Governo Renzi alla prova: il JobsAct

11/08/2014 di Federico Nascimben

Il Piano per il lavoro si è concretizzato, finora, solamente nel dl Poletti sui contratti a termine e apprendistato, ma rimangono in alto mare legge delega e decreti attuativi

Renzi e Poletti

Continuiamo la nostra analisi delle promesse del Governo Renzi esaminando lo stato del c.d. JobsAct, ora che la riforma del Senato è stata approvata in prima lettura a Montecitorio (ricordando che comunque ne mancano altre tre), e che è giunto il tempo delle “riforme economiche“.

Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro.
Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro.

Il Piano per il lavoro dell’esecutivo finora ha visto l’approvazione della prima “tappa”, cioè il dl Poletti che, in sostanza, ha portato a cinque il numero massimo di proroghe nel corso di tre anni nei quali è possibile stipulare contratti a tempo determinato senza causale. L’approvazione iniziale del provvedimento era prevista per il 15 marzo, ma la conversione definitiva del decreto è avvenuta il 13 maggio. Ad oggi non si conoscono ancora i tempi necessari per la ratifica della seconda “tappa” del JobsAct, cioè di legge delega e decreti delegati: la prima infatti è stata presentata al Senato il 3 aprile ed è ancora in corso d’esame in Commissione; mentre per i secondi ci attendono tempi ben più lunghi.

Riprendendo quanto scritto nell’articolo di analisi del dl Poletti – stando alle dichiarazioni di allora del Governo -, con questo si è voluto approvare un “provvedimento urgente che contiene interventi di semplificazione sul contratto a termine e sul contratto di apprendistato per renderli più coerenti con le esigenze attuali del contesto occupazionale e produttivo“; mentre il JobsAct vero e proprio sarà frutto di “un disegno di legge che conferisce al Governo apposite deleghe finalizzate ad introdurre misure per riformare la disciplina degli ammortizzatori sociali, riformare i servizi per il lavoro e le politiche attive, semplificare le procedure e gli adempimenti in materia di lavoro, riordinare le forme contrattuali, migliorare la conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di vita“.

Oltre a riconfermare quanto scrivemmo allora, e viste anche le recenti dichiarazioni di Brunetta e Alfano/Sacconi (quest’ultimo, ricordiamo, relatore al Senato del ddl delega e capogruppo in Commissione Lavoro) sulla moratoria di tre anni nell’applicazione dell’art. 18 per i neoassunti, nonostante peraltro lo stesso Quagliariello ricordi che “le politiche basate sull’offerta si sono rivelate un autentico fallimento“, non si capisce perché solo su questa si continua ad intervenire, quando è evidente che solo una solida ripresa della domanda interna – visto anche il peggioramento dello scenario politico ed economico internazionale – potrà trainare al rialzo ordinativi, consumi, fiducia e, in ultimo, occupazione. In caso, dal lato dell’offerta, occorrerebbe tagliare IRES e IRAP, dopo essere già intervenuti con gli 80 euro. Ma sempre lì si ritorna: in mancanza di risorse da cui attingere (dovuta alle infinite difficoltà nell’attuare i famosi tagli) nel breve/medio periodo quello che si preferisce è continuare a concentrarsi su interventi normativi.

Se da una parte, però, è di primaria importanza realizzare i fondamenti presenti nella delega lavoro per portare al passo coi tempi la legislazione italiana sul tema; dall’altra risulta evidente, soprattutto per i c.d. outsider (e per i giovani, in particolare), che sia la flessibilità in entrata che quella in uscita è ben presente nel nostro sistema, ma sbilanciata a (s)favore di questa categoria, attraverso le ampie possibilità consentite dai contratti atipici. Nonostante questa rappresenti la scoperta dell’acqua calda, l’evidenza empirica sembra non aver ancora convinto una buona parte di classe dirigente che è, invece, convinta di creare occupazione per decreto.

Questa discrasia di tutele e protezioni tra outsider ed insider, pur essendo una tematica globale, nel nostro Paese è arrivata a dei livelli drammatici, per questo occorre arrivare ad una omogeneizzazione di gran lunga maggiore tra tutte le componenti della forza lavoro: cosa che di fatto il JobsAct si propone, ma che rinvia a data da destinarsi (ricordiamo i problemi esistenti nella legislazione italiana) con l’attuazione della seconda tappa, mentre la prima non fa altro che continuare ad accentuare proprio questa discrasia.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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