Gregorio VII, la riforma per la libertas ecclesiae – Seconda parte

22/03/2015 di Davide Del Gusto

In dodici anni di pontificato, Gregorio VII continuò con maggior vigore l’opera di riforma. Ma fu anche il momento in cui si accese il violento scontro con l’impero di Enrico IV, culminato nel sostanziale fallimento del papa e dei suoi sforzi per la tutela della libertà della Chiesa romana.

Gregorio VII

Dopo l’ascesa al pontificato nel 1073, Gregorio VII si impegnò con enfasi a continuare l’opera di riforma già intrapresa nel corso della sua carriera nella Curia romana. Egli non avrebbe infatti mai esitato a misurarsi con i suoi interlocutori e con i sempre più pressanti avversari: sin da subito si propose come principale motore della seconda fase della riforma romana (da questo momento in poi nota anche come “gregoriana”), come attestato dalle numerose lettere autografe del suo Registrum, attraverso le quali propagandò il suo manifesto programmatico ed ecclesiologico. Non perse tempo: già nel 1074 si impegnò a convocare numerosi sinodi a breve distanza l’uno dall’altro, quasi sempre in concomitanza con il periodo pasquale. Alla fine del suo pontificato, tra alti e bassi, il papa riuscì a presiederne ben undici, tra il 1074 e il 1084: ciò fu un segno tangibile e indicativo del suo piano di riorganizzazione della Chiesa, sempre più legata alla figura del vescovo di Roma, punto apicale della società cristiana in quanto fonte monocratica di un’autorità comunque necessariamente legata a un’organizzazione collegiale del clero. I sinodi avevano infatti lo scopo primario di controllo e verifica dell’andamento della riforma e di quanto essa venisse non solo applicata ma anche accettata nelle singole aree locali.

Ciò che emerse fu il concetto di utilitas Sanctae Ecclesiae: ogni affermazione sinodale fu volta alla conservazione e all’utilità della Chiesa stessa, riaffermando in tal senso il peso della Santa Sede in quanto centro della Cristianità latina, un ruolo riconosciutole giurisdizionalmente e non più solo in base al prestigio morale. Inoltre, il pontefice avrebbe dovuto garantire, nell’ottica di Gregorio VII, la difesa del gregge dei fedeli all’interno della sua opera pastorale, con l’evidente ideale di una Chiesa monolitica retta da un potere ierocratico, realizzabile solamente dopo un’efficiente opera di pulizia degli ambienti ecclesiastici non riformatori: nel suo epistolario non mancò mai l’appello alla lotta contro i peccati di simonia e di nicolaismo, ancora abbastanza diffusi nel clero secolare e risolutamente condannati già nel primo sinodo del 1074.

Dictatus Papae
Il testo del Dictatus papae (1075), conservato nell’Archivio Segreto Vaticano

In tutto ciò, l’opera di Gregorio si inserì in un contesto euromediterraneo ancora frastagliato e difficilmente controllabile. A Milano persistevano i tumulti contro il simoniaco clero locale, vincolato a sua volta all’autorità imperiale germanica; nuove corone sorgevano o andavano consolidandosi, dall’Inghilterra alla Sicilia, dalla Francia all’Ungheria, senza dimenticare la Reconquista ispanica contro i regni moreschi di al-Andalus. Il papato non ebbe dunque gioco facile nella ricerca di uno spazio in cui operare e solamente grazie all’energica attività di Gregorio VII avrebbe potuto modificare sensibilmente gli equilibri politici del continente. Il principale ostacolo da superare fu incarnato dal giovane imperatore Enrico IV di Franconia che, da parte sua, intendeva rafforzare il proprio potere, anche attraverso il controllo politico dei vescovi.

Il 1075 fu un anno epocale. Il sinodo quaresimale fu totalmente incentrato sulla condanna della simonia e del nicolaismo e, clamorosamente, vennero pronunciate delle pesanti sanzioni verso i potenti dell’epoca: Filippo di Francia fu minacciato di scomunica, alcuni signori tedeschi vennero sospesi dall’eucarestia, Roberto il Guiscardo e Roberto di Loritello, rei di aver invaso il Patrimonium Sancti Petri, vennero scomunicati. Inoltre, Gregorio si scagliò direttamente contro Enrico IV: poiché l’imperatore si era arrogato il diritto di poter investire del potere sacrale numerosi vescovi a lui fedeli, scavalcando de facto il ruolo del pontefice, questi scomunicò e depose buona parte degli ecclesiastici filoimperiali della Germania e della Lombardia. Per tutta risposta, il sovrano non solo non considerò validi i decreti papali, ma impose un suo sostenitore sulla cattedra vescovile ambrosiana: scoppiava in questo modo la cosiddetta lotta per le investiture.

