Governo vs. Parlamento, Renzi vs. Bersani. Chi la spunterà?

27/02/2015 di Luca Andrea Palmieri

Il rapporto tra il leader Pd e la sua minoranza interna – rilevante soprattutto al Senato – è sempre più teso. E riflette la complessità sempre maggiore del rapporto tra Governo e Parlamento, esacerbata dalle contraddizioni di questa “strana” legislatura. Una questione da esaminare bene nelle sue sfumature, ricordando che, in politica, niente è mai come sembra.

Renzi, Minoranza PD

Dal fatidico 2013, il rapporto tra Parlamento e Governo italiani si è fatto sempre più complesso. Ancora di più dall’arrivo a palazzo Chigi di  Matteo Renzi, un inquilino ingombrante. Non a caso questo rapporto, oggi, gira più che mai intorno al Partito Democratico e alla sua “strana” maggioranza interna, divisa tra il fronte renziano, saldamente al Governo e alla guida del partito, e il gruppo storico – abbastanza forte, soprattutto in Senato, da poter mettere in difficoltà il leader fiorentino. Ma a che prezzo?

L’ultimo capitolo di questa complicata storia è l’ennesima rottura della minoranza, questa volta nella persona di Pierluigi Bersani. L’ex segretario Pd ha deciso di non partecipare alla riunione dei gruppi Parlamentari convocata da Renzi per il primo pomeriggio di venerdì. L’accusa è che gli organismi dirigenti finiscano per diventare “figuranti”. Bersani ha dichiarato: “sarà ora di discutere seriamente, non per spot. Basta fare una discussione ordinata. Facciamo come abbiamo fatto col cosiddetto metodo Mattarella”.

I riferimenti sono molteplici: uno è al Jobs Act, definito “incostituzionale” (problema possibile, ma di cui non ci occuperemo oggi). Un secondo è alla riforma delle istituzioni, che nelle prossime settimane dovrà passare un delicatissimo passaggio al Senato. Un voto contrario metterebbe seriamente in crisi il Governo Renzi. Un’approvazione con cambiamenti costringerebbe a ricominciare da zero il lungo iter dei quattro passaggi tra Senato e Camera. Insomma, una situazione pericolosa per il premier, resa complessa proprio dalla strana maggioranza.

Pierluigi Bersani
l’ex segretario PD, Pierluigi Bersani

Uno dei principali oggetti del contendere di questo periodo politico, è proprio il modo in cui il Governo tende ad “imporre” al Parlamento la propria linea, per mezzo di fiducie e decreti legge. La questione è seria: come noto, il nostro sistema politico è basato sul rapporto tra i tre poteri: il legislativo, che si sviluppa nel Parlamento, l’esecutivo, determinato dal Governo e il giudiziario, espletato dalla Magistratura. In teoria, quantomeno, le leggi le fa il Parlamento. I decreti legge, strumento legislativo “principe” in mano al Governo, dovrebbero essere limitati a casi di necessità e urgenza.

Queste “necessità” e “urgenze”, però, sono state ravvisate molto spesso dai Governi degli ultimi anni. Non parliamo solo di Renzi: sono anni che gli atti legislativi governativi (a cui possiamo aggiungere i decreti legislativi, che seguono a una legge delega del Parlamento) sono maggioranza o quasi della produzione legislativa. Va anche detto che, soprattutto a partire dalla Seconda Repubblica, la produzione legislativa del Parlamento si è ridotta notevolmente.

Ragionando in maniera un po’ cinica – andando oltre le, più che mai legittime, rimostranze di fasce parlamentari che si sentono ridotte a “premi-bottoni” –, non deve affatto sorprendere che le cose stiano in questa maniera, con un Governo molto decisionista e un Parlamento costretto ad inseguire. Lasciando da parte la questione dell’importanza della leadership, vera oggi ma ancor più ai tempi di Berlusconi, in questa legislatura le motivazioni sono soprattutto di ordine pratico.

Tra queste, la principale è proprio la “strana maggioranza”. Vero è che, miracoli della politica, molti in Parlamento sono stati fulminati sulla via di Damasco dalla leadership renziana. Tuttavia i gruppi “storici” hanno ancora numeri – soprattutto al Senato – per mettere i bastoni tra le ruote al premier. E’ il più tipico e noto dei paradossi italiani: il problema principale del Governo Renzi resta sempre la sua stessa casa politica. E’ un panorama, questo, a cui la sinistra ci ha abituato da tempo.

