Guglielmo il Conquistatore, l’eroe di Hastings

15/07/2016 di Davide Del Gusto

Funestata dalle incursioni vichinghe e retta da continui cambi dinastici, l’Inghilterra altomedievale divenne, nella seconda metà dell’XI secolo, il teatro delle rivendicazioni di Guglielmo, duca di Normandia. Con la fatale battaglia di Hastings, nel 1066 egli divenne per tutti il Conquistatore, sancendo un nuovo inizio per la storia dell’isola britannica.

Guglielmo il Conquistatore

Sin dall’VIII secolo le isole dell’arcipelago britannico, per via della ricchezza dei loro antichi monasteri benedettini, avevano attirato l’insaziabile brama di tesori dei predoni provenienti dalle aree scandinave: Lindisfarne, Iona, i cenobi irlandesi furono solo alcuni tra i principali e più invitanti obiettivi dei saccheggi dei vichinghi, i temibili uomini del Nord capaci di tenere sotto scacco buona parte dell’Europa con il terrore delle loro continue razzie. I sovrani anglosassoni difficilmente riuscirono a controllare i propri territori, finendo così per cedere più volte dinanzi alla dirompente ondata delle piratesche incursioni; solamente Alfredo il Grande, re del Wessex dall’871 al 899, ebbe un certo successo militare sugli invasori sconfiggendo i vichinghi a Edington nell’878, ma fu comunque costretto a scendere a patti con loro: tutta l’area dell’Inghilterra nord-orientale venne così affidata a coloni scandinavi, divenendo ben presto nota come Danelag o Danelaw, la “terra del diritto dei Danesi”. Tra i popoli anglosassoni e gli stranieri nordici vigeva un clima di costante tensione, acuita dalle mai sopite prevaricazioni dei secondi a danno dei primi: alla fine, nel 1002, Etelredo II lo Sconsigliato ordinò un massacro generale dei vichinghi presenti in Inghilterra, facendo annegare in un bagno di sangue qualsiasi possibilità di una eventuale convivenza.

La mossa del re sassone scatenò l’ira del sovrano danese Svend Barba Forcuta, il quale ordinò ai suoi uomini di razziare con maggior violenza le campagne e le risorse delle popolazioni nemiche, prospettando una conquista definitiva dell’isola. Nel 1013, lasciandosi alle spalle lo spettro di una Londra caduta sotto le armi danesi, Etelredo attraversò la Manica e riparò presso la corte di Riccardo I Duca di Normandia, con il quale aveva precedentemente stretto un importante sodalizio prendendo in moglie sua figlia Emma nel 1002. Scomparso Svend, nel 1014 il sovrano fuggiasco poté finalmente tornare in patria con il primogenito Edmondo Fiancodiferro, lasciandogli il trono inglese alla sua morte nel 1016; al contempo, però, il figlio del defunto re danese, Canuto il Grande, non esitò a rivendicare per sé il possesso dell’Inghilterra: accontentatosi inizialmente del Danelag, una volta scomparso anche Edmondo egli ne divenne l’unico e indiscusso signore. Ma nel 1035, morto il sovrano danese, l’instabilità dell’Inghilterra tornò a manifestarsi con il problema della successione: Harthacanuto, avuto dalle nozze con Emma di Normandia, già vedova di Etelredo, venne posto sul trono stimolando immediate rivendicazioni da parte del fratellastro, Aroldo; la disputa ebbe ben presto fine poiché entro il 1042 entrambi i fratelli lasciarono questo mondo.

