Gone Girl, il ritorno di Fincher

30/12/2014 di Jacopo Mercuro

David Fincher, regista di film come Fight Club, Seven e The Social Network, torna sul grande schermo con Gone Girl, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Gillian Fynn.

Gone Gil, recensione e critica

“La verità non è importante. La verità è irrilevante. Devi lavorare di più sulla percezione della verità.
É quella che potrebbe salvarti”.
– Tanner Bolt (Tyler Perry)

In una fredda notte newyorkese Nick (Ben Affleck) incotra Amy (Rosamund Pike), tra i due è subito amore a prima vista. Belli, simpatici e intelligenti, una coppia apparentemente perfetta che, a causa della crisi economica, si trova costretta a trasferirsi in Missouri. Tra Nick e Amy non arde più la fiamma iniziale, il rapporto vacilla e nel giorno del loro quinto anniversario, Amy scompare misteriosamente. Gli indizi trovati nella casa dei coniugi fanno subito credere ad un omicidio, e i primi sospetti cadono su Nick, che nonostante i comportamenti un po’ troppo ambigui si continua a dichiarare innocente. Cosa sarà accaduto realmente ad Amy?

Gone Girl è il paradosso di se stesso. Nella prima parte prende le sembianze di un thriller, per poi improvvisamente scoprire le sue carte azzerando la suspance. Con lo spettatore ormai nel sacco, mentalmente preparato alla ricerca del colpevole, David Fincher rimischia il mazzo e ridistribuisce le carte, rimettendosi nuovamente in gioco con il rischio di perdere il pubblico. Per tutto il film, il regista gioca alla pari con gli spettatori, mostra le sue carte, lo fa più volte. Gone Girl non ha idenità, non è un thriller e non è un dramma, è solo un campo di gioco del quale Fincher si serve per raccontare i suoi eterni tormenti.

In Gone Girl tutto è un’allegoria, ogni piccolo dettaglio vuole comunicare. Nel classico stile di Fincher c’è un continuo stimolo intellettuale, alcune volte sarà molto evidente, altre volte meno. Secondo Fincher siamo diventati delle marionette, marionette nella mani del mondo delle immagini e di chi ne ha il controllo: i media e i social, che si sono sostituiti in tutto e per tutto alla società reale. Non abbiamo più la capacità di controllare noi stessi, viviamo continuamente influenzati da ciò che ci circonda. Verso la fine dell’Ottocento, con l’avvento della società moderna, la vita sensibile dell’uomo stava prendendo una svolta radicale. Nascevano le grandi metropoli e l’essere umano si trovava in una nuova condizione, continuamente stimolato da shock quotidiani, fino ad allora inesistenti. L’età moderna ha cambiato il nostro dna, come un sistema di auto difesa, l’uomo è mutato in una nuova specie per sopravvivere. Abbiamo perso molto della nostra sensibilità, siamo diventati cinici e calcolatori, fino ad arrivare nei nostri giorni, dove tutto è governato dall’immagine che ci ha resi definitivamente artificiali più che mai.

Se un tempo era la società ad essere la forza che regolava la nostra vita, oggi sono le nuove tecnologie a rappresentare il grande Panottico che ci sorveglia quotidianamente; citando le parole del filoso Bentham: “un nuovo modo per ottenere potere sulle menti, in maniera e quantità mai vista prima”. Oggi la vita reale non è altro che un dietro le quinte, una camerino privato e inaccessibile in cui ci si prepara per il gran debutto, che in modo agghiacciante avviene sui social. Creiamo la nostra falsa immagine perfetta, attraverso l’ennesima foto postata su uno dei nostro account. Non siamo altro che la fantastica copertina della nostra vita, così attenti alla presentazione da lasciare in bianco tutte le pagine all’interno.

Viviamo in un’enorme menzogna, convinti che sia la verità. Se siamo diventati talmente poco credibili a noi stessi, come possiamo credere nel prossimo? Come dei commensali seduti ad un tavolo, con mani legate e occhi bendati, veniamo imboccati quotidianamente dai media, nutrendoci di social network fino allo sfinimento mentale.Abbiamo inaugurato una nuova era, dove la tecnica ha raggiunto un uso perverso mai visto sino ad ora; una follia moderna che ci sta rendendo macchinizzati e prigionieri del contesto.

In Gone Girl l’opinione pubblica si scaglia subito contro Nick, guidati dalla giornalista di un programma tv, che inizia la sua crociata personale, per aumentare il suo indice di ascolti. Nessuno crede a Nick, per tutti è lui il colpevole, solo dopo aver raccontato la sua verità in tv riacquista magicamente la sua credibilità. Come d’incanto la sua immagine cambia dopo essere apparso sugli schermi; Nick diviene un uomo nuovo, e poco importa che non abbia fatto altro che mentire. Lo scetticismo nel prossimo, la verità raccontata solo dai media, crediamo solo a ciò che ci arriva tramite la tv, non siamo più in grado di percepire e riconoscere la verità. Dipendiamo da un uso folle della tecnologia, dove, come accade nel film, un cane e un gatto robot possono tranquillamente sostituire i veri animali. Siamo fedeli solo alla costruzione virtuale di ciò che non siamo.

Con Gone Girl escono, ancora una volta, tutti gli incubi di Fincher, i tormenti che della modernità che da sempre lo affliggono. David Fincher accende un grande occhio di bue sulla nostra vita, la vita di cannibali di immagini, la vita di curiosi perversi delle vite altrui, la vita di srotolatori di cervelli.

“Quando penso a mia moglie penso sempre alla sua testa. Immagino di aprirle quel cranio perfetto e srotolarle il cervello in cerca di risposte alle domande principali di ogni matrimonio:   a cosa pensi? Come ti senti? Che cosa ci siamo fatti?” – Nick Dunne (Ben Affleck)

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Jacopo Mercuro

Nasce a Roma il 30/03/1988. Si diploma al liceo classico per poi intraprendere gli studi di giurisprudenza. Fin da bambino ha una vera e propria passione per il grande schermo. Cresce nutrendosi di pane, film e musica rock. Predilige le pellicole d’oltreoceano tanto che sulla sua scrivania non manca mai una foto del monte Hollywood.
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