Grecia: cronaca di un ordinario default

30/06/2015 di Alessandro Mauri

Il default della Grecia porta l'Europa in "acque inesplorate": tappe e conseguenze del fallimento di Atene

Quando ormai l’accordo sembrava ad un passo, Grecia ed Eurogruppo hanno ormai definitivamente rotto le trattative. Le piccole divergenze si sono rapidamente trasformate in distanze incolmabili, e l’idea di Tsipras di indire un referendum ha fatto definitivamente saltare il banco.

La rottura – Soltanto una settimana fa sembrava che le infinite trattative tra Grecia e i suoi creditori fossero giunte ad una svolta positiva: il nuovo piano di riforme del governo ellenico era sembrato abbastanza soddisfacente, e bisognava limare solo gli ultimi dettagli; poi è successo qualcosa. Il piano è stato giudicato un punto di partenza da parte dell’ex Troika, mentre la Grecia non era disposta a fare ulteriori concessioni su alcuni punti in discussione (tra gli altri, aumento dei contributi pensionistici, eliminazione della fiscalità privilegiata delle isole, aumenti IVA e taglio delle spese militari).

A far traboccare il vaso è stata poi la decisione di Tsipras di indire, a trattative ancora in corso, un referendum sull’approvazione di un accordo che, di fatto, ancora non c’era. Questo ha irritato non poco i creditori, che hanno ritenuto la mossa un atto unilaterale, preso più per salvaguardare il governo e la stabilità di Syriza che non per l’effettivo interesse dei greci. Inoltre non c’era tempo per organizzare questo referendum senza ottenere una proroga del piano di aiuti, che scade oggi, 30 giugno, e questo è stato interpretato come un ricatto nei confronti dei creditori, che però non hanno ceduto. Ad abbandonare l’Eurogruppo e le trattative è stata a quel punto la Grecia stessa.

BCE in soccorso – A questo punto le preoccupazioni hanno preso il sopravvento e i cittadini greci si sono pazientemente messi in fila ai bancomat di tutto il paese per ritirare i propri risparmi il prima possibile. Secondo l’agenzia bloomberg da dicembre sono stati ritirati oltre 30 miliardi di euro dalle banche elleniche, fenomeno che si è accentuato negli ultimi giorni, con prelievi pari a circa un miliardo di euro al giorno; 700 milioni di euro nella sola giornata di sabato. Ovviamente questa è una situazione assolutamente insostenibile per le banche della Grecia, che sarebbero già andate in crisi di liquidità senza l’intervento della BCE che ha garantito fondi di emergenza (ELA) per tamponare questa situazione.

La banca centrale ha inoltre esteso questo programma anche dopo la rottura delle trattative, proprio perché in caso contrario la Grecia sarebbe finita in una pesantissima crisi di liquidità e sarebbe stata costretta ad uscire dall’euro: una decisione che, secondo Draghi, spetta alla politica e non ai banchieri. Tuttavia questa ingente iniezione di liquidità (89 miliardi di euro), non è stata in grado di garantire l’operatività delle banche che, pertanto, rimarranno chiuse, così come la borsa, per i prossimi 6 giorni. Infine, è stato introdotto un limite di 60 euro giornalieri per i prelievi bancomat.

Depositi bancari di famiglie e imprese greche. Fonte: Banca centrale greca e J.P. Morgan

Il piano inclinato – A questo punto ormai la Grecia si è lanciata su un piano inclinato che conduce al default: sicuramente (salvo clamorosi quanto improbabili colpi di scena) martedì 30 giugno non sarà in grado di rimborsare 1,5 miliardi di euro al Fondo Monetario Internazionale che, ovviamente, si guarderà bene dal prorogare gli aiuti. Sebbene non si tratterebbe di un vero e proprio default, dal momento che l’FMI accetta che i paesi ritardino alcuni pagamenti, questa eventualità farebbe entrare Atene in un ben poco prestigioso club di paesi che non sono stati in grado di restituire i propri debiti al FMI: Somalia, Cuba e Zimbabwe. A questo punto le agenzie di rating non dovrebbero considerare la situazione della Grecia come un vero e proprio default, per cui la BCE potrebbe continuare ad accettare i bond greci come collaterale e continuare le operazioni di ELA.

A partire da mercoledì primo luglio, senza più un euro nel portafoglio del governo e delle banche, la situazione inizierebbe molto probabilmente a degenerare, e non è implausibile l’ipotesi di forti proteste che costringano il governo Tsipras a lasciare il passo ad un governo di unità nazionale o a nuove elezioni. Ed è proprio per evitare questo scenario che il governo ha indetto il referendum, che si terrà il 5 luglio, e che dovrebbe sancire l’adesione del popolo greco alle richieste dei creditori, assolutamente preferibili al fallimento (questo almeno è quanto ci si augura); a quel punto Tsipras sarebbe comunque costretto alle dimissioni (“non saremo noi ad attuare l’austerità”, ha dichiarato in un’intervista alla tv greca, ieri sera, riferendosi al suo esecutivo). Il 20 luglio, infine, scadono 3,5 miliardi di euro di debiti nei confronti della BCE: se per quella data non si sarà trovata una soluzione, anche se tecnicamente il default non scatterebbe (le agenzie di rating lo dichiarano solo quando non vengono pagati titoli detenuti da privati), in pratica la Grecia sarebbe costretta ad uscire dall’Euro e a rinunciare a qualsivoglia possibilità di finanziarsi di nuovo sui mercati internazionali.

Per quanto riguarda le conseguenze sull’Europa e sul sistema euro, esse sono di difficile previsione, dal momento che siamo entrati in una fase che lo stesso Draghi aveva definito di “acque inesplorate”. Sicuramente la BCE farà di tutto per difendere la moneta unica, come dimostra il rafforzamento degli acquisti di titoli di Stato (peraltro già previsti prima dell’estate) nell’ottica del QE. La situazione economica generale è più stabile di quanto non fosse qualche anno fa, ma la dura reazione dei mercati non consente di essere eccessivamente ottimisti. Di sicuro il default greco rappresenterebbe un pericoloso precedente per tutti i paesi dell’Unione Europea, che deve aumentare notevolmente l’integrazione politica ed economica se vuole evitare che altri paesi scivolino nelle “acque inesplorate” del default.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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