Edoardo il Confessore
Edoardo il Confessore

Con la morte di Harthacanuto, quindi, la corona d’Inghilterra venne finalmente cinta da Edoardo il Confessore, figlio di Etelredo e di Emma, che, ristabilendo la linea di successione paterna, avvicinò sensibilmente le due sponde della Manica. Chiudendo la parentesi della dominazione danese, il suo primo provvedimento riguardò infatti un consistente trasferimento di normanni in territorio anglosassone, iniziando a creare un’élite locale fortemente contaminata da elementi stranieri. Nonostante avesse sposato Edith, figlia di Godwin, conte del Wessex, per guadagnare la fiducia del popolo, egli non riuscì a impedire il brulicare di rivolte contro la sua autorità e i suoi più stretti collaboratori: l’impulsiva reazione di Edoardo vide da par suo un appoggio ancor più consistente alla nuova aristocrazia anglonormanna, insediando Roberto, abate di Jumièges, come arcivescovo di Londra nel 1046 e, successivamente, a capo dell’Arcidiocesi di Canterbury. Il malcontento iniziò così a serpeggiare anche tra i membri del clero anglosassone che avevano già scelto un membro della famiglia di Godwin per la sede cantuariense, ma la spinta delle politiche di Edoardo non si arrestò: in breve tempo confinò sua moglie Edith in un convento ed esiliò il potente suocero e i suoi figli. Un successo in effetti molto limitato, poiché già nel 1052 Godwin tornò alla carica con un esercito per riprendere possesso del suo potere; il re capitolò e fu costretto a ridare ampio spazio al conte del Wessex, riaccogliendo Edith a corte e allontanando l’abate Roberto dall’Inghilterra.

Scendendo verso la seconda metà dell’XI secolo, la travagliata storia dell’isola, attraverso i continui cambiamenti dinastici, si avvicinava al suo più importante momento di svolta. Morto Godwin, nel 1053 i suoi figli ebbero in eredità un cospicuo patrimonio comprendente Wessex, Anglia Orientale e Northumbria, divenendo da questo punto di vista molto più potenti dello stesso re. Gli ultimi anni del regno di Edoardo scivolarono tranquilli, ma iniziò a porsi nuovamente il problema della successione, essendo il sovrano privo di eredi. La questione, a questo punto, prese una piega che ancor oggi presenta degli snodi controversi considerando la tendenza delle fonti anglosassoni e di quelle normanne a disposizione: per le prime, infatti, Edoardo avrebbe dichiarato la sua volontà di lasciare il trono ad Aroldo, figlio di Godwin e conte del Wessex; per i cronisti normanni, invece, non solo il re avrebbe indicato, nel 1051, come suo successore il duca di Normandia Guglielmo, suo lontano parente, ma anche lo stesso Aroldo avrebbe accettato la decisione di Edoardo, facendosi da parte. Non potendo conoscere con certezza i retroscena di questo cambiamento dinastico, ci si deve basare su quanto effettivamente conseguì alla morte del sovrano, avvenuta il 5 gennaio 1066: il giorno dopo il conte del Wessex venne acclamato re e incoronato nella cattedrale di Westminster. L’immediata e risoluta reazione del duca di Normandia avrebbe però ben presto cambiato le carte in tavola, trasformando definitivamente le sorti dell’Inghilterra e facendo del 1066 un anno cardine per la storia d’Europa.

Roberto I
La tomba di Roberto I di Normandia, presso la Cattedrale di Gloucester

Guglielmo era nato nel 1027 nel castello di Falaise, figlio naturale di Roberto I di Normandia e di Herleva, nota come “figlia di un conciatore”. Per il perdono dei suoi peccati, nel 1035 il padre partì in pellegrinaggio verso Gerusalemme e, con la premura di assicurare la successione, affidò il piccolo erede alla protezione di quattro tutori: ammalatosi gravemente a Nicea, egli non tornò mai dal suo viaggio e così, a soli otto anni, Guglielmo venne nominato Duca di Normandia. Ben presto, eliminati tutti i fedeli protettori del ragazzo, l’intero ducato precipitò nel caos: dal 1040 i nobili locali iniziarono una corsa all’espansione dei propri feudi, mettendo a rischio la legittimità del giovane, cui venne dedicato l’infamante appellativo di Bastardo. Ciononostante, Guglielmo riuscì ad evitare di essere ucciso grazie alla protezione di suo zio Maugero, vescovo di Rouen, e a dedicare la sua vita alle armi combattendo, diciottenne, la sua prima battaglia a Val-ès-Dunes. Così, cresciuto in un clima costante di conflitto, nel volgere di pochi anni egli riportò la Normandia sotto il suo controllo, assediando e razziando ferocemente i castelli e i feudi dei suoi nemici; ad Alençon, ad esempio, mostrò a tutti di cosa era disposto a fare pur di riottenere la tranquillità nel ducato: vedendosi rifiutare la resa del forte, egli diede ordine di attaccare e di non avere pietà, facendo mutilare i nemici che avevano avuto l’ardire di insultarlo dall’alto delle mura. Appresa tale notizia, il castello di Domfront si arrese immediatamente al duro Guglielmo.

