Goffredo di Buglione, la conquista di Gerusalemme

31/10/2016 di Davide Del Gusto

Personaggio di secondo piano nello scacchiere europeo dell’XI secolo, il lorenese Goffredo di Buglione avrebbe tuttavia affascinato l’immaginario collettivo per secoli, divenendo uno dei simboli indiscussi della prima crociata.

Goffredo di Buglione

Ancor prima che l’immagine di stessa di Goffredo di Buglione, nella percezione generalista di un Medioevo idealizzato o, in linea di massima, stereotipato, nulla colpisce l’immaginario collettivo quanto il fenomeno crociato: l’immagine di intrepidi avventurieri mossi da ideali cavallereschi alla conquista della Terra Santa, o alla sua liberazione dall’infedele, rimane in effetti uno degli esempi più evidenti di un’attenzione alla storia filtrata dalla letteratura e dal mito, tornato prepotentemente alla ribalta con l’attualmente teorizzato “scontro di civiltà” tra l’Occidente e l’Islam. Al netto delle successive reinterpretazioni e divagazioni politiche e storiografiche, le crociate furono a tutti gli effetti un potente collante spirituale per gli uomini dei secoli centrali dell’età di mezzo e, a Clermont nel 1095, Urbano II aveva in mente un progetto preciso che suggellasse il processo di riforma della Chiesa che aveva ereditato al momento della sua elezione al soglio pontificio: la liberazione della Terra Santa promossa dal papa era vista sotto la lente di una purificazione delle anime, essendo insieme spedizione militare e devoto pellegrinaggio presso il luogo più santo per i cristiani. Il passagium oltremarino verso Gerusalemme, in effetti, si poneva da secoli come uno dei punti focali delle pratiche di viaggio spirituale dei cristiani: insieme ad altre mete assai frequentate – Roma e Santiago de Compostela su tutte, insieme a numerosi santuari minori – la città santa divenne definitivamente il fulcro delle energie poste dai cristiani latini per la sua liberazione.

Inoltre, in nome degli ideali della riforma, il movimento crociato che scaturì dalle prime indicazioni date a Piacenza il 5 marzo 1095 e poi, in particolare, dalla predica presso Clermont ebbe nel papa il suo principale ispiratore. Urbano II era ben conscio infatti della necessità di trovare legame forte e duraturo per un’Europa lacerata dal recente conflitto tra la Chiesa romana e l’Impero germanico. Inoltre, a dare ulteriore slancio alla promozione di una spedizione armata verso l’Oriente furono due fatti di straordinaria importanza: da un lato le azioni militari dei cristiani in Spagna contro i mori del Califfato di Cordova avevano iniziato a dare i frutti sperati nella più ampia stagione della Reconquista; dall’altro, invece, nei territori anatolici dell’Impero bizantino i Turchi Selgiuchidi del sultano Alp Arslan inflissero una pesante sconfitta alle truppe di Romano IV Diogene nel 1071 nei pressi di Manzikert. Alla luce dell’instancabile avanzamento turco, nel 1091 l’imperatore Alessio I Comneno non avrebbe quindi esitato ad inviare un accorato appello Roberto I conte di Fiandra perché assicurasse un intervento militare a difesa dei cristiani d’Oriente.

La lettera non rimase ignorata in Europa e così, alcuni anni dopo, avrebbe costituito uno dei principali motivi perché il papa invitasse i principi cristiani alle armi nel concilio di Clermont del novembre 1095. Pur rimanendo uno dei capisaldi della mentalità medievale, il discorso appassionato che Urbano II tenne in tale occasione che non è giunto nella sua effettiva formulazione ed esistono ben quattro testi diversi che riportano il senso delle parole del pontefice, tutti successivi alla spedizione armata, come quello contenuto nella Historia Hierosolymitana di Fulcherio di Chartres o nelle pagine di Roberto di Reims, entrambi testimoni dell’evento. Il papa avrebbe quindi fatto leva su due fattori fondamentali: il dover soddisfare le richieste d’aiuto da parte di Costantinopoli e, soprattutto, la liberazione di Gerusalemme dalle mani di chi, in spregio alla religione, aveva ridotto in moschee o in rovina le chiese e continuava a perseguitare i cristiani; così, secondo quanto narrato dalle cronache, alle invocazioni del pontefice il popolo convenuto a Clermont sarebbe esploso gridando: “Deus vult!”. Il tutto venne in seguito riassunto nel Canone 9 del concilio, nel quale si affermava testualmente che: «A chiunque avrà intrapreso il viaggio per Gerusalemme allo scopo di liberare la Chiesa di Dio, ammesso che sia per pietà e non per guadagnare onori e denaro, questo viaggio verrà contato come penitenza completa».mappa-crociata

Le manifestazioni di autentico entusiasmo popolare avrebbero quindi dato il via a primi gruppi di pellegrini male armati o intenzionati esclusivamente a compiere il viaggio per la redenzione dei peccati, risolvendo in un generale fallimento la propria esperienza una volta raggiunte le terre anatoliche ormai sotto il controllo dei Turchi; inoltre, Urbano II sapeva di non poter contare sull’appoggio militare dei grandi signori laici del tempo, a partire dall’imperatore Enrico IV e dal re di Francia Filippo I, entrambi scomunicati al momento dell’organizzazione della prima crociata. Il passagium militare verso Gerusalemme, quindi venne intrapreso da alcuni esponenti della nobiltà feudale, conti e principi che per i più svariati motivi aderirono all’impresa della cosiddetta crociata dei baroni, il cui paladino sarebbe stato individuato in Goffredo di Buglione.

