Grillo e Bersani: intesa (velleitaria) sui programmi?

07/03/2013 di Federico Nascimben

Com’è noto a tutti le elezioni del 24-25 febbraio hanno sancito l’ingovernabilità. Risulta necessario quindi allargare la maggioranza di Governo, dato che il modello siciliano non è riproponibile a livello nazionale, in quanto non è previsto il voto di fiducia a livello regionale al momento dell’insediamento del nuovo esecutivo. Una grande coalizione fra PD e PDL  non gioverebbe certo in termini elettorali e quindi, com’è noto a tutti, Bersani sta cercando il consenso del M5S per la formazione del nuovo Governo. Ma, come più volte ripetuto da Grillo, non sarà possibile a causa dell’indisponibilità di quest’ultimo a qualsiasi forma di alleanza. Ci troviamo di fronte ad una situazione un po’ particolare, dato che nella sostanza il tentativo è più che mai velleitario. Appare però assolutamente necessario dato il primato numerico che questa legge elettorale ha consegnato al centrosinistra – oltre che per questioni istituzionali – ed è anche un tentativo per cercare di mettere il M5S davanti alle proprie responsabilità di governo, essendo stato consacrato dalle urne come primo “partito” in termini assoluti alla Camera.

Grillo e BersaniFatte queste dovute premesse, appare comunque necessario fare una sorta di analisi della compatibilità tra gli otto punti della “proposta del Segretario alla Direzione del Partito Democratico per lo sviluppo, la crescita e il cambiamento” e i “20 punti per uscire dal buio” contenuti nella “lettera agli italiani” che Grillo scrisse nel suo blog il 6 febbraio (una sorta di sintesi essenziale di ciò che ritroviamo nel programma del M5S, aggiornato con alcuni temi portati avanti in campagna elettorale da Grillo stesso).

Occorre subito dire che le proposte del Segretario PD saranno sì condensate in soli otto punti, ma, data la loro consistenza – e dato che si pretende in sostanza di fare quello che non si è mai fatto negli ultimi 10/20 anni –   appaiono come una sorta di programma che per essere attuato richiederebbe un’intera legislatura. Non si tratterebbe quindi di un governo di transizione, e questo complicherebbe ancora di più le cose per il già impossibile tentativo del PD.

Indubbiamente i punti di contatto tra i due programmi sono diversi, data anche l’estrema (e voluta) vaghezza di molte proposte. Possiamo dire che il PD è generalmente più moderato nelle proprie posizioni, rispetto al M5S: ad esempio il primo parla di “riduzione e rimodulazione dell’IMU (sulla prima casa)” mentre il secondo ne vuole l’abolizione; Bersani parla di “revisione degli emolumenti di Parlamentari e Consiglieri Regionali con riferimento al trattamento economico dei Sindaci”, così come di “revisione del finanziamento pubblico ai partiti” mentre Grillo ne vuole la completa abolizione e chiede che lo “stipendio parlamentare [sia] allineato alla media degli stipendi nazionali”; il leader PD propone una “rivisitazione delle procedure di Equitalia” mentre il M5S ne vuole la completa abolizione; i democratici propongono un “allentamento del Patto di stabilità degli Enti locali per rafforzare gli sportelli sociali e per un piano di piccole opere a cominciare da scuole e strutture sanitarie”, mentre i grillini vogliono il completo “ripristino dei fondi tagliati alla Sanità e alla Scuola pubblica”; infine, Bersani propone un “programma per la banda larga e lo sviluppi dell’ICT” mentre il Grillo vuole “l’accesso gratuito alla Rete per cittadinanza”.

I punti su cui la convergenza pare essere totale – stando almeno ai programmi – riguardano l’abolizione delle provincie, una nuova legge per combattere la corruzione, una legge sul conflitto d’interessi e – probabilmente, dato che viene scritto in maniera implicita – l’informatizzazione e la semplificazione delle procedure burocratiche.

Un capitolo a parte merita una proposta su cui Grillo ha marciato fortemente in campagna elettorale, ovvero quello che lui chiama “reddito di cittadinanza” (ribadita nei 20 punti, ma non presente nel programma del Movimento, dove invece si parla di “sussidio di disoccupazione garantito”). Bisogna cercare di capirsi sul significato di questo, perché stando alle dichiarazioni fatte in campagna elettorale dal comico dovrebbe oscillare tra gli 800 e i 1000 euro mensili e riguarderebbe tutta la vasta platea di disoccupati, inoccupati e inattivi tra i 15 e i 64 anni oppure – secondo una seconda interpretazione ancora più espansiva – andrebbe a tutti i cittadini in età lavorativa sulla base della cittadinanza italiana. Naturalmente, in entrambi i casi (specie nel secondo) comporterebbe dei costi spropositati per lo Stato, certamente non sostenibili. Stando invece alla definizione che ci viene fornita nel programma del M5S – ovvero “sussidio di disoccupazione garantito” -, la proposta sembrerebbe avvicinarsi di più ad una revisione del nostro sistema di ammortizzatori sociali (in parte riformato con l’introduzione dell’ASPI nella riforma Fornero) su base però universalistica, ponendo quindi fine al discrimine fra lavoratori di serie A e di serie B. In quest’ultimo caso sarebbe quindi possibile trovare una convergenza con le due proposte PD che prevedono un “salario o compenso minimo per chi non ha copertura contrattuale” e “l’avvio della universalizzazione delle indennità di disoccupazione e introduzione di un reddito minimo d’inserimento”.

Altro importante punto di ambiguità riguarda la riforma della legge elettorale, dove la proposta del PD è chiara e netta con la proposizione del sistema uninominale con “doppio turno di collegio” (molto simile al sistema francese); mentre il M5S nel suo programma non menziona in alcun modo la riforma elettorale, e nei 20 punti si limita a proporre “l’elezione diretta dei parlamentari alla Camera e al Senato”, il che lascerebbe pensare alla reintroduzione delle preferenze.

In definitiva, ribadendo l’assoluta impossibilità di un voto di fiducia da parte dei grillini, i punti di contatto e le affinità tra gli otto punti proposti dal Segretario PD e i “20 punti per uscire dal buio” appaiono evidenti – grazie anche, come detto, alla vaghezza di molte delle proposte formulate che di per sé potrebbero voler dire tutto e niente: stiamo parlando di etichette che devono essere riempite di contenuti -, ma difficilmente realizzabili a causa della lunga serie di trattative che si renderebbero necessarie di provvedimento in provvedimento, soprattutto perché su molti altri temi la distanza appare abissale ed inconciliabile. E quindi? Regnerà l’impasse, si farà quello che la Costituzione richiede all’apertura di ogni nuova legislatura, si eleggerà il nuovo Presidente della Repubblica e poi si tornerà a votare. Semplice no?

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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