Goffredo Mameli, per un’autopsia storica del nostro inno

06/07/2013 di Matteo Anastasi

Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta. Dietro i brividi lungo la schiena che il nostro inno regala ogni qualvolta viene intonato, c'è la storia di un giovane patriota

Goffredo Mameli, inno d'Italia

Un acuto conoscitore e osservatore della storia quale Sergio Romano ha sapientemente scritto che gli inni nazionali, pur con eccezioni e varianti, sono soliti dividersi in due grandi categorie. «Nella prima vi sono le composizioni solenni, lente, dignitose con una intonazione religiosa. Appartengono generalmente alla grande tradizione musicale del Settecento, sono opera di conoscitori aulici e hanno spesso, come i sovrani, un rapporto di cuginanza; a tal punto che non è sempre facile distinguere l’uno dall’altro. Ma possono avere origini popolari. È il caso dell’inno americano, The Star-Spangled Banner, che fu scritto da Francis Scott Key, ma adattato alle note di una bella melodia che si cantava nelle birrerie inglesi del Settecento. Nella seconda categoria vi sono i canti gioiosi e marziali, inni o marce militari, generalmente influenzati dalla letteratura romantica e dalla cultura popolare dopo la rivoluzione francese. Il capostipite è il Canto di guerra per l’esercito del Reno, parole e musica di Claude-Joseph Rouget de l’Isle. Lo cantavano i volontari francesi quando arrivarono a Parigi nel 1792 e divenne da allora, per l’appunto, la Marsigliese».

Fratelli d’Italia rientra in quest’ultima categoria. Nel tumultuoso autunno del 1847, a Genova, un giovane poeta e patriota locale, Goffredo Mameli, ne scrisse il testo, affidandone la canzonatura al direttore d’orchestra Michele Novaro. Quelle note videro la luce in un frangente storico particolarmente propizio. Fecero il giro della Penisola, salutate come «la Marsigliese degli italiani», e vennero cantate durante tutti i movimenti insurrezionali dei mesi seguenti: da Napoli a Palermo, dalle barricate di Milano all’Arsenale di Venezia nel momento della proclamazione della Repubblica.

Tra quelli che penetrarono a Milano all’indomani delle Cinque giornate vi era anche lui, Mameli, alla testa di volontari genovesi. Ventunenne, occhi sognanti, capelli e barba assai folti – secondo i dettami della “moda carbonara” – grande personalità e oratoria politica da vendere, militò in Lombardia per poi raggiungere Garibaldi alle porte di Roma nel 1849. Quando i francesi attaccarono il Gianicolo, in giugno, era barricato nella Villa del Vascello. Fu colpito a un ginocchio da una pallottola vagante, la gamba fu mal curata e amputata e un’infezione lo uccise un mese dopo. Le narrazioni vogliono morì con un libro di Charles Dickens al fianco. Garibaldi, nelle sue Memorie, lo definì un «vate guerriero». Un «vate» profondo conoscitore di Byron, Berchet, Lamartine, autori che ne plasmarono carattere e idee e che furono alla base della sua formazione letteraria. Ma Fratelli d’Italia non può essere liquidata come una poesia. Dietro quei versi si celano riferimenti storici, politici, culturali che vale la pena analizzare attentamente.

«L’elmo di Scipio». Scipio è Publio Cornelio Scipione, riferimento a quella romanità tipica di tutti regimi francesizzanti tra il 1789 e il 1848, vale a dire, per l’Europa, la fase rivoluzionaria per eccellenza, che si colloca al confine tra il tramonto della storia moderna e l’alba di quella contemporanea. I francesi adottano il lessico istituzionale della Roma antica – consoli, prefetti, senato – e gli uomini politici transalpini amano rivedersi nei grandi statisti di quell’epoca: Napoleone in Cesare o Augusto. Mameli, invece, propone agli italiani Scipione, il condottiero che combatté e sconfisse i cartaginesi. Il messaggio è duplice: l’Italia necessita di un esercito e di un leader del calibro de L’Africano, mentre è Roma la sorgente della loro storia e del loro immenso patrimonio culturale.

«Le porga la chioma». I capelli sono simbolo di fierezza, libertà, orgoglio. Il loro taglio simboleggia l’umiliazione e la sottomissione dello sconfitto, perpetrata dal vincitore.

«Stringiamci a coorte». La coorte, unità militare della legione romana, è anche termine contemporaneo, utilizzato dai francesi, nelle guerre del 1813 e del 1814, per dividere la loro Guardia nazionale, appunto in chohortes. Per Mameli, dunque, è sinonimo di «corpo di volontari» o «nazione armata».

«Noi fummo da secoli calpesti e derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi». In questa fase Mameli si dimostra «unitario», quindi in linea col pensiero mazziniano e avverso sia al progetto federalista di Cattaneo che a quello giobertiano di riunione degli Stati italiani sotto il Papa.

«Dall’Alpe a Sicilia, dovunque è Legnano, ogni uom di Ferrucci ha il core e la mano». Legnano è il teatro della battaglia dove la Lega dei comuni, riunita attorno al Carroccio, nel 1176 sconfisse Federico Barbarossa. Francesco Ferrucci è il capitano che venne in soccorso della Firenze assediata del 1530 e perì a Gravignana ucciso da un mercenario, Maramaldo, da allora sinonimo di malvagità. La battaglia di Gravignana è il tema di un noto quadro di un protagonista del Risorgimento come Massimo d’Azeglio, mentre l’assedio di Firenze ispirò l’omonimo romanzo di Francesco Domenico Guerrazzi, certamente letto da Mameli e fonte d’ispirazione per la strofa in questione.

«I bimbi d’Italia si chiaman Balilla, il suon d’ogni squilla i vespri sonò». Balilla è il soprannome del ragazzino genovese che, nel 1746, scagliò una pietra contro i soldati austriaci avviando la sommossa popolare che li costrinse ad abbandonare la città; i vespri sono quelli del 31 marzo 1282, data dell’insurrezione palermitana contro i francesi. In questi due episodi, così come nella battaglia di Legnano, la cultura risorgimentale, nelle parole di Mameli, scorge la prefigurazione delle guerre per l’indipendenza della Penisola.

La prematura morte sottrasse a Mameli, non solo la visione del compimento dell’unità nazionale, ma – con tutta probabilità – anche l’ottenimento di onori e di incarichi nel governo della neonata Italia, come sarebbe avvenuto per altre personalità risorgimentali di spicco: dal conte di Cavour al marchese di Rudinì, da Agostino Depretis a Francesco Crispi. A ogni modo, grazie ai suoi scritti e a quelli a lui riferiti, sappiamo quali furono le sue idee: appartenne a quella sinistra nazionalista di stampo mazziniano da cui il fascismo trasse innumerevoli suggestioni.

Molte sono contenute proprio in Fratelli d’Italia. Scipione è il protagonista di un kolossal cinematografico, che il regime produsse nel 1937 sotto la direzione di Vittorio Mussolini, secondogenito del duce. Il «taglio della chioma» anticipa i temi imperiali della campagna d’Africa. Le coorti furono unità delle legioni nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. I bimbi d’Italia, con legge del 3 aprile 1926, divennero tutti Balilla.

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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