La guerra di Matteo Renzi: Senato, RAI, corruzione

06/06/2014 di Edoardo O. Canavese

Matteo Renzi, Presidente del Consiglio

Il 40,8 % delle Europee doveva compattare il gruppo parlamentare Pd e costringere gli avversari ad inseguirlo sulle riforme. Ma i dissidenti democratici promettono guerra sul Senato, Forza Italia, preda del caos interno, prende tempo, i sindacati scioperano con la Rai. E Renzi si prepara ad un giugno bollente.

Chiti contro Boschi. L’ultima versione della riforma del Senato proposta dal ministro Boschi ed Anna Finocchiaro, presidente della commissione Affari Costituzionali, prevede l’adozione del modello francese, una camera di eletti quindi non attraverso il voto politico, bensì da una rappresentanza regionale composta da consiglieri e sindaci. Riuscirebbe così Renzi ad ottenere il suo Senato non eletto, depotenziato nei poteri, non più doppione della Camera. Una proposta che ha subito suscitato malumori e perplessità bipartisan. Il capofronda democratico Chiti ha bocciato il progetto Boschi-Finocchiaro, considerandolo solo una spuria imitazione del modello francese, perché germanizzato, e ha rilanciato il suo disegno di Senato eletto dai cittadini in concomitanza con le elezioni amministrative, al fine di fortificare il significato di farne una camera delle autonomie locali. In effetti la bozza del governo è ancora vaga su quali siano le competenze da conferire al nuovo ramo del Parlamento, lo evidenzia anche Mineo, apostrofando come “gollista” la riforma, finalizzata a soddisfare i piccoli amministratori, “pancia profonda e trascurata del paese”; la sua dura opposizione ha fatto ventilare la possibilità di una sua sostituzione nella commissione Affari Costituzionali, suscitando lo sdegno di Civati che ha sbottato “la critica non è ammessa e va eliminato chi non è d’accordo”. I civatiani non si arrendono alla prospettiva di riaprire il discorso delle alleanze politiche, insistendo con l’apertura a Sel ed ex M5S che riporti all’originario progetto di “Italia Bene Comune” del 2013.

Renzi e BoschiForza Italia dice no. Anche a destra il modello francese non piace. Nonostante il 40,8 % di Renzi abbia lasciato profonde e ancora aperte cicatrici, inasprendo lo scontro tra i fedelissimi di Berlusconi e chi, pur sommessamente, reclama una democratizzazione del partito ed un ricambio generazionale attraverso l’introduzione del sistema delle primarie, il gruppo parlamentare è compatto sull’opposizione alla proposta del governo. Le ragioni del rifiuto risiedono nel timore che il centrosinistra possa sbancare anche nella nuova camera grazie all’indicazione dei senatori da parte degli eletti nelle amministrazioni locali, ambito nel quale il centrosinistra è storicamente favorito sugli altri. E spunta chi, come Gasparri, chiede almeno che il modello francese sia imitato in toto, anche per quel che riguarda l’elezione diretta del Capo dello Stato, vecchio pallino del centrodestra. Romani assicura come l’alleanza sulle riforme tra FI e Pd non sia in discussione, ma è indubbio come i forzisti ambiscano da un lato a picconare una proposta a loro avversa, perfino ragionando con Chiti sulla sua controproposta, dall’altro a tamponare l’emorragia elettorale ed interna, screditando l’azione del governo e serrando le fila in un momento di caos intestino.

La palude Rai. Che non bastasse il 40,8% per far tremare quella che nel vocabolario renziano è divenuto il nemico numero uno del riformismo, la “Palude” romana, lo dimostra bene il caso Rai. E’ bastato che il premier accelerasse sul pedale dello snellimento della televisione pubblica che il pesante carrozzone catodico s’è rivoltato e si appresta ad affogare nel pantano ogni tentativo di cambiamento, anche attraverso lo strumento dello sciopero. Gesto grave, indetto per l’11 giugno contro i tagli per 150 milioni imposti dal governo Renzi, benedetto prontamente dalla Cgil che pare intenzionata a farne non solo una battaglia sindacale, ma soprattutto politica contro il governo. Lo sciopero non sembra però esser nato sotto una buona stella; l’opinione pubblica si è schierata col premier fin dal suo primo intervento a riguardo, quando duellò con Floris sulle poltrone di cartone di Ballarò, poi è arrivato il Garante, che lo ha definito illegittimo, e infine il sindacato dei giornalisti Usigrai, che si è sfilato. Renzi gongola, e Susanna Camusso rischia di perdere un’altra occasione per levare al suo sindacato l’etichetta di forza conservatrice.

La spinta della laguna. Se nell’affaire Mose si può trovare un lato positivo, questo è il necessario stimolo alla riforma delle norme anticorruzione. Dal G7 a Bruxelles Renzi ha tuonato contro gli amministratori indagati per corruzione, scadendo anche nel furore grillino parlando di “Daspo” e di accusa di alto tradimento per i protagonisti di un’inchiesta dove di condanne ancora non se ne vedono. A mente lucida, il governo dovrebbe presentare nelle prossime settimane un pacchetto di norme che risponda all’ondata di arresti che sta investendo il panorama italiano delle grandi opere. “Non regole spot”, promette il premier, investendo di nuovi poteri il commissario anticorruzione Raffaele Cantone, e varando norme che interessino anche la giustizia su falso in bilancio, l’auto-riciclaggio e mafia.

Renzi è conscio e di quanto alta sia la percentuale di “fiducia a tempo” all’interno del suo clamoroso 40,8% e di quanto pericoloso sia l’autunno in Italia per i governi in carica; l’obbiettivo è arrivare all’appuntamento più prestigioso, la presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea, con l’approvazione delle principali riforme e cementificare il boom elettorale delle europee.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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