Stato, Cassa Depositi e Prestiti e le finte privatizzazioni

25/11/2013 di Giovanni Caccavello

Governo Letta Privatizzazioni

Il Governo Letta, per bocca del ministro Saccomanni, ha lasciato intendere che “privatizzerà” alcune società pubbliche per ridurre il debito e per rassicurare la Commissione Europea. Cosa significa però “privatizzare”, che ruolo svolge la “Cassa Depositi e Prestiti” e che piano futuro si potrebbe sviluppare?

Situazione – Meno di una settimana fa, esattamente Martedì 19 Novembre, Francesco Giavazzi, noto economista Italiano di stampo liberista, ha scritto un editoriale sul Corriere della Sera, in cui chiede di non chiamare “privatizzazioni” il programma di vendite che il Governo Letta ha (o avrebbe, il congiuntivo è d’obbligo visto che l’ultimo programma di privatizzazione effettuato da un governo è datato 1993) intenzione di varare per iniziare ridurre l’immenso debito pubblico italiano e per rassicurare la Commissione Europea dopo la valutazione poco positiva sulla Legge di Stabilità sulla qualche il Senato esprimerà i suoi primi giudizi proprio oggi, Lunedì 25 Novembre. Perchè, dunque, questa presa di posizione?

Governo/Stato – Mettiamo le carte in ordine. Il governo ha deciso di vendere (utilizziamo questo termine al posto del termine privatizzare) alcune delle azioni di otto società pubbliche: ENI, SME, Fincantieri, Cdp Reti, TAG, Grandi Stazioni, ENAV e Sace. Capiamo chi sono queste aziende.

Il governo Letta e le sue false privatizzazioniEni, colosso mondiale del petrolio e gas, è detenuta al 30,1% dallo Stato e dalla Cassa Depositi e Prestiti, Cdp, (azienda che analizzeremo più avanti); SME è una Holding (cioè una società che possiede azioni di altre aziende) Italo-Francese che controlla Stmicroelectronics, azienda leader nella produzione di componenti elettronici a semiconduttori; Fincantieri, tra i leader mondiali della cantieristica, è anch’essa posseduta dalla Cdp; CdP Reti, come fa intendere il nome, è posseduta al 100% dalla Cassa depositi e Presiti stessa; TAG, è una società partecipata all’89% da Cdp che gestisce in esclusiva il tratto austriaco del gasdotto che trasporta in Italia il gas dalla Russia; Grandi stazioni, controllata al 60% dalle Ferrovie dello Stato e gestisce le principali stazioni italiane; ENAV, società che controlla il traffico aereo è detenuta completamente dal Tesoro mentre, per finire, SACE, gruppo per l’ assicurazione dell’export è posseduto interamente sempre dalla Cassa Depositi e Prestiti.

Cassa Depositi e Prestiti – Come già si è potuto evincere dalle righe precedenti esiste un legame molto stretto, se non quasi simbiotico, tra Tesoro e Cassa Depositi e Prestiti. Come mai? La Cassa Depositi e Prestiti, come si può tranquillamente apprendere dal suo sito, è una società per azioni (S.p.A) a controllo pubblico (cioè una società di capitali, le azioni, non quotata direttamente in Borsa ma che detiene titoli di aziende quotate in Borsa e al tempo stesso risulta essere detenuta in modo massiccio dal Tesoro). Il Ministero dell’Economia e delle Finanze controlla l’ 80,1% del capitale della Cassa Depositi e Prestiti, il 18,4% è detenuto da una nutrita schiera di fondazioni di origine bancaria (le Casse di Risparmio) mentre l’ 1,5% è controllato dalla Cassa Depositi e Prestiti stessa, attraverso Azioni proprie. Da ricordare come la Cassa Depositi e Prestiti sia azionista di riferimento del Fondo Strategico Italiano (FSI) che opera acquisendo quote di imprese di “rilevante interesse nazionale”, in equilibrio economico-finanziario e con prospettive significative di redditività e di sviluppo. La Cassa Depositi e Prestiti, infine, al 31 dicembre 2012 aveva un capitale investito di più di 305 miliardi di Euro, con un patrimonio netto di 16,8 miliardi di Euro. La raccolta postale, principale fonte di entrate della società ammontava a 233,6 miliardi mentre l’esercizio è stato chiuso con un utile netto di 2,85 miliardi. Una società sempre pronta a finanziare la pubblica amministrazione e che gioca un ruolo di notevole importanza nel sistema economico italiano.

