Il governo Letta approva il dl occupazione

27/06/2013 di Federico Nascimben

Impostazione sbagliata, difficile che si ottengano dei risultati concreti

Gli interventi previsti dal decreto legge rappresentano solo il primo passo della strategia del Governo per aumentare l’occupazione, specialmente giovanile, ridurre l’inattività e attenuare il disagio sociale. Un secondo gruppo di misure verrà definito non appena le istituzioni europee avranno approvato le regole per l’utilizzo dei fondi strutturali relativi al periodo 2014-2020 e di quelli per la Garanzia giovani”, così si legge nel comunicato del governo a seguito dell’approvazione del dl.

IVA e occupazione giovanile – Le misure più importanti (o più note), contenute nel decreto approvato ieri, riguardano lo spostamento al 1° ottobre del termine a partire dal quale verrà aumentata l’IVA dal 21 al 22% e il piano lavoro per “migliorare il funzionamento del mercato del lavoro, aumentare l’occupazione, soprattutto quella giovanile, sostenere le famiglie in difficoltà“. L’art. 11 del decreto stima gli oneri per lo Stato della proroga dell’aumento dell’IVA in “864,6 milioni per il 2013, 117 milioni per il 2014, 112 milioni per il 2015, 51 milioni per il 2016 e un milione a decorrere dal 2017“, soldi che al momento sono stati coperti con l’aumento delle imposte sulle sigarette elettroniche dal 21% al 58,5% e con l’aumento degli acconti IRPEF, IRES e IRAP. Invece, la ricaduta del dl occupazione viene stimata in 200 mila nuove assunzioni nei prossimi 18 mesi (per la maggior parte al centro-sud) e una diminuzione di due punti percentuali della disoccupazione giovanile nella fascia d’età compresa tra i 18 e i 29 anni (attualmente al 25%).

Incentivi per assunzioni a tempo indeterminato – Il governo, soprattutto grazie alla riprogrammazione dei fondi strutturali 2007-2013, ha stanziato 794 milioni di euro nel quadriennio 2013-2016 (di cui 500 per le regioni del mezzogiorno)  per favorire l’assunzione a tempo indeterminato di giovani fra i 18 e i 29 anni. Per l’accesso agli incentivi occorre che – si legge nel comunicato del governo – i soggetti  “godano di almeno una di queste condizioni: a) siano privi di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi;  b) siano privi di un diploma di scuola media superiore o professionale; c) siano lavoratori che vivono da soli con una o più persone a carico”. Lo strumento utilizzato è quello della decontribuzione per il datore di lavoro, questa sarà pari a un terzo della “retribuzione lorda imponibile ai fini previdenziali“, non potrà superare i 650 euro per lavoratore e si estenderà per un periodo di 18 mesi. Viene previsto lo stesso tipo di incentivazione per la trasformazione dei contratti da tempo determinato a tempo indeterminato, ma per un periodo limitato a 12 mesi e solo se alla trasformazione corrisponderà “un’ulteriore assunzione di lavoratore“.

Modifiche alla legge Fornero – In questo campo i due interventi più importanti riguardano: la diminuzione del tempo di pausa intercorrente tra la stipula di un contratto a termine e il successivo, con il passaggio dai precedenti 60/90 giorni agli attuali 10/20; la possibilità di proroga del primo contratto di somministrazione o a termine stipulato senza causale. Infine, per favorire l’omogeneità della disciplina dell’apprendistato, “entro il 30 settembre 2013 la conferenza Stato-Regioni dovrà adottare le linee guida che disciplinino il contratto di apprendistato professionalizzante che le piccole e medie imprese e le microimprese dovranno adottare entro il 31 dicembre 2015“.

Tirocini formativi – Viene istituito un fondo di due milioni di euro annui (fino al 2015) per permettere alle amministrazioni che non ne abbiano le risorse di retribuire i propri tirocinanti. Vengono poi finanziati per l’anno 2013-2014, con 15 milioni di euro, tirocini formativi per studenti universitari.

