’è da considerare il contenuto delle contrattazioni
  •     e non è da escludere che potrebbero essere fatte leggi ad hoc per evitare uno shock occupazionale in
  •     determinate aree.
  •   Per il futuro la questione cambia: difficile pensare che queste regole non verranno applicate per chi vorrà
  •     entrare in Gran Bretagna dopo l’effettiva uscita dall’UE, soprattutto se il clima sarà aspro. Chi vorrà entrare
  •     nel paese per lavorare dovrà avere un lavoro prima di arrivare. Almeno di accordi sul libero passaggio
  •     di persone: e sarebbe piuttosto ironico se dopo una questione incentrata fortemente sull’immigrazione,
  •     fossero trovati accordi di apertura proprio in questo senso.
  •   Questione università. Addio Erasmus in Gran Bretagna? Serviranno accordi ad hoc (come già presenti con
  •     altri paesi) per salvare il progetto europeo più amato dagli studenti. Ma anche fare l’università nel Regno Unito
  •     sarà più complesso: senza sostegno europeo i costi già alti delle università inglesi diventeranno ancora più
  •     difficili da sostenere. E addio borse di studio verso oltremanica: una questione che, a sentire alcuni pareri,
  •     potrebbe diventare effettiva anche prima delle contrattazioni.
  •   Il turismo difficilmente avrà problemi particolari: il regime dei visti turistici si applica già in molte parti del
  •     mondo, si applicherà anche in GB come già si fa da altre parti. E non pare probabile che per un Europeo entrare
  •     in Gran Bretagna per turismo sarà un problema.

Quali conseguenze per la politica britannica?

  • –  David Cameron si è dimesso da Primo Ministro.
  •   Jeremy Corbyn, leader del partito laburista (il centro-sinistra inglese), che si era ufficialmente schierato per il
  •     Remain, ma in maniera molto debole e incerta, sarà soggetto a una mozione di sfiducia all’interno del partito.
  •     Dovrebbe fare una dichiarazione in merito stamattina.
  • –  “Vincitori”, nella politica inglese, sono il leader dell’UKIP Nigel Farage e il leader conservatore ed ex sindaco di
  •     Londra Boris Johnson. Quest’ultimo ad ora (ma non è affatto certo), sembra il favorito a succedere a Cameron
  •     nella guida del Partito Conservatore.
  •   Farage è già al centro di polemiche: dopo aver impostato una parte importante della sua campagna elettorale
  •     sull’idea di girare i fondi versati all’UE nel servizio sanitario nazionale (NHS), già oggi si è rimangiato la promessa,
  •     dicendo che, dei 350 milioni di sterline promessi, forse solo poche decine torneranno disponibili.
  •   Probabilmente a ottobre si tornerà alle elezioni (non è obbligatorio, ma pare la strada più probabile). Il
  •     nuovo leader britannico, lungo il suo mandato, si occuperà delle negoziazioni con l’UE.
  • –  Importantissimo è il ritorno di forti spinte indipendentiste in UE. Nicola Sturgeon, leader del Partito
  •     Nazionalista Scozzese, ha sottolineato la volontà scozzese di rimanere nell’Unione (in Scozia il Remain ha vinto
  •     con oltre il 60%) e ha rimesso sul piatto la possibilità di un ulteriore referendum sull’indipendenza scozzese.
  • –  Anche l’Irlanda del Nord, a sua volte forte di un voto fortemente europeista, ha dichiarato con Sinn Fein
  •     (principale partito nazionalista) che con questa scelta referendaria il governo di Londra ha abdicato alla volontà
  •     di amministrare la Regione. Si parla già della possibilità di un referendum di riunione dell’Irlanda del Nord
  •     all’Irlanda.
  • –  Anche in un posto piccolo come Gibilterra potrebbero esserci conseguenze: vi è già stato un botta e risposta tra
  •     il ministro degli esteri uscente spagnolo e il primo ministro dell’enclave britannica sulla possibilità di un ritorno
  •     della rocca sotto sovranità spagnola.

Quali conseguenze per l’economia

  • –  Questione complessa: ce ne occuperemo più specificamente in un articolo che uscirà nel pomeriggio. In sintesi
  •     molti esperti si aspettano una contrazione del PIL inglese tra il 3 e il 5,5% annuo: tuttavia è da valutare quanto
  •     quest’impatto sarà effettivo e quali saranno le condizioni di recupero possibili. Anche perché la svalutazione
  •     della sterlina (fondamentalmente endemica), ha attualmente caratteri più di slancio competitivo che di crisi. E
  •     Londra a conti fatti è la borsa che ha perso meno a livello europeo dopo il voto.
  • –  Piuttosto, sono i paesi europei più deboli a sembrare a rischio a causa dell’instabilità. Specialmente dove
  •     i sistemi bancari risultano meno solidi.

Cosa succede all’Unione Europea?

  • –  Altra domanda interessante, ma se ne saprà sicuramente di più tra lunedì e martedì, dopo gli incontri tra i capi
  •     di Stato e di Governo e le istituzioni europee.
  • –  E’ probabile che le istituzioni europee si mostreranno disponibili a trattare con i britannici, ma, soprattutto
  •     in un primo momento, si porranno in una posizione molto dura nelle trattative. Questo perché diventa
  •     forte il bisogno per l’UE di “mostrare i muscoli”, e fare presente che uscire dall’Unione non è indolore. Difficile
  •     dunque che si arrivi ad accordi in tempi brevi.
  •   Le spinte anti-europeiste in alcuni paesi si faranno vive e sono innegabili. Se richieste forti di referendum sono
  •     già arrivate da Marine Le Pen in Francia e da Salvini (e in parte dai 5 Stelle, con Di Battista. Ma la loro posizione
  •     nelle loro ultime 24 ore è risultata piuttosto ondivaga) in Italia, oltre che dal partito antieuropeista olandese,
  •     quel che più preoccupa sono l’Olanda (che ha forti interessi in comune con Londra e un governo già piuttosto
  •     antieuropeista) e i paesi dell’est, dove governi euroscettici sono già al comando: in particolare in Polonia
  •     e Ungheria. Per quanto partner minori, il rischio è che ulteriori uscite possano davvero dare a inizio a un effetto
  •     domino.
  • –  D’altronde a ovest il problema è dato dall’instabilità politica. In questi giorni si torna al voto in Spagna (tutti
  •     fondamentalmente europeisti). L’anno prossimo si andrà al voto in Francia e Germania. E c’è il referendum
  •     costituzionale in Italia a ottobre che potrebbe aggiungere instabilità.
  • –  E’ difficile pensare che non vi sia una spinta per cambiare qualcosa in Unione Europea. Anzi, vista la
  •     situazione sussurri di spinte riformatrici potrebbero diventare urgenze. Se non fosse così, non è da escludere
  •     la possibilità che tutti si preparino ad abbandonare la barca prima che a fondi. Insomma, a livello Europeo è
  •     lecito, ma non certo, aspettarsi sorprese. Tuttavia il quadro politico visto sopra rischia di essere di forte ostacolo
  •     a quest’indirizzo. Da un certo punto di vista la sopravvivenza l’Unione Europea potrebbe davvero essere appesa
  •     a un filo.
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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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