Nel 1075, agli albori dello scontro, la Cancelleria pontificia produsse così un documento sintomatico delle volontà del pontificato gregoriano: il Dictatus papae. In questa essenziale serie di ventisette proposizioni (forse i capitoli di una raccolta canonica non pervenutaci) vennero affermati dei dirompenti presupposti relativi al potere del papa: questi sarebbe stato l’unico a poter esercitare il diritto di nomina o deposizione dei vescovi, il solo cui fosse concesso convocare concili e sinodi, emanare leggi di diritto canonico e definire in ultima analisi i ruoli all’interno della Cristianità. Inoltre, come successore di Pietro, il pontefice romano avrebbe avuto di diritto il titolo di Sanctus e, in quanto tale, non avrebbe potuto essere giudicato o deposto da alcun potere laico o ecclesiastico, potendo però lui stesso giudicare o deporre chiunque, compreso l’imperatore. L’arma del papa rimaneva così la scomunica, attraverso cui esercitare la petrina potestas ligandi et solvendi nei confronti di chi, non essendo d’accordo con la Chiesa romana, automaticamente se ne poneva al di fuori.

Così avvenne: nel 1076, nel sinodo di Piacenza e nell’assise di Worms, Enrico IV, condannandone l’irregolarità dell’elezione e la condotta “sregolata”, depose il papa; Gregorio VII, scampato ad un attentato, reagì repentinamente scomunicando l’imperatore, sciogliendo i suoi sudditi dai vincoli vassallatici e facendo precipitare l’Impero nel caos istituzionale. I nobili tedeschi, con in testa i signori di Sassonia, non persero l’occasione di mettere da parte il poco amato Enrico convocando liberamente un’assise ad Augusta per il 2 febbraio 1077, cui avrebbe partecipato il papa in veste di presidente dell’assemblea. Il sovrano, per evitare di essere definitivamente detronizzato, non ebbe scelta: decise di scendere in Italia e intercettare in qualche modo il pontefice che, contemporaneamente, si accingeva a recarsi in Baviera. Prima di intraprendere il passaggio delle Alpi, reso ancor più difficoltoso dal rigido inverno di quell’anno, Gregorio decise di fermarsi per breve tempo nel castello di Canossa, ospite della sua grande alleata Matilde [vedi Matilde di Canossa, un’icona del Medioevo]: proprio qui venne raggiunto da Enrico IV che, pur di essere riammesso nella comunità dei fedeli e recuperare l’autorità politica perduta, attese tre giorni nella neve prima di essere accolto, per intercessione della contessa e dell’abate Ugo di Cluny, dal pontefice. Ottenuto il perdono e la revoca della scomunica, Enrico tornò in Germania per dirimere la questione della sua legittimità con i suoi nemici, che nel frattempo avevano eletto imperatore Rodolfo di Svevia.

Enrico IV a Canossa
. Enrico IV a Canossa, nell’interpretazione di Eduard Schwoiser (1862).

La tregua fu di breve durata, nonostante la volontà papale di porre definitivamente e in modo pacifico la parola fine alla contesa con l’imperatore, pur continuando a operare per la proibizione delle investiture laiche. Così, nel sinodo quaresimale del 1080, a fronte della condotta ripresa da parte imperiale, Gregorio VII pronunciò una seconda sentenza di scomunica nei riguardi di Enrico IV. A loro volta, in nome del sovrano, i vescovi suoi vassalli deposero il pontefice in un incontro a Magonza; il 25 giugno, a Bressanone, si sarebbero aggiunti anche i vescovi italiani, borgognoni e tedeschi filoimperiali che, riconfermando la deposizione di Gregorio, nominarono papa lo scomunicato Guiberto di Ravenna, che prese il nome di Clemente III. La situazione generale stava crollando, con la Cristianità latina ormai spaccata in due.

Riconfermata la scomunica all’imperatore, Gregorio VII non poté che contare sugli alleati rimastigli fedeli. Matilde di Canossa, nonostante lo sforzo dei propri armati, non riuscì però a fermare le truppe imperiali che, con Enrico IV e Guiberto alla loro testa, marciarono verso Roma nel 1081, assediando in Castel Sant’Angelo il papa. Questi fu allora costretto ad appellarsi a un intervento normanno, dimenticando il precedente contrasto con Roberto il Guiscardo. Richiamato dalla sua campagna contro i Bizantini nei Balcani, costui rientrò velocemente in Italia e, nel 1084, si portò a Roma con i suoi cavalieri. Per Gregorio fu un disastro totale: Guiberto, preso possesso della cathedra Petri, aveva incoronato Enrico come imperatore, accompagnandolo poi in Germania; i Normanni liberarono il papa dalla sua prigionia, ma, non avendo più un esercito da affrontare, si diedero a un efferato saccheggio della città, già fiaccata da tre anni di assedio. Gregorio fu quindi costretto ad abbandonare Roma, ormai odiato dai fedeli, e a prendere la strada di Salerno, ove sarebbe stato accolto dal Guiscardo e da sua moglie Sichelgaita nei suoi ultimi giorni [vedi Sichelgaita di Salerno, l’unione di due mondi]: la radicale riforma di Gregorio VII si spense simbolicamente con lui nel 1085, quando, secondo la tradizione, avrebbe detto: «Ho amato la giustizia e ho odiato l’iniquità, perciò muoio in esilio». La lotta per le investiture non avrebbe invece visto la fine che nel 1122 con il Concordato di Worms tra Enrico VI e Callisto II, aprendo così una nuova strada di compromesso nei rapporti burrascosi tra il papato e l’impero.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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