Repubblica Centrafricana, la guerra nel silenzio dei media

14/01/2014 di Iris De Stefano

Conflitto Repubblica Centrafricana

Alcune zone del Mondo sembrano non esistere per i media nazionali e di conseguenza per buona parte dell’opinione pubblica. Ben 23 Stati sono eppure coinvolti in conflitti di entità più o meno grave secondo i dati dell’Uppsala Conflict Data Program (consultabili qui) ed utilizzati anche dalle Nazioni Unite, la quale definisce guerra ogni conflitto che superi le 1000 morti all’anno. Se scendiamo però al di sotto di questa cifra il numero di paesi impegnati in contrasti etnici, religiosi, culturali, ambientali si moltiplica fino ad arrivare alla centinaia.

Repubblica Centrafricana. Uno di questi conflitti, da giorni nelle notizie di apertura di BBC e CNN e quindi bellamente ignorato da tutti media italiani, è in pieno svolgimento nella Repubblica Centrafricana, paese dell’Africa Centrale grande il doppio dell’Italia ma piccolo in confronto a Sudan, Sud Sudan, Chad e Congo, alcuni tra i suoi vicini. La Repubblica centroafricana, nata nel 1960 in seguito alla dichiarazione di indipendenza dalla Francia, è uno dei paesi più poveri del mondo, con un prodotto interno lordo procapite di appena 482 dollari nel 2012 secondo dati della Banca Mondiale (consultabili qui) ed è anche il 5° per mortalità infantile e il 4° per quella materna secondo i dati del World Factbook della CIA (consultabili qui). La composizione etnica della popolazione è variegata, così come quella religiosa; infatti, secondo i dati della CIA vi sono sette gruppi etnici principali (Baya 33%, Banda 27%, Mandjia 13%, Sara 10%, Mboum 7%, M’Baka 4%, Yakoma 4%, altri  2% ) e non vi è un gruppo religioso predominante ma anzi il 35% della popolazione è legato a miti indigeni, il 25% è protestante, un altro 25% cattolico e infine il 15% è musulmano.

Repubblica Centrafricana, guerra civile
Alexandre Ferdinand Nguendet

Una composizione tanto varia ha immediate ed ovvie ripercussioni sulla vita politica del paese. La Repubblica centroafricana è stata caratterizzata da governi militari dalla nascita al 1993 ma anche i governi successivi, democraticamente eletti, insieme alla nuova Costituzione del 1994 non sono stati all’altezza delle aspettative della comunità internazionale che era intervenuta a favore del cambio di regime. Nel 2003 il generale Bozizé al terzo tentativo di colpo di Stato e appoggiato dal Ciad riuscì a prendere il potere, esautorando così Ange-Félix Patassé che aveva governato nei precedenti 10 anni anche con azioni a dir poco discutibili nei confronti della popolazione locale e in particolar modo dell’etnia dei Yakoma.

Il nuovo colpo di stato. Il governo del generale, eletto poi democraticamente alle elezioni del 2005 e fautore di una nuova Costituzione è stato bruscamente interrotto il 24 marzo dell’anno scorso quando i ribelli Seleka hanno fatto irruzione nel palazzo presidenziale senza però individuare il generale che pare abbia trovato rifugio in un paese vicino. Da quel momento ufficialmente al potere ci sarebbe dovuto essere Michel Djotodia, leader del gruppo di ribelli Seleka, in teoria ufficialmente sciolto nel settembre 2012 ma in realtà non più controllato dal suo leader. Il paese è così caduto nel caos più totale perché Djotodia aveva promesso di nominare un governo di coalizione, dividendo il potere tra le varie fazioni etniche in lotta tra loro, oltre alla liberazione di alcuni detenuti politici, la fine di un sostegno smaccato da parte di Sudafrica e Uganda al governo e la regolamentazione del gruppo dei Seleka tra le fila dell’esercito nazionale.

Consiglio nazionale di transizione. Benché nella Repubblica Centrafricana siano presenti forzi francesi e altre di peacekeeping la situazione sembra peggiorare di giorno in giorno, acutizzate anche dalle dimissioni di Djotodia che ha ceduto alle forti pressioni internazionali e dal risvolto religioso degli scontri, poiché i ribelli Seleka hanno iniziato a prendere di mira principalmente i cristiani, causando la formazione di “anti-balaka” milizie cristiane. Mentre moltissime organizzazioni governative e non, dalla Croce Rossa alle Nazioni Unite, da Emergency a Amnesty International ogni giorno parlano di disastro umanitario, Alexandre-Ferdinand Nguendet, capo del Consiglio Nazionale di Transizione e provvisorio Presidente della Repubblica da venerdì 10 gennaio, ha ordinato un aumento esponenziale della presenza dell’esercito a Bangui, la capitale, per cercare di riportare l’ordine in città.

È effettivamente troppo presto per capire un conflitto che ha causato 1000 morti solo nel dicembre 2012 e quasi 1 milione di profughi (un quinto della popolazione) potrà ridimensionarsi fino ad estinguersi in questo modo; quel che è certo però è che nelle prossime due settimane il Consiglio Nazionale di Transizione dovrà trovare un nuovo candidato Presidente e entro la fine dell’anno si terranno nuove elezioni. Sembra uno schema ragionevole, ma chissà se funzionerà anche per il ragazzo che oggi spiegava fiero all’inviato della BBC di aver ucciso un musulmano prima di mangiargli le gambe.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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