Gran Bretagna, Quo Vadis?! Cameron e il referendum sull’UE

24/01/2013 di Elena Cesca

“Daremo al popolo britannico una semplice scelta: stare dentro o andar via”

“Daremo al popolo britannico una semplice scelta: stare dentro o andar via”. Con questa frase, David Cameron passa la parola ai cittadini inglesi. Ieri mattina, il primo ministro britannico, in un discorso attesissimo, ha annunciato che, entro il 2018, verrà indetto un referendum con il quale la Gran Bretagna verrà chiamata ad esprimersi  sullo stato di appartenenza all’Unione Europea. “Se lasceremo l’Unione Europea, lo faremo con un biglietto di sola andata, senza ritorno” . Il futuro della Gran Bretagna all’interno dell’Unione è, dunque, ufficialmente sempre più incerto.

L’appartenenza di Cameron tra gli euroscettici e la sua grande distanza da quell’apertura europeista di Tony Blair le avevamo comprese da tempo. Che il partito conservatore dei Tory avesse bisogno di un rialzo dei consensi era anch’esso chiaro. Da più di due anni, infatti, i conservatori si vedono sorpassare dal Labour nei sondaggi (circa 10%) e l’unico modo per racimolare la preferenza è fare politica contro l’Unione Europea. Esempio pratico è stato il votare contro il Fiscal Compact. A questo punto appare chiaro che stare dentro o andare via dall’Unione fa la differenza.

Che gli inglesi non se la sentano di rinunciare alla sterlina e alla loro unica, incontaminabile anima “british”, ne siamo più che certi. D’altronde, la Gran Bretagna non ha mai manifestato entusiasmo nei confronti dell’Unione, tanto da esser sempre stata considerata un awkward partner, un membro scomodo. L’euroscetticismo fu chiaro sin dai lontani anni ’50 quando l’Inghilterra, già da decenni potenza economica affermata e indipendente nel campo del carbone e dell’acciaio, non aderì alla CECA, ovvero la Comunità del carbone e dell’acciaio che funge da cellula primordiale dell’attuale Unione. Piuttosto, l’Inghilterra avanzò l’idea di fondare un’organizzazione parallela alla comunità europea per la liberalizzazione del commercio (l’ European Free Trade Association- EFTA- nel 1959), ma non vi dovevano essere coinvolgimenti militari, né derive federaliste.

L’Approccio inglese è sempre stato minimalista nei confronti dell’Unione. L’Integrazione europea non è mai stata vista come condivisione di politiche comuni, ma semplicemente come creazione dell’area di libero scambio. L’integrazione doveva essere economica, non politica, né tantomeno monetaria, forte come era la sterlina a livello mondiale. Non c’è mai stata una visione comune della politica estera. L’Inghilterra è stata la più grande potenza coloniale di tutti i tempi e le relazioni con il suo Commonwealth non potevano essere associate a quelle che l’Unione Europea tutta avrebbe avuto con il resto del mondo. La special relationship che la lega agli Stati Uniti, inoltre, l’ha sempre resa l’alleato prediletto americano. L’alleato, appunto. La Gran Bretagna non è più la grande potenza di un secolo fa. Non è più la first lady. Non si commercia più con la sterlina e non è più lei a stabilire il prezzo dell’oro.

Se, da una parte, ha già ottenuto ragione nella questione del cosiddetto juste retour, ovvero il bilanciamento tra i fondi che lei stanzia per il fondo comune europeo e i benefici che le ritornano, dall’altra, David Cameron  è consapevole di quanto, nell’attuale fase di crisi, un’uscita dell’economia britannica dal mercato unico comporterebbe una restrizione dell’area di scambio per le aziende del Regno Unito. Dal 2011, anche l’Isola è stata inghiottita nel vortice della recessione, e la politica monetaria della Bank of England ha solo momentaneamente e superficialmente ovviato al crack. Ci chiediamo se sia, quindi, proprio così necessario tornare al vecchio stato-nazione protezionista anche nei confronti dei vicini di casa europei.

