Gregorio VII, la riforma per la libertas ecclesiae

07/03/2015 di Davide Del Gusto

Prima parte. Nell’XI secolo un gruppo di formidabili intellettuali contribuì a riformare la Chiesa. Tra questi spiccava Ildebrando di Soana, energico arcidiacono della Curia romana, che seppe condizionare l’operato di tre papi, prima di venire eletto a sua volta al soglio petrino nel 1073.

Senza dubbio, l’XI secolo ha rappresentato un fondamentale momento di svolta per l’Europa: con la cosiddetta “rinascita dell’anno Mille”, infatti, si mise in moto una notevole attività da parte degli uomini del tempo, che avrebbe dato il via ad alcuni dei momenti più significativi e memorabili della storia della Cristianità. In particolare, fu sempre più diffuso un sentimento di riforma spirituale, auspicato sia dai ceti più bassi della popolazione che dalle alte gerarchie ecclesiastiche. Fenomeni preesistenti come il monachesimo cluniacense avrebbero ispirato la fondazione di altre grandi famiglie monastiche, su tutti i certosini che, grazie alla loro condotta interamente dedicata alla preghiera, si sarebbero ben presto diffusi ovunque, così come le crescenti adesioni popolari a movimenti evangelici, che auspicavano invece un ritorno alla povertà materiale e alla ricchezza spirituale della “Chiesa delle origini”. Ma soprattutto, grazie all’azione di una schiera di abili e assennati riformatori, il papato riuscì negli anni ad affrancarsi dall’ingerenza temporale degli imperatori germanici, rafforzandosi come istituzione e riuscendo a tracciare la strada della riforma romano-gregoriana.

Ciò che pesava fortemente sulla libertà di azione dei pontefici era il cosiddetto Privilegium Othonis, un documento capitale risalente al 962 che, riconfermando la precedente Constitutio romana dell’826, concedeva agli imperatori di convalidare l’avvenuta elezione dei vescovi di Roma, cui limitava il campo d’azione temporale. Ciononostante, dal 1049 in avanti, i papi cominciarono ad opporsi fermamente a tali costrizioni, a partire dall’opera di Leone IX e di Niccolò II. Il secondo, in particolare, fu artefice del Decretum in electione papae (o In coena Domini, 1059), con cui veniva annullato ogni possibile intervento da parte dell’imperatore nell’elezione del successore di Pietro, scelto esclusivamente dal collegio cardinalizio. Ma, per permettere una maggiore adesione da parte del clero secolare al loro progetto di riforma, i pontefici si affidarono a collaboratori scelti tra i migliori intellettuali dell’epoca: Pier Damiani, Umberto di Silvacandida, Anselmo da Lucca e, soprattutto, Ildebrando di Soana.

Pier Damiani
Pier Damiani

Di quest’ultimo non abbiamo notizie certe riguardo la sua formazione. Nato nella Tuscia probabilmente tra il 1025 e il 1030, Ildebrando divenne monaco a Santa Maria sull’Aventino; è certo che successivamente ebbe modo di accedere alla Curia papale come suddiacono di Leone IX, ricevendo anche la carica di legato a partire dal 1054. Grazie all’assunzione di questo importante ruolo diplomatico, Ildebrando poté percorrere la Francia e la Germania, inviato da Roma per sanare eventuali focolai di eresia e per intercedere presso la corte tedesca, in particolare nel 1058, quando dovette giustificare la mancata comunicazione a corte dell’elezione di Stefano IX. Non solo: la sua mansione di legato fu fondamentale anche sul fronte meridionale. Consumato lo Scisma d’Oriente nel 1054 con la scomunica reciproca tra Leone IX e il patriarca Michele I Cerulario, la Chiesa romana si trovò improvvisamente privata della secolare presenza di Costantinopoli, proprio mentre l’attrito con i sovrani tedeschi sembrava non trovare una fine. Per di più, nel Meridione d’Italia, decisamente a ridosso dei territori pontifici, si stava imponendo militarmente e politicamente il nuovo assetto normanno. Avvicinarsi ai Normanni fu l’unica scelta possibile per le politiche della Curia romana, che confidò nella sottile arte diplomatica di Ildebrando per trovare un’intesa; se, quindi, i nuovi signori del Sud avevano necessità di legittimare le nuove conquiste territoriali agli occhi del papa, da Roma la situazione fu vista con particolare attenzione, con il desiderio di guadagnare uno appoggio militare stabile, avendo ormai perduto quello imperiale. In quest’ottica la missione di Ildebrando fu un successo: il pontefice si vedeva assicurato il supporto di trecento cavalieri normanni.