Viceversa, però, va detto che la “minoranza di peso” del Pd in realtà ha poco di che lamentarsi: il braccio di ferro portato avanti in questi mesi è accettato in primis da loro, nonostante le continue forzature (o proprio a causa loro?). Lo dimostra il fatto che, per quanto i decreti legge siano una pratica potente ed abusata dal Governo, questi abbiano sempre e comunque una scadenza di 30 giorni, e un ben noto divieto di reiterazione. Ergo, al termine di questo periodo, è il Parlamento a votare “sì” o “no” alla scelta governativa. Ed il più delle volte a spuntarla è stato il Governo. Certo, c’è anche un’altra questione da considerare: quella della fiducia. Sulle materie più delicate, dove il dissenso è maggiore, Renzi e i suoi non si sono fatti scrupoli di alzare la posta, combinando decreti legge e fiducia al Governo: “se non siete con me, tutti a casa”. Ed è qui che sta il problema.

Governo-Parlamento-Pd
Periodo teso, come al solito, al Nazareno

Perché da un lato c’è il richiamo alla “responsabilità” nel “difficile contesto internazionale” e alla necessaria “stabilità”. Dall’altro, di fatto, c’è una minoranza Pd che, per quanto urli, sbraiti, si ribelli, fino ad ora (c’è sempre tempo perché cambi idea) non ha agito realmente contro il Governo. E non ci si faccia ingannare dalla questione del Patto del Nazareno: quando in Parlamento si sa bene quali sono i numeri, per la parte “non decisiva” il voto diventa molto più libero: in un contesto del genere le distinzioni tra coerenza e tornaconto personale sono flebili.

Il momento della verità viene adesso: il Patto, paradossalmente, è stato utile a Renzi soprattutto per evitare di esacerbare i conflitti con la minoranza interna. Contrariamente a quel che si potesse pensare, questa ha avuto la “scusa” per attaccare il premier verbalmente, ma mai nella pratica del voto. Adesso che si è tutti sulla stessa barca, molti nodi arriveranno al pettine. Perché i problemi non mancano: innanzi tutto, se facesse cadere il Governo, la minoranza Pd arriverebbe alle prossime elezioni con una rappresentanza minima, molto inferiore a quella attuale: dopotutto il segretario è Renzi, e la vecchia dirigenza, con la candidatura di Cuperlo, non è arrivata nemmeno al 20% interno. Questo Bersani & co. lo sanno bene.

La tentazione scissione rimane, ma le condizioni non sembrano quelle giuste. Con il Consultellum, puramente proporzionale, il caos sarebbe certo. Allo stato attuale, l’unica soluzione per avere un governo sarebbero le larghe intese, che premierebbero soprattutto Berlusconi. Insomma, sia per Renzi che per la minoranza, sarebbe come cadere dalla padella alla brace. L’Italicum – per il quale manca solo l’approvazione della Camera – punisce i partiti minori: ancora una volta, l’ipotesi scissione ne esce indebolita, a favore di un dialogo interno che allo stato attuale non premia certo le minoranze, come visto. Insomma, è un cane che si morde la coda, e che spiega, di fatto, la sicurezza con cui Renzi impone la propria agenda, a scapito di un gruppo del Pd che, per quanto minoritario internamente, ha ancora un certo peso parlamentare.

Dividere la questione tra “buoni” e “cattivi” sarebbe semplicistico: tutti stanno cercando di fare i propri interessi. Più dialogo sarebbe auspicabile, e la tendenza del Governo ad isolare le minoranze non fa certo bene al sistema. Tuttavia il sospetto è che il passo sia breve perché si arrivi all’estremo opposto: c’è da esser certi che, messo in discussione l’attuale impianto della riforma, tutti si fionderebbero in una selva di veti e contro-veti che affosserebbero ogni intento riformista: nella storia parlamentare italiana recente, di casi del genere ce ne sono a bizzeffe. E francamente, di una riforma c’è bisogno eccome. Insomma, nel nostro paese sembra che avere una riforma fatta “per bene” – discussa da tutti, basata su compromessi accettabili e da più parti – sia impossibile. L’unica possibilità sembrano gli aut aut o il muro contro muro. E di certo non è così che si costruisce il futuro di un paese.

The following two tabs change content below.

Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
blog comments powered by Disqus