Privatizzazioni – Dopo aver capito chi è e che ruolo svolge la Cassa Depositi e Prestiti, cerchiamo ora di sfatare il tabù delle privatizzazioni, che da bravi liberisti crediamo siano un procedimento positivo per un’economia. Le privatizzazioni sono un processo economico che sposta la proprietà di un ente o di un’azienda dal controllo statale a quello pubblico. In molti casi, soprattutto quando si tratta di aziende strategiche, lo Stato non è intenzionato a “privatizzare” in toto le proprie aziende ma tende a vendere solo alcune azioni solitamente per motivi di contabilità. In un contesto più ampio il termine privatizzazione è contenuto anche nel concetto di liberalizzazione (l’apertura al mercato concorrenziale) e nel concetto di deregolamentazione (eliminazione di regole, limiti o vincoli imposti dallo stato sull’iniziativa economica privata).

Le privatizzazioni introducono un duplice vantaggio economico; il primo vantaggio è che lo Stato ricava utili dalla vendita dei suoi beni o servizi (assets) poiché esso rinuncia ad investire ne gestire tali aziende o servizi pubblici; il secondo vantaggio è che la gestione, passando in mano privata, in principio (a causa della legge del profitto) registra una maggior efficienza. Il privato se in grado di risanare i debiti dell’azienda può così offrire ai consumatori un miglior prodotto e abbassare il costo del servizio offerto. Il principio delle liberalizzazioni ha quindi in seno effetti benefici per un’economia.

Eni, le false privatizzazioni italianeFinte Privatizzazioni – Le privatizzazioni che il governo ha intenzione di portare avanti per rassicurare l’Europa e per ridurre il debito pubblico sono quindi, come ha scritto Giavazzi, solo delle finte vendite. Prendiamo il caso ENI. Il governo ha intenzione di vendere una quota pari al 3% di Eni a seguito di un’operazione di “buy-Back” da 6 miliardi, cioè un piano di riacquisto delle quote da parte di Eni fino ad un tetto del 10%, strategia che permetterà allo stato stesso di aumentare la quota pubblica di Eni al 33%, dal 30,1% attuale, e quindi, ceduto il 3%, di vedere invariata la propria quota.

Prossimi sviluppi ed idee – Il governo, attraverso questo finto programma di privatizzazioni, punta così a incassare nel 2014 tra i 10-12 miliardi e, come assicura il premier Enrico Letta, a questo piano ne seguirà certamente un altro. Ovviamente non si è specificato quando e in che misure.

Per fortuna la Commissione Europea ha chiesto al governo interventi strutturali per mettere in sicurezza l’intero sistema economico e finanziario italiano. Chissà se non lo avesse fatto, visto che anche Bruxelles e tutte le altre istituzioni storceranno il naso non appena capiranno che lo Stato otterrà, metà della cifra prevista (sperando che siano poi 10-12 miliardi di Euro e non meno) attraverso operazioni di buy-back o di vendita diretta alla Cassa Depositi e Prestiti, ufficiosamente “azienda” del Tesoro.

Alcuni lettori potranno pensare, come continua a sostenere Letta in tutte le interviste, che questo è un “primo piccolo passo verso la stabilità economica e finanziaria”. Nulla da contestare, però come tutti i governi della “Seconda Repubblica”, anche l’esecutivo Letta manca della capacità, della voglia e della spregiudicatezza di aprire una stagione di privatizzazioni, di liberalizzazioni e di deregolamentazione di alcuni settori. Un programma molto ambizioso, ma possibile e realistico, potrebbe essere quello di vendere circa 30/35 miliardi di assets pubblici (mobiliari ed immobiliari) ogni anno per il corso di una intera legislatura abbassando il debito pubblico di circa 15 punti percentuali ed al tempo stesso effettuare liberalizzazioni di interi mercati, ad esempio postale, ferroviario, assicurativo sul lavoro e radiotelevisivo, insieme ad una serie di riforme strutturali che mirino sia a ridurre i costi della politica ma anche e soprattutto a ridurre la burocrazia, a migliorare il sistema giudiziario e a modificare il fisco, abbassando l’enorme carico delle tasse.

Tutto ciò, attualmente sembra pura utopia, ma tutto questo programma di privatizzazioni, di liberalizzazioni e di riforme strutturali avrebbero nel medio-lungo periodo un effetto moltiplicatore sulla nostra economia andando ad aumentare la concorrenza, migliorando la meritocrazia, garantendo ai cittadini servizi migliori, facendo ripartire gli investimenti e aprendo l’Italia agli investimenti esteri ed al flusso di capitale, necessità di fondamentale importanza in un economia sempre più globale.

 

 

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Giovanni Caccavello

Studente universitario Comasco, nato nel 1991 studia Economia ed International Business attualmente presso la "University of Strathclyde", prestigiosa università di Glasgow, Regno Unito. Nel corso della scorsa estate ha lavorato due mesi come analista di mercato in Cina, a Shanghai e di recente ha partecipato al G8 giovanile tenutosi a Londra come "Ministro dello Sviluppo" per la delegazione Italiana.
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