La Globalizzazione dell’odio: un’apologia del popolo ebraico

07/11/2014 di Vincenzo Romano

Il riaccendersi del conflitto israelo palestinese ha dato nuovo vigore ad una spinta antisemita globale. Si evince la necessità di liberarsi da tutti gli schemi caratterizzanti sino ad oggi il modo di pensare non solo dei cittadini, ma anche di molti intellettuali ed uomini politici europei

Israele e Palestina

L’antisemitismo su scala globale. Ulrich Beck ha definito globalizzazione dell’antisemitismo il fenomeno montante di risentimento nei confronti degli ebrei che sta interessando Europa e Stati Uniti. Globalizzato in quanto veicolato dalla maggioranza dei mezzi di comunicazione di massa su scala, appunto, globale. Sembra possa parlarsi di una solidarietà globale capace di legare i cittadini di Londra, Parigi, Berlino, Roma alla sorte dei migliaia di civili palestinesi. Lo Stato d’Israele è divenuto il bersaglio principale non soltanto degli storici antagonisti, appartenenti principalmente al mondo musulmano, ma altresì da quella che fino a poco tempo fa sembrava essere la “coalizione amica” dei principali paesi europei e degli USA.

La mancata differenziazione è il seme dell’antisemitismo. Nella percezione collettiva occidentale essere antisemita significa molto spesso essere anti-israeliano. Ma ciò che nella sostanza manca (ed è mancato) è una marcata differenziazione tra le varie anime del popolo ebraico. Noi, cittadini europei, mettiamo gli ebrei – tedeschi, francesi, italiani – sullo stesso piano degli israeliani, con ciò alimentando quel processo di estraniamento di un gruppo minoritario di persone che si sentono “straniere” a casa propria. Nella incapacità di differenziare si sviluppa e cresce il fenomeno antisemita. L’equazione utilizzata è la seguente: gli ebrei sono identificabili con gli israeliani, e questi ultimi con i carnefici del popolo palestinese. Smontando questa equazione, non tutti gli ebrei sono israeliani, e non tutti gli israeliani sono carnefici del popolo palestinese.

Un elemento di originalità: la globalizzazione del conflitto mediorientale. Facendo un ulteriore passo in avanti, l’equiparazione tra ebrei – anche laici e contrari alla politica israeliana in Palestina – ed israeliani, ha assunto un significato nuovo. L’elemento di novità – anche se il termine è improprio – è quello della globalizzazione del conflitto mediorientale. Come ricordato, lo scontro che sta avvenendo in Palestina non è circoscritto a quell’area geografica, bensì è privo di confini: si tiene tanto in Palestina, quanto a Berlino, Parigi, Roma, Londra. È altrimenti detto un conflitto che coinvolge tutti. La digitalizzazione dei conflitti ha, inoltre, portato una massa di informazioni veicolate dai mass media, fin dentro le nostre case. Oggi tutti sanno tutto. Tutti sanno che Hamas nasconde le rampe di lancio dei missili sotto le scuole (andando contro tutte le norme di diritto internazionale bellico) per “sensibilizzare” l’opinione pubblica mondiale attraverso le immagini delle vittime dei bombardamenti israeliani sul suolo palestinese (che, è bene ribadire, è giusto trasmettere).

La trasmissione dell’antisemitismo. Un altro problema che è lecito porsi è come si tradurrà questa nuova ondata di antisemitismo nelle società occidentali. Molti degli esponenti europei della cultura ebraica hanno affermato che difficilmente questa sopravvivrà se le cose non cambieranno. “L’arrivo del conflitto nelle città europee è una minaccia violenta: un’intifada in Francia non è più da escludere, e sveglia in molti ebrei i peggiori ricordi… come le esperienze dell’inizio del nazismo, i vicini non erano più tali: divennero ebrei, stranieri, oggetti d’odio”.

Un elogio della differenza. Le critiche, legittime, alla politica militare di Netanyahu in Palestina non devono far scordare la necessità di liberarsi da tutti gli schemi caratterizzanti sino ad oggi il modo di pensare non solo dei cittadini, ma anche di molti intellettuali ed uomini politici europei. Il buon senso dovrebbe sempre portare alla differenziazione delle posizioni di tutti gli attori coinvolti, soprattutto quando uno di loro è un’entità così complessa e così articolata come quella del popolo ebraico.

The following two tabs change content below.

Vincenzo Romano

Nasce a Sant'Anastasia, provincia di Napoli, il 2 gennaio del 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all'Università di Napoli Federico II, dove si laurea con una tesi sul modello di sviluppo economico spagnolo. Attualmente è iscritto all'ultimo anno della magistrale in Studi Europei (Corso di laurea in Scienze Politiche dell'Europa e Strategie di sviluppo). Durante il primo anno di specialistica ha partecipato al Programma Erasmus di 6 mesi all'università Paris-Ouest-Nanterre-la-Defense di Parigi. Ha inoltre svolto uno stage di sei mesi presso l'UNESCO.
blog comments powered by Disqus