Le sue capacità militari si dimostrarono indiscutibili: nel 1053 egli guidò con successo i suoi milites contro il ribelle Guglielmo d’Arques, suo zio, e lo stesso Enrico, re di Francia, per evitare a entrambi di compromettere la sua autorità sulla Normandia; successivamente contrastò di nuovo il sovrano francese, di cui era formalmente vassallo, impedendogli di invadere il ducato: nel 1056 le truppe di Enrico vennero sbaragliate e massacrate dai soldati normanni alla foce del Dives, costringendo lo sconfitto ad una vergognosa ritirata. Nato in una condizione del tutto instabile, entro il 1060 Guglielmo era riuscito a far valere il suo potere, riportando ordine in Normandia e assicurandosi l’appoggio di alcuni importanti membri della sua famiglia: i fratellastri Oddone, vescovo di Bayeux, e Roberto, conte di Mortain, nonché Baldovino di Fiandra, padre di Matilda, sposata da Guglielmo nel 1053.

Posto sotto il suo controllo anche il Maine, mentre si stava preparando a invadere la Bretagna nel 1064, arrivò alla sua corte Aroldo del Wessex, inviato da Edoardo il Confessore in persona come ambasciatore d’Inghilterra, stando alle fonti normanne. Costui affiancò Guglielmo nelle manovre militari nella regione bretone, aiutandolo nella battaglia di Mont Saint-Michel; il duca lo avrebbe poi premiato facendolo suo cavaliere e ricevendo da Aroldo stesso, ma sotto coercizione, un vincolante atto di fedeltà. Non si trattava che di un primo, tangibile segnale dell’interesse da parte di Guglielmo verso la corona inglese, inserendosi de facto nelle questioni dinastiche dell’isola. Inoltre, pur di raggiungere tale obiettivo, il duca denunciò la sostituzione di Roberto di Jumièges con Stigand, vescovo di Winchester fedele a Godwin e ai suoi figli: a dar forza alle rimostranze di Guglielmo fu la stessa investitura del prelato, compiuta dall’antipapa Benedetto X. L’eventuale presa del potere in Inghilterra assunse così l’aspetto di una vera e propria crociata per riportare la Chiesa inglese all’obbedienza romana e lo stesso Alessandro II avrebbe consegnato al duca, per mano di Lanfranco, abate di Bec, lo stendardo di San Pietro.

Cometa Hastings
Il passaggio della Cometa di Halley alla vigilia della battaglia di Hastings

Quel 6 gennaio 1066 fu così per Aroldo l’inizio della sua breve parabola sul trono inglese; in breve tempo il suo territorio sarebbe stato attaccato e il suo potere messo in discussione: l’avvistamento in primavera di una scia luminosa nel cielo, la Cometa di Halley, fu letto come un oscuro presagio. Temendo quindi un’immediata invasione normanna da sud, egli trasferì la gran parte dei suoi soldati lungo la costa meridionale, concentrando l’intera flotta attorno all’isola di Wight. Passarono i mesi, l’assalto di Guglielmo non arrivò e l’8 settembre Aroldo sciolse il suo esercito; tornato a Londra fu però messo al corrente del tradimento di suo fratello, Tostig di Northumbria, il quale, alleatosi con Harald III Hardrada, re di Norvegia, aveva iniziato a marciare con lui verso sud. Il sovrano fu così costretto a richiamare il grosso delle truppe per portar guerra agli scandinavi: il 25 settembre, nei pressi di Stamford Bridge, nello Yorkshire, i nemici vennero sconfitti. Fu l’ultimo momento di gloria per Aroldo, poiché Guglielmo approfittò dell’ormai poco difeso sud per attraversare la Manica e invadere le campagne inglesi. Appoggiato da numerosi esponenti dell’aristocrazia europea e dallo stesso pontefice, il duca di Normandia mise in piedi una imponente flotta e radunò un esercito di circa ottomila uomini. Il 28 settembre le truppe normanne sbarcarono nel Sussex, a Pevensy, raggiungendo poi, il giorno seguente, la località di Hastings; Aroldo, avvertito appena possibile, lasciò York e raggiunse Londra il 6 ottobre, radunando uomini sufficienti per poter contrastare il nemico. Finalmente, il 13 ottobre gli anglosassoni si posizionarono sulla collina di Battle, a poca distanza dai normanni, pronti a rispondere all’attacco contando perlopiù sui propri arcieri.