“Il mezzogiorno al lavoro per l’Italia” – Vista la situazione di oggettiva difficoltà delle regioni de sud: 1.250.000 giovani fra i 18 e i 29 anni che non studiano e non lavorano (1 su 3), un tasso di occupazione che per i neodiplomati è del 31% e per i neolaureati del 49% (15 punti in meno, per entrambi, rispetto alla media del Paese), una durata media di tre anni per la ricerca di prima occupazione; oltre alle misure già viste, per il mezzogiorno, il governo prevede un piano di “incentivazione dell’autoimprenditorialità e dell’impresa sociale (250 milioni); avvicinamento dei giovani che non studiano e non lavorano (NEET) al lavoro attraverso tirocini (150 milioni); contrasto alla povertà estrema (circa 170milioni)“. Secondo le stime del governo, il piano coinvolgerà oltre 300 mila persone, creando circa 80 mila posti di lavoro nel 2013-2014 e producendo un’ulteriore crescita del PIL dello o,2% nel 2014 e dello 0,4% nel 2015.

Valutazioni del dl: premessa e IVA – Come ribadito all’inizio dell’articolo e nel precedente, il dl rientra in un progetto complessivo che prevede diversi passaggi e che si concluderà (presumibilmente) quest’autunno con l’approvazione della legge di stabilità, ma ciò non toglie che ad oggi non sia possibile dare un primo giudizio e fare le prime valutazioni. Ebbene, entrambe non possono che essere negative, non tanto per le risorse messe sul piatto, ovvero il quantum (che rimarrà esiguo fin quando non si decideranno gli opportuni tagli di spese o fin quando non torneremo a crescere), ma per l’approccio che viene seguito. Per quanto riguarda l’IVA, stando anche alle ultime dichiarazioni del Ministro Alfano, l’intenzione del governo sembra essere quella di andare avanti di rinvio in rinvio, trovando qua e là, di volta in volta, i fondi necessari alle coperture (possibilmente con nuove e maggiori entrate). Una soluzione che non può che continuare a creare incertezza.

Valutazione del dl: lavoro – Per ciò che attiene il lavoro, invece, non si capisce perché si punta per l’ennesima volta ad un nuovo piano incentivi tramite lo strumento della decontribuzione, invece di cercare di mettere insieme, pian piano, una graduale (ma, si badi bene, definitiva) riduzione del cuneo fiscale (soprattutto attraverso una defiscalizzazione); e non si capisce perché si continui ad insistere sul contratto di lavoro a tempo indeterminato, il quale, visti i dati e soprattutto la realtà fattuale, fra i giovani appare sempre più un’utopia tutta italiana: chi vi scrive non conosce nessun giovane fra i 18 e i 29 anni che, a distanza di qualche anno da quando si è immesso nel mondo del lavoro, non abbia già cambiato almeno due o tre imprese presso le quali esercita la propria attività lavorativa. Il problema, oltreché culturale, è legato poi anche l’impostazione della misura, visto che gli incentivi sono temporanei e il contratto di lavoro, invece, sarebbe a durata indeterminata: quale convenienza ha un datore di lavoro nell’assumere un giovane a tempo indeterminato o nel trasformare un contratto se poi rimane comunque schiacciato da un livello di tassazione e burocratizzazione così elevato? Senza contare poi l’elevato livello di protezione per il lavoratore che il contratto a tempo indeterminato prevede per il lavoratore. E senza contare che nel mezzogiorno le difficoltà evidenziate si ritrovano in misura di gran lunga maggiore rispetto al centro-nord. Necessarie, invece, in una situazione economica del genere, appaiono le riduzioni temporali tra la stipula di due contratti a termine, mentre assurde sembrano le misure sulla trasformazione dei contratti e troppo esigui (ma appare, invece, corretta l’impostazione) i fondi messi a disposizione per permettere la retribuzione di studenti tirocinanti. Infine, il punto b riguardante coloro i quali sono privi di un diploma di scuola media superiore o professionale, che molte polemiche ha scaturito, visto che per l’accesso agli incentivi si rende necessario il possesso di solo un requisito, sembra rivolto più ad alcune particolari categorie che risentono maggiormente della crisi che a sfavorire neodiplomati e neolaureati (e quindi, implicitamente,  a disincentivare lo studio).

Conclusioni – In definitiva, così come gli altri decreti approvati finora dal governo, anche quello sul lavoro, per i motivi sopra delineati,  non sembra in grado di produrre ricadute occupazionali significative. Le mediazioni interne al governo da una parte, e i diktat su IMU e IVA dall’altra finiscono inevitabilmente per rendere zoppa l’azione dell’esecutivo, già resa abbondantemente limitata dalla mancanza di risorse. Perciò, non si possono che trarre conclusioni per la maggior parte negative da un provvedimento che, una volta ancora, appare più uno spot che una soluzione, seppur parziale, dei problemi che affliggono il nostro Paese.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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