Sembrerebbe Cameron voglia intraprendere i suoi rapporti con il resto dei 26 Stati solo secondo la vecchia impostazione della comunità economica, svincolando, così, Londra dagli impegni politici in materia di condivisione delle politiche in materia di sicurezza comune, politica estera, immigrazione, welfare. Dalle cancellerie europee arrivano moniti alla Gran Bretagna. Per la Germania è inconcepibile “stare sulla soglia”, mentre il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, ha chiaramente fatto intendere che non si può creare un’ “Europe à la carte” e “se sei in una squadra di calcio, non puoi chiedere di giocare a rugby”. Di contro, anche il sindaco di Londra, Boris Johnson, ha sostenuto che è “giunto il momento” per gli Inglesi di decidere.

Dal punto di vista europeo, la presenza della Gran Bretagna aumenterebbe il peso dell’UE nei rapporti con la Cina e gli Stati Uniti, ma allo stesso tempo renderebbe ancora più difficile il percorso di integrazione. L’Unione è ancora un’entità giovane, le cui unità, gli Stati, sono ancora molto ancorati alle proprie tradizioni, culture e lingue. Negli ultimi decenni, i fallimenti nelle negoziazioni per raggiungere una costituzione comune hanno dimostrato come sia arduo mettere d’accordo tutti quanti. Non può, quindi, essere considerata una nazione, e probabilmente mai lo sarà. Una nazione necessita di una comunanza culturale, di un’idea di popolo condivisa e noi, da Europei, non ci sentiamo Europei.

Secondo il parere di chi scrive, è bene continuare a preservare le proprie identità nazionali. Soprattutto in un mondo così globalizzato, dove tutti mangiamo al McDonald’s, è importante riscoprire il proprio essere unici. Tuttavia, proprio perché facciamo parte di un sistema interdipendente, è bene anche adeguarsi ai nuovi principi di flessibilità, interscambio e comunicazione. Dunque ben venga poter passare i confini senza troppe restrizioni, poter andare all’estero per specializzarsi, trovare lavoro. In questi termini, però, risulta anche necessario far sì che un tale movimento sia facilitato da una visione comune dei parametri entro cui operare, ovvero mettersi d’accordo sul come portare il nostro Parmigiano in Germania, far venire lo champagne dalla Francia, avere garanzie sul lavoro che trovo in Svezia, accogliere i profughi dall’estero. Per adattarci ai tempi che corrono è bene rimanere diversi nelle nostre tradizioni, ma imparare a comunicarle e a condividere interessi comuni. È necessario metterci d’accordo e creare delle politiche comuni.

Dunque, da una parte ben venga il forte senso di nazionalità degli Inglesi, dall’altra accogliamo e valutiamo anche proposte come quelle avanzate dall’ex Primo Ministro belga, Verhofstadt, eurodeputato dal 2009, per un referendum paneuropeo per  il rilancio dell’integrazione europea, al fine di offrire un progetto concreto e condiviso per il futuro dell’Unione, che definisca ciò che si deve e come si deve fare. L’Inghilterra probabilmente si pronuncerà sul restare o meno nell’Unione, mentre gli Europei dovranno impegnarsi ad essere “uniti nella diversità”.

The following two tabs change content below.

Elena Cesca

Tarantina, del 1988. Maturità classica. Laurea Triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento. Laurea specialistica in International Relations presso la LUISS Guido Carli. Ha condotto studi di approfondimento sul funzionamento interno della Commissione Europea, le iniziative europee nel campo della difesa (mercato e industria), la non-proliferazione nucleare e le politiche del Sud-Est Asia. Esperienze studio e di ricerca in Austria, Belgio, Canada e Inghilterra. Attualmente collaboratore parlamentare presso la Camera dei Deputati e PhD Candidate in Storia dell'Europa presso la Sapienza di Roma su tematiche di cooperazione tecnologico-militare in ambito NATO.
blog comments powered by Disqus