La morte di Aroldo
La morte di Aroldo

Alle nove del mattino del 14 ottobre iniziò a infuriare la battaglia. L’iniziale vantaggio degli uomini di Aroldo venne ridotto dalla potenza delle cariche della cavalleria pesante normanna, la quale riuscì dopo alcune ore a sfondare le linee della fanteria nemica, equipaggiata solo con spade e asce. L’esercito di Guglielmo tenne così testa alla resistenza anglosassone sebbene lo stesso duca avesse più volte rischiato di essere ucciso. Alla fine, nel corso del massacro, Aroldo venne colpito in un occhio da una freccia e, identificato, fu fatto a pezzi da alcuni cavalieri normanni: i soldati inglesi vennero così sopraffatti dalla confusione e dalla paura, dandosi alla fuga. L’isola, i cui capi erano stati uccisi nella battaglia, cadde sotto le devastazioni di Guglielmo il quale, guidando le sue truppe vogliose di bottino per tutta l’Inghilterra meridionale, marciò su Londra ove esigé obbedienza dai dignitari, dai feudatari e dal clero. Finalmente, il giorno di Natale del 1066, egli venne solennemente incoronato re d’Inghilterra in Westminster, ricevendo l’acclamazione di anglosassoni e normanni in qualità di Conquistatore. Con la battaglia di Hastings, narrata con dovizia di particolari nel celeberrimo arazzo di Bayeux, la storia inglese cambiò per sempre: l’isola venne ricoperta da una capillare rete di castelli, distanti non più di un giorno l’uno dall’altro, all’interno dei quali si sarebbe insediata la nuova classe dirigente normanna, sia laica che ecclesiastica. Approfittando della buona suddivisione amministrativa anglosassone, Guglielmo riuscì così a riorganizzare i rapporti sociali, mantenendo il proprio potere su entrambe le sponde della Manica: solo grazie alla fedeltà dei suoi vassalli egli riuscì infatti a sanare i conflitti nei suoi enormi territori, costretto a navigare più volte tra Londra e Rouen per mantenere l’ordine. Tuttavia, a fronte di un’ottima gestione dell’Inghilterra, nel 1079 egli perse terreno proprio nella sua Normandia, venendo sconfitto da suo figlio Roberto Cosciacorta e da Filippo I di Francia; a ciò seguirono difficili rapporti con gli aggressivi Malcolm di Scozia, Roberto di Fiandra, Canuto IV di Danimarca e Folco IV d’Angiò.

Doomsday Book
Una pagina del Doomsday Book

L’energico Guglielmo, ormai anziano, decise allora di sistemare al meglio la gestione dei suoi territori comportandosi da capo attento: nel 1086 fece redigere dai suoi funzionari di corte il celebre Domesday Book (il Libro del Giorno del Giudizio), un dettagliatissimo registro di tutte le risorse umane e materiali d’Inghilterra, utile per una gestione dell’intero patrimonio fondiario dell’isola. Successivamente, constatando i recenti insuccessi militari, decise di predisporre le eredità dei suoi tre figli: a Roberto Cosciacorta vennero concessi la Normandia e il Maine, a Guglielmo il Rosso la corona d’Inghilterra e a Enrico Beauclerc vennero date 5000 libbre d’argento; alla sua morte, inevitabilmente, i frutti delle sue conquiste sarebbero stati fortemente frammentati e le due sponde della Manica avrebbero seguito due strade diverse.

La sua intensa vita ebbe termine sul campo di battaglia: nel 1087 il sessantenne Guglielmo, costretto a intervenire nuovamente in patria contro il re di Francia, dopo l’assedio di Mantes cadde da cavallo e rimase gravemente ferito. Venne condotto appena possibile a Rouen ma non fu possibile curarlo: a causa di una fatale peritonite, il duca di Normandia e re d’Inghilterra si spense il 9 settembre. Celebrato un solenne funerale, la salma del Conquistatore, ormai quasi in decomposizione, venne rinchiusa in un sarcofago posto nella chiesa di Santo Stefano di Caen, nel Monastero degli uomini fortemente voluto dallo stesso Guglielmo; la tomba, ultima testimonianza della sua avventura, sarebbe stata profanata e devastata in epoca moderna prima dai protestanti e, successivamente, dalla follia distruttrice dei rivoluzionari.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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