Nato attorno al 1060 nei pressi dell’attuale località belga di Baisy-Thy da Eustachio II di Boulogne e Ida, figlia di Goffredo II della Bassa Lorena e signore di Bouillon, egli fu per buona parte della sua vita uno dei numerosi signori fedeli all’Impero germanico. Nel 1076, riconosciuto unico erede da parte di suo zio Goffredo IV il Gobbo, marito di Matilde di Canossa, il giovane si vide sottratta la signoria della Bassa Lorena dallo stesso Enrico IV, ottenendo solamente il controllo della pur ricca marca di Anversa. Le sue tracce si perdono fino al momento apicale dello scontro armato tra lo scomunicato imperatore e Gregorio VII poiché, in quanto vincolato da un patto vassallatico, fu costretto a seguire le milizie germaniche nel vittorioso assedio di Roma del 1084: in virtù della sua fedeltà, a guerra conclusa Enrico lo avrebbe quindi omaggiato di molti territori, compreso il ducato precedentemente sottrattogli. Solo all’indomani del concilio di Clermont l’ormai adulto Goffredo, uomo riconosciuto dalle fonti come molto vicino agli ideali cluniacensi, capì che per non continuare ad essere compromesso con un sovrano escluso dalla Cristianità e per evitare in tal modo nuovi scontri con il papa avrebbe dovuto abbandonare la stretta cerchia dell’imperatore e unirsi alla spedizione per la riconquista di Gerusalemme: la sua strada era dunque segnata, ma per potersi finanziare la spedizione e il mantenimento di alcune migliaia di soldati Goffredo fu costretto a ipotecare e vendere molte delle sue proprietà (tra le quali spiccavano i castelli di Bouillon e di Stenay), forse con la precisa intenzione di liberarsi una volta per tutte delle ingerenze imperiali e stabilirsi definitivamente nella terra dove scorrevano “latte e miele”.

Presi con sé i fratelli Eustachio e Baldovino, nell’estate del 1096 Goffredo iniziò così il suo cammino penitenziale verso Gerusalemme percorrendo il cosiddetto iter di Carlo Magno, un percorso viario che attraversava la Germania, l’Ungheria e i Balcani per concludersi a Costantinopoli. Nel frattempo, molti altri signori cristiani avevano risposto all’appello di Urbano II e stavano compiendo il loro pellegrinaggio armato, seguendo strade diverse ma tutte terminali nella capitale dell’Impero bizantino: Ugo di Vermandois, fratello di Filippo I di Francia, Stefano di Blois e Roberto II di Normandia percorsero i territori francesi e l’Italia per poi imbarcarsi come Boemondo d’Altavilla e suo nipote Tancredi in Puglia e prendere la via Egnatia a Durazzo; Raimondo di Saint-Gilles, conte di Tolosa, raccolse uomini in Provenza e seguì una via parallela a quella di Goffredo, scortato peraltro dal vescovo di Le Puy Ademaro di Monteuil, influente legato papale e vera anima della spedizione. Tutti i rappresentanti più in vista della Cristianità franco-normanna, compresi i contingenti di alcuni comuni italiani come Genova e Pisa, convennero dunque a Costantinopoli tra il 1096 e il 1097, trovando diffidenza nell’atteggiamento di Alessio I Comneno, soprattutto per la sua insistenza nel chiedere che tutti i capi giurassero omaggio di fedeltà all’Impero bizantino. Il rifiuto fu generale e la reazione dello stesso Goffredo fu piuttosto energica, avendo invitato i suoi a saccheggiare le campagne di Costantinopoli, ma alla fine molti furono costretti a cedere alle richieste del sovrano per poter infine unire le forze e preparare la spedizione in Anatolia.

La marcia verso Gerusalemme fu costellata di importanti vittorie militari che rinvigorirono costantemente l’animo dei crociati: da Nicea a Dorylaeum, da Iconium a Laodicea rimasero tutti compatti nell’affrontare il nemico e nell’aprirsi la strada verso la Terra Santa, arrivando ad assediare Antiochia nell’ottobre 1097. Le operazioni continuarono con un certo successo, tanto che Baldovino e Tancredi deviarono per assediare e conquistare Edessa, fondando così il primo degli stati crociati d’Oltremare; nel 1099, infine, grazie all’aiuto inaspettato dei capi musulmani locali in lotta fra loro, i crociati riunirono i propri eserciti a poca distanza dalla città santa per organizzare l’attacco finale. I Fatimidi d’Egitto, sottratta Gerusalemme ai Selgiuchidi, tentarono invano di trattare perché i cristiani si accontentassero del dominio sulla Siria, inconsapevoli delle ragioni più profonde che guidavano la spedizione: la soluzione non venne trovata che attraverso uno degli assedi più celebri dell’epoca medievale.