Nel mentre, sulla scia di una capillare predicazione pauperistica, a Milano si era imposto il movimento della pataria, la quale denunciava apertamente la condotta del clero locale macchiatosi dei peccati di simonia e concubinato, percepiti dalla popolazione come delle vere e proprie eresie, dichiarando inoltre di non intendere più seguire l’autorità del vescovo locale, Guido da Velate: il papa non esitò allora a inviare Ildebrando e Anselmo da Lucca nella città ambrosiana per trovare una prima mediazione tra le parti.

Il legato, sempre più influente nell’ambiente di Curia, riuscì nel 1059 a condizionare l’elezione del vescovo di Firenze Gerardo al soglio petrino col nome di Niccolò II: il suo primo atto, come già ricordato, fu il decreto In coena Domini, volto a dirimere le questioni relative alle modalità di successione dei pontefici, in alternativa alle politiche imperiali e ai malumori dei nobili romani, ormai sempre più messi da parte. Ildebrando divenne così arcidiacono a Roma (dominus pape), aumentando la propria influenza sul pontefice regnante: in particolare, intendendo portare finalmente a conclusione le trattative con i Normanni, egli convinse Niccolò II a partecipare all’assise di Melfi del 1059, ove il papa si espresse a favore della riorganizzazione delle Chiese del Meridione e di una auspicabile ricristianizzazione della Sicilia sotto le armi di Roberto il Guiscardo, che da parte sua ricevette il titolo di Duca di Puglia e di Calabria [vedi Sichelgaita di Salerno, l’unione di due mondi].

Si riaccendeva nel frattempo una nuova stagione della pataria milanese: sempre nel 1059, sulla base di un percorso di riconciliazione già avviato, a Milano venne inviato Pier Damiani, che per tutto il tempo rimase in contatto con Ildebrando, non esitando a chiedergli quali fossero i testi ufficiali su cui basare la definitiva riforma del clero ambrosiano. Con una silloge di auctoritates, Ildebrando fece arrivare a Milano anche la rivendicazione del privilegium romanae ecclesiae, basato sull’indiscutibile autorità istituzionale della Sede petrina, aumentando così la propria influenza sul percorso della riforma.

Alessandro II
Alessandro II

Nel 1061, alla morte di Niccolò II, a Roma si manifestarono nuovi tumulti sobillati dalla nobiltà, indisposta per l’esclusione dall’elezione del nuovo papa: una delegazione di nobili romani partì dunque alla volta della Germania, per convincere i principali esponenti della corte del giovane imperatore Enrico IV, ancora minorenne, ad eleggere un pontefice non riformatore, tornando alla tradizione franco-ottoniana. La loro scelta ricadde su Cadalo, vescovo di Parma, eletto a Basilea col nome di Onorio II; a Roma invece, Ildebrando e i cardinali vescovi elessero Anselmo da Lucca, che prese il nome di Alessandro II. Si scatenò immediatamente una situazione di estrema confusione, con nomine di vescovi da parte dell’uno e dell’altro schieramento e la conseguente spaccatura in due della Cristianità latina. Per evitare la costituzione di un eventuale (e poco imparziale) arbitrato germanico, Alessandro II giocò d’anticipo e scomunicò nel 1064 l’antipapa, a sua volta allontanato militarmente da Roma grazie all’intervento dei Normanni, richiamati da Ildebrando, figura ormai sempre più indispensabile all’interno della Curia.

Tra il 1064 e il 1073 la riforma riprese, nonostante fosse venuta a mancare una colonna quale Umberto di Silvacandida, allargandosi all’Italia, alla Francia e all’Impero germanico. Rimaneva il nodo della pataria milanese, il cui ruolo era stato determinante per l’elezione di Cadalo: Alessandro II, consigliato da Ildebrando, concesse quindi ai patarini il vexillum sancti Petri, mostrando attenzione alle loro richieste ma, al tempo stesso, condizionandoli ad obbedire alla Chiesa romana e appoggiandoli nella lotta al vescovo Guido da Velate, al suddiacono Gotifredo da Castiglione e ai loro fedeli, strenui oppositori della riforma romana. La pulizia del clero corrotto e peccatore divenne il principale obiettivo dei riformatori ildebrandini e su questa strada continuò a indirizzarsi il pontificato di Alessandro II.

Il 21 aprile 1073 il papa venne a mancare e il giorno stesso dei funerali iniziarono nuovi tumulti, fomentati come sempre dai nobili romani. Fu allora che accadde un fatto eccezionale: forse incitato dal cardinale Ugo Candido, il popolo, contravvenendo a ogni atto e decisione ufficiale, invocò a gran voce l’elezione di Ildebrando al soglio petrino. In contrasto sia con la tradizione imperiale, rivendicata da Enrico IV, che soprattutto con il recente Decretum di Niccolò II, il principale e più attivo dei riformatori romani venne così eletto il 22 aprile 1073, assumendo il nome di Gregorio VII. Il suo pontificato, durato fino al 1085, avrebbe segnato indelebilmente le sorti della Chiesa di Roma.

The following two tabs change content below.

Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
blog comments powered by Disqus