Governo e Parlamento all’esame Palestina

16/01/2015 di Edoardo O. Canavese

Oggi il Parlamento si esprimerà sul riconoscimento dello Stato di Palestina, tra il rifiuto del centrodestra, le pressioni favorevoli di Sel e i tentennamenti del Pd. Per il governo si tratta di una nuova prova di maturità in politica estera, terreno insidioso in un'Italia sempre più periferia della diplomazia europea ed internazionale.

Il riconoscimento e gli attentati – I recenti fatti parigini hanno evidentemente posto su una luce diversa la posizione dell’Italia circa il riconoscimento dello Stato di Palestina. Perché, sebbene sia difficile trovare un nesso tra gli attentatori di Charlie Hebdo e del supermercato ebraico e la questione palestinese, lo shock delle stragi francesi è bastato al centrodestra per mettere in discussione il giudizio del Parlamento in materia. Tanto per capirci, il senatore Maurizio Gasparri ha paragonato l’efferatezza dei fratelli Kouachi a quella dei militanti di Hamas, nonostante il riconoscimento dello Stato palestinese sia faccenda più complessa della semplicistica contrapposizione Israele – terrorismo antisemita. Di qui la richiesta di Forza Italia e Ncd di rimandare la votazione a riguardo prevista per oggi alla Camera; istanza che, una volta tanto, ha riunito tutti i pezzi e le correnti del litigioso centrodestra.

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Naor Gilon, ambasciatore d’Israele in Italia

Dentro al voto parlamentare – Al momento sono le forze politiche schieratesi ufficialmente sul nodo Palestina sono Sel, con una mozione favorevole sottoscritta anche da alcuni Dem, M5S e, come detto, il centrodestra. Pd non pervenuto? Non esattamente. O meglio, palesa un forte ritardo sulla materia, figlio del divisionismo intestino che avvicina gli estremi del partito da un lato verso i vendoliani, dall’altro verso Alfano. Resta che oggi i democratici non hanno una posizione pubblica a riguardo. Dalla Commissione Esteri il presidente Enzo Amendola sostiene che la mozione di Sel non è pienamente sostenibile, perché concentrata soltanto sul principio di riconoscimento politico, senza che vi sia un più concreto sostegno affinché i negoziati tra israeliani e palestinesi ricomincino ufficialmente. Una posizione attendista, che evita fratture interne, al Pd e al governo, ma rischia di congelare un problema all’ordine del giorno degli esecutivi europei.

“Atto inutile” – Lo sostiene Naor Gilon, ambasciatore israeliano a Roma, riferendosi ad un eventuale riconoscimento dello Stato palestinese da parte del parlamento italiano. Come logico attendersi, Tel Aviv osserva con inquietudine le mosse dei governi europei, tra i quali quello inglese, francese, spagnolo ed altri si sono già pronunciati a favore della nascita di uno vero Stato in Cisgiordania e Gaza. Piuttosto, Gilon, che sulla falsariga dell’uscente premier israeliano Netanyahu si mostra algido nei confronti delle intenzioni di Abu Mazen e dell’autorità palestinese di Cisgiordania, insiste sulla necessità della riapertura di negoziati diretti tra le parti contendenti, come stabilito nella risoluzione di Oslo. Senza questi, ogni atto di riconoscimento sarebbe solo un simbolo, e non un sincero passo in avanti per la pace e la convivenza. Rispetto alle quali, peraltro, i prossimi mesi sapranno dirci molto, sia in considerazione dell’emergenza del terrorismo islamico in Europa, sia in vista delle elezioni politiche che si terranno il 17 marzo in Israele, dalle cui urne potrebbe uscire rafforzato il fronte anti-palestinese di Netanyahu.

Prudenze e debolezza – Le posizioni di governo e ambasciata israeliana non sono dunque così lontane. Prudenza, anzitutto, perché la questione politica è quanto mai complessa e risulta particolarmente scivolosa per un Parlamento dominato da correnti e franchi tiratori. Il reclamo del centrodestra affinché sia data attenzione piuttosto al ruolo dell’Italia nella lotta contro il redivivo terrorismo in Europa, e i tentennamenti del Pd sul da farsi circa il riconoscimento o meno, evidenziano la debolezza che il Governo sconta sul tema della politica estera. Un ritardo maturato non solo sul tema palestinese, rispetto ai concorrenti europei, ed ereditato da un inesorabile e protratto appiattimento di Palazzo Chigi su posizioni maggioritarie. Pare urgente quindi che l’Italia e il presente governo diano seguito alle troppe parole e diano prova di decisionismo, quando anche senza riconoscimenti parlamentari o simili, almeno con il nobile strumento della diplomazia.

 

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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