La conquista di Gerusalemme
La conquista di Gerusalemme

Del tutto disuniti, Goffredo e altri capi si accamparono a nord e a sud, mentre Raimondo di Saint-Gilles si posizionò a ovest, tra la Torre di Davide e il Monte di Sion. Il 6 giugno 1099 Tancredi, passato sotto il comando di Goffredo, prese Betlemme rafforzando così l’accerchiamento delle mura di Gerusalemme: mossi da un entusiasmo senza pari, i latini costruirono torri d’assedio e altre macchine da guerra con il legname fornito dai genovesi e organizzarono l’8 luglio una solenne processione che avrebbe dovuto provocare il crollo delle mura, come nell’esempio biblico di Gerico. Infine, sotto un solenne giuramento stipulato simbolicamente sul Monte degli Ulivi, i crociati si riorganizzarono meglio e le truppe di Goffredo e Raimondo sferrarono l’attacco il 15 luglio incitati, secondo alcuni cronisti, dallo stesso Ademaro di Monteuil. Le difese della città caddero facilmente e, secondo tutte le fonti, sia latine che arabe, i soldati cristiani si diedero a un massacro senza pari: «Gerusalemme è presa, la città ben guarnita. Avreste visto i turchi fuggire per le strade: ognuno come può cerca di trarsi in salvo. Li uccidono i cristiani e li van giustiziando, la strada è ricoperta di sangue e di cervella. […] Con le spade d’acciaio ne fanno gran macello: non vi fu chi non tinse di cervella il suo brando, del sangue di quegli empi fu insozzata la strada», come narrato dal cronista della Chanson de Jérusalem, testo in antico francese redatta dopo il 1131; e secondo la narrazione dello storico curdo Ibn al-Athir, «la popolazione fu passata a fil di spada, e i Franchi stettero per una settimana nella terra menando strage dei Musulmani. […] Nel Masgid [moschea] al-Aqsa invece i Franchi ammazzarono più di settantamila persone, tra cui una gran folla di imam e dottori musulmani, devoti e asceti, di quelli che avevano lasciato il loro paese per venire a vivere in pio ritiro in quel Luogo Santo».

Placatasi la tempesta, seguendo ancora la narrazione della Chanson, la tragica e crudele conquista di Gerusalemme si concluse con l’esaltazione di Goffredo, ormai individuato dai suoi uomini e dagli altri capi crociati come l’unico degno di governare sulla città santa. Ma il 22 luglio, dopo la prima messa presso la basilica del Santo Sepolcro, tutta la vittoriosa azione guerresca del duca di Buglione si riassunse nel suo cavalleresco rifiuto della corona di re di Gerusalemme: «[…] tra ripetuti Kyrie il duca vien condotto fino a che sulla pietra del Sepolcro è montato: Signore! Come allora fu rimirato il duca! «Messere» fanno i principi «noi v’incoroneremo». Risponde loro il duca con nobili parole: «Signori, siate certi: non mi sfiora l’idea di avere in capo mai una corona d’oro. Gesù l’ebbe di spine nel dì della Passione. La mia non sia mai d’oro, d’argento né di ottone». Dal Giardino di Abramo fece portare un ramo […] di questo ebbe corona Goffredo di Buglione». Fu così che da allora, tradizionalmente, ci si riferì al capo vincitore come Advocatus Sancti Sepulchri: non sovrano, ma difensore. Riassunta così la pietà cristiana del suo essere guerriero, l’ormai stanco Goffredo dedicò gli ultimi mesi che gli restavano da vivere alla gestione della città e del territorio circostante, affrontando i Fatimidi in un’ultima battaglia ad Ascalona il 12 agosto. Tuttavia trovò l’opposizione del nuovo patriarca latino di Gerusalemme, Dagoberto da Pisa, fedele al rivale Raimondo di Saint-Gilles, che aveva tentato a più riprese di sminuire il ruolo di Goffredo, proprio mentre questi, sottomesse Acri, Cesarea e Giaffa, si preparava a marciare verso l’Egitto per sanare ogni disaccordo interno. Non riuscì nell’impresa poiché la morte lo colse il 18 luglio 1100, appena un anno dopo la conquista; il precedente del rifiuto della corona temporale nella città della Passione di Cristo non ebbe seguito come sperato, in quanto suo figlio Baldovino venne incoronato da Dagoberto primo re di Gerusalemme il 25 dicembre di quell’anno.

L’animo di Goffredo non si spense comunque con lui: il mito del pio eroe della prima crociata avrebbe continuato ad accendere gli animi per secoli, esaltato nelle chansons des gestes fino al trionfo letterario della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Rimasto infine dimenticato nei secoli della modernità, sarebbe infine divenuto il campione dell’identità belga, celebrato trionfalmente con una sontuosa statua equestre eretta dinanzi al Palazzo Reale di Bruxelles nel 1848.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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